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sabato 24 dicembre 2011

Dalla Dea Madre alla Vergine Maria: un archetipo che accompagna l'umanità

Una delle caratteristiche essenziali del cattolicesimo odierno è il culto della Vergine Maria. Esso è anche uno dei principali motivi di disaccordo teologico con le chiese protestanti insieme al culto dei santi. La differenza, su cui in questa sede non ci dilungheremo, è di carattere filosofico- teologico e si riassume in una domanda:
“Può l’uomo arrivare a Dio da solo o necessità di entità mediatrici che intercedano per lui e gli indichino la direzione del percorso?”
A tale domanda ognuno può fornire la sua risposta.
Ma vediamo ora di capire il motivo storico di questa differenza.
“Da dove origina nella religione cattolica “romana” il culto della Vergine Madre di Dio?”

Tale concetto fu proclamato ufficialmente dalla chiesa cattolica con il Concilio di Efeso nel 431. d.C. E' importante specificare che l'incarnazione di Gesù è cosa diversa dalla semplice manifestazione del divino in forma umana comune alla mitologia di molte religioni pagane o dal concetto di “avatar” della religione induista. Nel primo caso si tratta di “apparizioni” temporanee, nella religione induista si tratta invece di discesa del divino nel mondo umano. Il Cristo è qualcosa di diverso non è Dio che scende in terra (come l’avatar) ma una sua emanazione (il Figlio) che ha luogo sui due piani materiale e spirituale, ma che è di carne e sangue. Tale concetto rispecchia dunque la mentalità storico-materialista dei romani piuttosto che quella degli ellenici. Non a caso di tale concetto non si trova traccia nel primo cristianesimo fondato da San Paolo (greco) ma appare solo successivamente a seguito della “romanizzazione” della religione cristiana.
Il Dio incarnato trova alcuni fondamenti nell’importanza data al “femminino” nella dottrina gnostica in cui è presente l’idea della “Dea Madre” in grado di guidare l’uomo verso la conoscenza suprema. “Sophia” è la saggezza creatrice che forma la Sacra Trinità familiare Padre-Figlio-Madre. La Madre, nella religione cristiana degli albori, viene privata del suo connotato femminile per divenire “neutro” pneuma cioè lo Spirito Santo.

L’apice della negazione del ruolo del femminile (Dea Madre) si ebbe con l’eresia Ariana. Ario rifiutava la natura divina di Gesù considerandolo un semplice profeta di conseguenza rifiutava anche il ruolo dello Spirito Santo e di Maria.
La reazione della chiesa romana alla concezione Ariana fu netta e dovuta ad una cultura fortemente radicata in idee molto più antiche del cristianesimo come il Mitraismo, il culto di Cibele e quello enterno della Dea Madre presente anche nella dottrina gnostica.
Non per caso, il femminile ritorna a Efeso, in terra gnostica con una concezione del ruolo di Maria che si presta a forti parallelismi con il concetto archetipo ed onnipresente di Dea Madre di tutti gli uomini che trova la sua espressione nei culti mariani odierni.

Prima di Gesù anche Mitra e Horus nacquero il 25 Dicembre da madre vergine. La religione mitraica ebbe un forte influsso sulla religione cattolica romana, le due religioni convissero per circa due secoli, competendo per divenire religione ufficiale dell’Impero. La religione tradizionale romana era infatti ormai decaduta dal punto di vista spirituale e ridotta alla mera veste rituale e celebrativa il cui significato spirituale era stato dimenticato. Per colmare tale vuoto altre religioni si contendevano il primato e convissero per più di due secoli La competizione si risolse con il sincretismo delle dottrine mitraiche e del culto di Cibele nel cristianesimo. Il personaggio di Mitra ha moltissime analogie con quello di Gesù:
- era l’incarnazione del Sole;
- nacque il 25 dicembre, giorno del solstizio d'inverno secondo i calndari dell’epoca;
- alla sua nascita fu adorato dai pastori, che gli recarono in dono le primizie dei greggi e dei frutti della terra
- ascese in cielo, venne posto sul trono accanto al dio del Sole, cioè, divenne partecipe della sua onnipotenza, e infine fu parte di una Trinità.
- un giorno sarebbe tornato a risvegliare e a giudicare i morti .
- era il demiurgo fra cielo e terra, fra Dio e l'umanità, il Redentore del mondo e il Salvatore;
- era accostato all'immagine del gallo e delle chiavi, entrambi simboli del dio del Sole;
- fece scaturire l'acqua dalla roccia come il miracolo della rupe di Mosè e il miracolo della fonte di S. Pietro;
- fu assassinato dai suoi nemici che gli trapassarono il costato con una lancia;
- resuscitò al terzo giorno
- il giorno consacrato al Dio Sole era il dies solis (ted. Sonntag; ingl. Sunday), celebrato in modo particolare nel culto di Mitra come primo giorno della settimana, e in seguito definito «il giorno del Signore» (dies dominica) dai cristiani,

L’origine delle dottrine mariane nel cristianesimo deriva però molto probabilmente da un altro culto, anch’esso origianiario come quello di Mitra nell’Asia minore. Il culto di Cibele fu il terzo grande competitor per la supremazia religiosa nell’Impero romano nei primi secoli d.C. Come il mitraismo,  si era propagato a partire dall'Asia minore, e specificatamente dalla Frigia (oggi Turchia), la stessa regione dove i primi cristiani, raccolti attorno a Giovanni e Paolo, iniziarono l’evangelizzazione dei “gentili”. Non vi era pace tra le due confessioni religiose, tanto che i primi cristiani rappresentarono la Dea madre Cibele, come una “prostituta coronata di torri”, seduta sul mostro da lei addomesticato  (questa immagine ritornerà successivamente nell’iconografia mariana come la Vergine che schiaccia la testa del serpente)  o 
la dama del liocorno che ne accoglie la testa sul grembo. La Dea Madre Cibele, era analoga all’Artemide greca, all’Ishtar babilonese, alla dea solare degli antichi sciti. 

“Chi è allora la Madre degli Dei? Lei è la sorgente degli Dei intellettuali e creativi, che a turno guidano gli dei visibili: lei è sia madre e sposa del mitico Zeus; venne per succedere ma anche per regnare insieme col grande Creatore; Lei ha il controllo di ogni forma di vita, e la Causa di tutte le generazioni; Lei porta facilemente alla perfezione tutte le cose che sono fatte. Senza dolore Lei porta alla nascita [...] Lei è la Vergine senza Madre, al fianco dello stesso Zeus, e in assoluta verità lei è Madre di tutti gli Dei [...]” . Imperatore Giuliano II, Orazione a Cibele.
La Dea Madre, che non è la creatrice dell’universo, ma è mandata dal Dio Creatore per mettere all’opera l’energia universale. Ma potenze oscure avverse (il Nemico della tradizione ebraica o i Giganti della tradizione germanica) si accaniscono contro quest’opera compromettendola. Il mondo verrebbe distrutto, senza l’opera salvifica di un'altra entità divina: il Figlio che ha avuto il compito di rinnovare l’armonia sconfiggendo il Nemico e rinnovando annualmente l’azione del creatore.
La Dea partorisce dunque un figlio, Attis, da Vergine cioè senza il dominio del maschio (la vergine non era colei che si asteneva dall'accoppiamento, ma colei che non era sottoposta all'uomo, dunque non aveva marito; la vergine nel senso odierno era chiamata invece "virgo intacta"). Il Figlio da adulto diviene l’amante della madre. Ma quando Attis la tradisce innamorandosi della figlia del re Mida, la madre gelosa si vendica e lo rende folle spingendolo ad evirarsi. Cibele seppelisce i genitali del figlio-amante Attis, che diviene così Dio della vegetazione, che ogni anno muore e resuscita. Dopo alcuni giorni infatti la madre-amante lo rianima e lo sposa in una sanguinosa ierogamia. Il Figlio viene considerato amante della madre per sancire il ripetersi dell’unione con l’energia creatrice e al termine del ciclo annuale deve morire per rinascere con l’intera natura.
Lo stesso principio, in un’altra forma mitica, lo troviamo anche nei Misteri di Eleusi a proposito della dea Demetra, che scende negli inferi alla ricerca della figlia Kore-Persefone, prigioniera di Ade-Plutone.

La morte del Figlio corrisponde alla morte del Sole-Toro del mitraismo: il “taurobolo”. Il rituale consisteva nel fare ricevere ai fedeli il sangue del toro, un battesimo con sangue. Nel culto di Cibele il toro veniva anche evirato e i testicoli venivano uniti alle corna e trasportati nel tempio della Dea e deposti ai piedi dell’altare. 
Un’altra corrispondenza è quella con Ishtar ed il suo figlio-amante Tammuz ed Iside ed Osiride La sanguinosa agonia di Attis è per molti versi analoga alla Passione cristiana.  
Tutto il mito è carico di significati esoterici e metafisici sul senso della vita e della rinascita dell’uomo. Attis è un modello archetipo dell’essere umano che, con la sua evoluzione personale e con l’aiuto della Madre- Spirito divino, si accinge alla rinascita iniziatica dopo la morte. La morte non è dunque la fine di tutto ma un “passaggio” attraverso il superamento della realtà visibile. La religione di Cibele è, come il cristianesimo, una religione salvifica, che estende la possibilità di risorgere a tutta l’umanità a prescindere dalla razza. Tale bisogno spirituale era diffuso nei primi secoli d.C. a causa dello svuotamento dei contenuti metafisici ed esoterici dei culti ufficiali dell’Impero. 

Cibele è la rappresentazione concreta dell’energia creatrice, il principio generatore che muove e trasforma il mondo, personificazione della creazione permanente che opera per avanzare dalla materia prima verso la Pietra filosofale; il altre parole è il soffio che da la vita, parte dell’eterna Trinità divina che al “neutro” verrà chiamata Spirito Santo.

Siamo dunque di fronte a quello che Jung definirebbe un archetipo dell’inconscio collettivo o se si preferisce dell’inconscio esoterico che si manifesta con il perpetuarsi in tutte le culture, in tutti i tempi ed in tutti i luoghi dell’icona della Dea Madre Vergine del Sole Salvatore che rinasce al solstizio d’inverno per portare la Luce al Mondo.



di Gandolfo Dominici

mercoledì 21 dicembre 2011

Città come sistema dissipativo.

Il riemergere del paradosso del tempo è dovuto essenzialmente at due tipi di scoperte. Il primo consiste nella scoperta delle strutture di non-equilibrio, dette anche “dissipative”. Questa nuova fisica del non-equilibrio è stata oggetto di numerose esposizioni, perciò sarò molto breve. Ricordiamo solo che oggi sappiamo che la materia si comporta in maniera radicalmente diversa in condizioni di non-equilibrio, quando cioè i fenomeni irreversibili svolgono un ruolo fondamentale. Uno degli aspetti più spettacolari di questo nuovo comportamento è la formazione di strutture di non-equilibrio che esistono solo finché il sistema dissipa energia e resta in interazione con il mondo esterno.
Ecco un evidente contrasto con le strutture d’equilibrio, come ad esempio i cristalli, che una volta formati possono rimanere isolati e sono strutture “morte” che non dissipano energia.
L’esempio più semplice di strutture dissipative che si può evocare per analogia E’ la città. Una città è differente dalla campagna che la circonda; le radici di tale individualizzazione risiedono nelle relazioni che essa intrattiene con la campagna attigua: se queste venissero soppresse, la città scomparirebbe.
Ilya Prigogine - Le leggi del Caos - La Terza - 1993- p. 15

CONOSCERE L'UOMO E IL COSMO



"L’uomo, per esempio, è in rapporto con tutto ciò che conosce. Ha bisogno dello spazio che lo contenga, del tempo per durare, del moto per vivere, di elementi che lo compongano, di calore e di alimenti per nutrirsi, di aria per respirare; vede la luce, sente i corpi; insomma, ogni cosa è in relazione con lui. Quindi per conoscere1’uomo bisogna sapere perché mai ha bisogno di aria per sussistere; e per conoscere l’aria bisogna sapere perché questa è in rapporto con la vita dell’uomo, ecc. La fiamma non é possibile senza aria; quindi per conoscere 1’una bisogna conoscere l’altra.

Dunque, poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate e adiuvanti, mediate e immediate, e tutte sono legate da un vincolo naturale e insensibile che unisce le più lontane e le più disparate, ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, cosi come é impossibile conoscere il tutto senza conoscere nei loro particolari le parti."
       Blaise Pascal - Pensieri

domenica 18 dicembre 2011

...l'azione sul sè

"...prima di pensare ad azioni esteriori, spesso dettate solo da momentanei entusiasmi, senza radici profonde, si dovrebbe pensare alla formazione di sè, all'azione su sè, contro tutto ciò che è informe, sfuggente o borghese."
Julius Evola 

lunedì 12 dicembre 2011

L'ALBERO DI NATALE UN ARCHETIPO DI VITA

Ogni anno, nel periodo a cavallo con il solstizio d'inverno, si riaccendono le luci di un simbolo fra i più antichi dell'umanità: l'albero di Natale.
L'albero di Natale è una delle più diffuse usanze del periodo del solstizio di inverno, coincidente più o meno con il nostro Natale cristiano, così come con altre festività precristiane nei culti solari.
Si utilizza in genere di un abete addobbato con piccoli oggetti colorati, luci, festoni, dolciumi, piccoli regali impacchettati e altro.
L'abete, essendo una conifera sempreverde, richiama il perpetuarsi della vita anche in inverno. Presso le antiche scuole iniziatiche, la forma simmetrica dell’abete e i rami sempre verdi, simboleggiavano la vita che dura per sempre. Gli addobbi luminosi (candele, e oggi lampadine) simboleggiano le perle di saggezza che si conquistano per ogni esperienza fatta e compresa, per giungere lungo un percorso iniziatico alla stella cometa in cima all’albero, che rappresenta il completamento della Grande Opera, cioè il punto di arrvio del viaggio iniziatico.
L'Abete era anche l'albero sacro ad Artemide e al Nord era considerato l'Albero della Nascita.
Secondo la Genesi, nel giardino dell'Eden vi erano due alberi, uno era quello della conoscenza del bene e del male da cui mangiarono Adamo ed Eva, l'altro era l'albero della Vita, mangiando i cui frutti si poteva accedere all'immortalità penetrando il grande mistero della vita eterna. La vita eterna è quella promessa dal Cristo (il Dio-Uomo, che da la vita) che nasce (secondo una millenaria tradizione anteriore al cristianesimo) la notte di Natale.
L’albero di Natale è dunque l'albero della vita con tutti i Chakra accesi. Attraverso la luce che scaturisce dall’archetipo dell’albero, l'uomo può svelare a se stesso il suo universo interiore; le decorazioni sono i simboli esteriori che richiamano ciò che dobbiamo far accendere nei mondi interiori.
E’ noto che l’albero è un archetipo dotato di importanti significati sia essoterici che esoterici. L'albero come simbolo della vita ha origini molto antiche e trova riscontri in diverse religioni.
L'albero di Natale rievoca dunque l'idea dell'immortalità espressa miticamente dall'Albero della Vita, esso è un archetipo universale di molti popoli: è l'Albero Cosmico.
Troviamo l’albero come archetipo di nascita (del Sole) presso diverse popolazioni di ogni epoca e luogo.
Su una tavoletta babilonese  (1850 a.C.) è raffigurato un albero stilizzato, ai cui rami sono appese delle losanghe che raffigurano gli astri mentre, alla sommità, è raffigurato il Sole, che domina. Questo è ad oggi il più antico albero di “Natale” (a Babilonia il Dio Sole Samash era festeggiato il 25 dicembre) finora rinvenuto .
Per le popolazioni Indoeuropee, rappresenta la manifestazione divina del cosmo. l'albero Cosmico indiano lo Asvattha, (l'albero capovolto) "il puro, il Brahman. Tutti i mondi riposano in lui" (Katha - Upanishad VI, 1) e, il germanico Yggdrasil "cavallo di Odino" (cavallo come mezzo che conduce al mondo superiore), l’Albero della Vita della Genesi, ecc.
Nell'antico Egitto l'Albero sacro per eccellenza è Nehet, il sicomoro, "sui cui rami abitano gli dèi", ma anche Djed, la colonna sacra munita di quattro capitelli, ritenuta a sua volta simbolo della colonna vertebrale umana.
Nello sciamanesimo siberiano, lo sciamano dopo avere eseguito il sacrificio di un cavallo al dio Bai Ulgan (spezzando all'animale la colonna vertebrale), compiva il "volo mistico" verso il Cielo arrampicandosi sul pilastro centrale della tenda, conica (forma dell’albero natalizio) per uscire poi dal foro centrale della tenda. Più tardi la tenda venne sostituita con un albero (detto “strada” verso il divino) della stessa forma.
Anche nelle Americhe troviamo il simbolo dell'Albero cosmico ritorna nell'uso Sioux di piantare un albero al centro dello spazio riservato alla danza del Sole. Per gli Aztechi era l’emblema di Quetzalcòatl, Dio supremo, capostipite degli Aztechi, nonché demiurgo solare simbolo incarnato della divinizzazione dell'uomo.
Secondo una tradizione cinese l'albero Chien-mu (Legno diritto) è al centro del mondo e lungo di esso ascendono i sovrani per accordare fra loro Cielo e Terra.

Dalla tradizione dello Yggdrasil "cavallo di Odino" deriva la successiva usanza cristiana dell’albero di Natale in Nord europa.
"Io so che esiste un frassino chiamato Yggdrasill, un alto albero, bagnato di bianca brina; di là derivano le rugiade che cadono nelle valli, e sempre verde sta presso la fonte di Urdhr" (Volüspa, 19).
Nell'Impero germanico in periodo medioevale erano assai diffuse le Sacre rappresentazioni di Adamo ed Eva: il 24 dicembre, giorno in cui il calendario cristiano commemora i progenitori biblici. Era usanza allestire nelle chiese rappresentazioni in cui il vecchio Adamo, giunto all'età di 932 anni, sentendosi vicino alla morte, invia il figlio Seth alla ricerca dell’Eden. Seth raggiunge la sua meta e ritorna quando Adamo è già morto, portando con se tre semi che, sparge sulla tomba del padre. Dai semi nasce un abete che ha miracolosamente in sé le caratteristiche del pino, del cedro e del cipresso. Arriva allora un centurione romano che dal legno dell’abete fabbrica la croce; simboleggiando così la corrispondenza tra il primo Adamo e il Cristo-Adamo. Per i primi cristiani infatti la Croce era l'"albero immortale" piantato al centro del mondo, là dove Adamo era stato sepolto.

Scriveva Sant’Ambrogio:
"il Cristo è l'Albero della Vita", (De Isaac et anima, 5,43) 
mentre per San Cipriano (Hymnus de Pascha) la Croce è un albero che sale fino al Cielo e fa scaturire dalle sue radici una meravigliosa fonte di vita.

Celti, Sassoni, e Normanni portavano alberi in casa per tener lontani gli spiriti maligni, gli Egiziani vi portavano le palme e i Romani gli abeti. Come segno di venerazione verso gli alberi consacrati, dagli antichi babilonesi in poi sorse l’usanza di appendere frutti (fichi o mele, che richiamano il “frutto della conoscenza della Genesi) come offerte alle divinità. Tradizione che poi si diffuse in tutto il nord Europa: per compiacere gli Dei, i contadini appendevano sugli alberi i frutti dei loro raccolti.
Questa antica tradizione fu abbandonata durante il medioevo e ripresa più tardi. Se ne trova traccia documentata a Strasburgo, in Germania, nel 1539, ma pare che fino all’Ottocento sia rimasto un semplice fenomeno locale.
Una antica legenda racconta la nascita dell’albero di Natale come simbolo cristiano ad oper di Giovanni Tauler vissuto intorno al 1300 d.C.. Tauler un giorno vicino Natale capì che all'uomo occorreva un simbolo esteriore da poter contemplare e far entrare nel profondo consciamente o inconsciamente. Un simbolo che trasmettesse lo Spirito che inonda la notte di Natale. Allora prese un albero e lo riempì di luci, affinchè quello splendore nella notte potesse esteriorizzare la Luce che doveva nascere dentro ognuno alla mezzanotte.
Nel XVI secolo, fabbricanti germanici e svizzeri cominciarono a produrre ninnoli di vetro soffiato, gli americani successivamente aggiunsero l’idea delle lampadine.
Solo nel 1840, la duchessa di Orléans, imitando l’ambasciatore asburgico, fece addobbare un enorme albero nel giardino delle Tuilleries a Parigi, e la moda dilagò così tra tutte le corti europee.
E' da allora che l’antichissimo ed immortale simbolo dell’Albero del Natale è tornato ad adornare con il suo enorme potenziale evocativo la festività più sentita ed importante dell’anno; una festività che va oltre le divisioni di tempo, spazio e religione ed abbraccia con i suoi significati universali tutta l’umanità.

di Gandolfo Dominici

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domenica 11 dicembre 2011

COMPLESSITA' E PERFEZIONE


"[...] sono convinto che l'essenza dell'ordine consista nella perfetta armonizzazione delle parti in vista dei fini del tutto, sicchè il più complesso coincide con il più perfetto, ma credo anche che questa stessa complessità sia il prodotto della combinazione di alcune idee fondamentali che compongono il pensiero dell'Essere Supremo.Sono incline a ritenere che la perfezione dell'universo esistente sia in costante aumento, in quanto si può dire che il tutto sia in espansione e divenga sempre più complesso ed esteso [...]"
Frater Achad (Charles Stansfeld Jones - 1886 -1950)

lunedì 5 dicembre 2011

CONTRO-INIZIAZIONE E PSEUDO-INIZIAZIONE

Cominciamo con due chiare definizioni: 

- Iniziazione è l’inizio di un percorso esoterico che porta ad una maggiore consapevolezza del SE. 


- Contro-iniziazione è l’inizio di un percorso che ha come scopo il potere sugli esseri e le cose esterni al SE.

Entrambe possono avvenire con gli stessi mezzi, rituali o no. Spesso però la Contro-iniziazione avviene per via di riti effettuati da persone a loro volta Contro-iniziate verso soggetti fragili o tendenzialmente tendenti al basso.

Vediamo su cosa si basa e come avviene la Contro-iniziazione.

La Contro-iniziazione, diversamente dall’Iniziazione, non da energia e non nutre lo spirito che alberga nell’uomo ma prende e divora tutto ciò che appartiene al SE e alla "linfa vitale" degli individui più deboli e più fragili che sono caduti nel tranello della “piramide”. Il vertice della piramide contro-iniziatica preleva energia spirituale, mentale e fisica (in quest’ultima si includono anche i metalli) e li trasferisce verso il vertice; vertice che punta inesorabilmente verso il basso per non risalire.

Con lo stesso rituale che può (ma non in via esclusiva) portare (in presenza di un Maestro positivo e con un soggetto adatto) all’Iniziazione, la Contro-iniziazione conferisce il gusto del Possesso, del Potere, dell’Apparenza, della Vanità e dell’Appartenenza campanilistica ad una setta.

Si muove dunque chiaramente in direzione opposta rispetto all’Iniziazione che rappresenta invece l’inizio di un percorso volto a condurre l’Uomo verso la Libertà dalle cose futili per scoprire gradualmente e mai completamente la sua vera natura Divina, verso la ricoperta della Fratellanza del melograno tra gli Uomini che percorrono una cammino attivo e positivo che conduce verso l’elevazione rispetto al mondo materiale. 



Il Contro-iniziato è invece passivo, soggetto e obbediente schiavo di ogni gradino della piramide; egli non E’ ma semplicemente Esiste, Sopravvive stordito dalle futilità materiali che non gli permettono di vedere la Luce
Il Contro-iniziato non va verso la scoperta eso-terica del SE ma esiste esclusivamente in funzione dell’obbedienza ceca ai dettami “infallibili” del "maestro", del "Guru”, del “santone” suo superiore che come un vampiro si nutre delle sue energie spirituali, mentali e materiali. 
Per il Contro-iniziaziato osare, mangiare la mela della conoscenza è il “Peccato"; egli vive una vita dove non si deve osare ma solo obbedire, un percorso che porta a considerare come unico scopo la salita (discesa) del gradino, l’ottenimento dell’orpello, del metallo. Egli sarà aguzzino del suo sottoposto così come il suo “maestro” è stato suo aguzzino, vampiro tra i vampiri.

Le Sette che si auto-proclamano società iniziatiche sono molto spesso nient’altro che nidi di vampiri della Contro-iniziazione.
A volte non è facile distinguere per “chi non ha orecchie” il Contro-iniziato dall’Iniziato. Spesso il “maestro” Contro-iniziato è un sapiente conoscitore consapevole delle energie spirituali ed abile nell’usarle per i propri fini. Fini che lo condurranno alla perdita della via del SE, ma che gli portano energie e Forze prelevate dai suoi ignari adepti.
L’ignaro adeptuncolo che sta alla base della piramide è più vittima che vampiro, vittima della “speranza” di raggiungere il maestro e di ottenere i suoi vani e velleitari poteri. 



La direzione dell’Iniziazione va dalla Morte Simbolica dell’Ego verso la Rinascita del Sé, dalle Tenebre alla Luce; quella Contro-iniziatica invece va verso l’accrescimento dell’Ego e la volontà di sopraffazione di ciò che è esterno e velleitario. Va dalla Luce della Vita verso le Tenebre della Seconda Morte, quella descritta sia da San Francesco di Assisi che da Pitagora, la morte per annichilimento dello Spirito.

Ma il panorama non si limita ai due opposti, nelle Sette pseudo esoteriche che si spacciano per società iniziatiche è anzi molto ampia la popolazione di “nullità” spirituali: gli Pseudo-iniziati

Sono persone iscritte alle varie sette per noia o passatempo che pur avendo preso parte ad un rituale di iniziazione somministrato da un sedicente maestro privo di ogni polarità spirituale, la hanno vissuta soltanto nella forma esteriore senza partecipazione del loro debole spirito. Il tutto magari viene condito con racconti storie fantasiose che servono appunto ad uscire dalla noia ma nulla hanno a che vedere con un percorso esoterico di ricerca. 

Lo Pseudo-iniziato è spesso un ignorante credulone che pensa di uscire dalla grigia mediocrità della sua esistenza con il senso di appartenenza ad un gruppo di sedicenti “uomini straordinari” che di straordinario hanno solo la fantasia delle loro elucubrazioni fantascientifiche.

Nella Pseudo-iniziazione, quindi, si riscontra la perniciosa cointeressenza di diversi fattori: sincretismo confusionario, gusto del sensazionale e nullità di approfondimento spirituale. Lo Pseudo-iniziato è fondamentalmente pigro, non cerca di capire, ricercare e controllare, non entra nel percorso del VITRIOL ma rimane in superficie, appunto perché il suo unico scopo e scacciare la noia e stare in compagnia (magari aspettando la cena). Insomma qualcosa di simile alla Loggia del Leopardo di Happy Days.


Ora non bisogna però pensare che Contro-iniziazione e Pseudo-iniziazione siano cose distinte e non legate tra loro. Lo Pseudo-iniziato, sta come una rana sulla superficie della quieta palude, finché il Contro-iniziato non decide di farne la sua preda. La Pseudo-iniziazione è la base, il gregge da cui il maestro Contro-iniziato può attingere in qualunque momento. Il Contro-iniziato di buon livello può facilmente ingannare ed irretire gli Pseudo-iniziati attirandoli con l’offerta del finto “sensazionale”, “unico”, “segreto” e facendo loro credere che questo potrebbe dare un senso alla loro insulsa vita e cambiarla. La potrà cambiare, ma in peggio verso l'ombra fino alle tenebre. Lo Pseudo-iniziato è per il “Guru” Contro-iniziato una succosa preda. A quel punto lo Pseudo-iniziato diviene Contro-iniziato ed entra nella perversa ottica della piramide, lasciando la spensieratezza della “Loggia del Leopardo” del sig. Cunningham per entrare in una spirale molto più pericolosa e perversa che lo porterà a divenire schiavo e aguzzino.
Meditiamo
Dixit
Un Uomo in cammino

sabato 3 dicembre 2011

SCIENZA DELLA NATURA E STREGONI DI PASSAGGIO

[…] sul piano dell’attualità scientifica, possiamo dire che un mondo (falsamente) competitivo che applichi le regole della finanza d’assalto alla scienza concepita come merce, e proclami incessantemente la realizzazione di “scoperte epocali”, quando in realtà la vera strategia è quella di ostacolare ogni vero cambiamento, è di fatto un mondo che non vuole evolvere per difendere lo status quo.
La patologia reale che opprime larga parte della scienza dei nostri giorni, infatti, è quella dell’estremo conservatorismo ma, per dissimularla e quindi mantenerla in vita, si preferisce raccontare all’opinione pubblica che le nuove scoperte sono continue e stupefacenti.
In due articoli notevoli pubblicati sulla prestigiosa “PLoS Medicine”
(Why Most Pubblished Research Findings are False, “PLoS Medicine”, 2006, consultabile all’indirizzo http://www.plosmedicine.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pmed.0020124, e Why Current Pubblication Practices may distort Science, “PLos Medicine”, 2008, in rete all’indirizzo http://www.plosmedicine.org/article/related/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pmed.0050201;jsessionid=EDADA815F06A6E105619C812A171AFBE)
lo statistico greco John Ioannidis spiega come la scienza odierna sia preda del cosiddetto “effetto Proteo”, che ne limita moltissimo le capacita di reale innovazione. Il sistema della “revisione tra pari” fa si che i giudici di un certo “pezzo di scienza” siano persone che non solo fanno lo stesso mestiere dell’autore ma siano impegnate esattamente nello stesso tipo di ricerca. Ciò provoca una fortissima autoreferenzialità della (ridotta) comunità di valutatori, che, ferme restando le “basi fondamentali” o, se si preferisce, i “paradigmi” scientifici di base, che non vengono mai seriamente messi in discussione pena l’esclusione immediata dell’eventuale critico dalla comunità degli “scienziati seri”, si innamora via via di risultati che appaiono come i “temi caldi del momento” perché propugnati da qualche gruppo di ricerca particolarmente influente.
Tutti gli articoli che si inseriscono nella corrente del momento, propagandata come “risultato epocale”, vengono accettati con pochi problemi, gli altri vengono ignorati. Ciò provoca un aspetto sempre cangiante dei vari campi (Proteo era una figura mitologica che cambiava continuamente forma) in cui nuove mode e temi si avvicendano a ritmi sempre più serrati ma senza alcun avanzamento reale, in quanto nella stragrande maggioranza dei casi si rivelano delle “false piste” che non riescono a incidere al di fuori del contesto largamente artificiale della sperimentazione di laboratorio.
Questa continua “ricerca della novità” si traduce quindi in un sostanziale stallo della ricerca di base che non viene mai presa di petto.
D’altronde non mettere mai in discussione i fondamenti e di importanza vitale per una tecno-scienza che si limiti agli aspetti tecnologici applicativi della scienza e che dall’accettazione acritica dei fondamenti ricava potenza e prestigio. L’attuale crisi delle ricadute applicative in moltissimi campi (si pensi ad esempio al fatto che dagli anni Ottanta il numero di farmaci realmente innovativi immessi sul mercato è crollato nonostante l’aumento esponenziale delle risorse impiegate nella ricerca) ci fa sperare (necessita fa virtù) in una ripresa seria della vitale critica rigorosa dei fondamenti, abbandonando il falso e frivolo “nuovo a tutti costi”, per la ricerca di una sostanziale rifondazione delle basi conoscitive che necessariamente dovrà essere immaginata come una impresa di lunga durata.
[…] Invitiamo il lettore a notare come la bella scienza generi “novità e apertura”, fornendo agli studiosi piste inusitate e nuovi occhiali per guardare il mondo semplicemente suggerendo dei metodi di analisi che non si impongono sulla conoscenza pregressa rendendola in blocco inutile e obsoleta, ma, al contrario, offrendo una prospettiva nuova (in questo caso dei metodi di analisi statistica dei dati) con cui interpretare e valutare i fatti. Gli autori non si sognano neanche di dire quali siamo i risultati importanti di ogni singolo campo di studi, cosi rispettando il pensiero autonomo dei differenti studiosi, ma propongono una nuova prospettiva con cui guardarli.

Alessandro Giuliani e Carlo Modonesi - Scienza della natura e stregoni di passaggio - Jaka Books - 2011- pp.38-40

Il Genio nell'anima dell'uomo

"L’anima dell’uomo è il santuario del genio. Sii uomo, sii ragionevole e domina con la perpetua padronanza dei giudizi tutte le illusioni dei tuoi sensi materiali e grossolani; formati la coscienza dell’essere e, se lo meriti o forzi la natura di fuori alla tua coscienza spunterà Raphael o Astaroth, l’angelo o il demone…"
Giuliano Kremmerz

giovedì 1 dicembre 2011

L'archetipo del Labirinto e la Pietra filosofale

Il termine labyrinthos è greco, ma ci rimanda a un'epoca molto più antica. Lo scrittore latino Plinio il Vecchio parla di labirinto, probabilmente, perché egli stesso lo aveva trovato scritto presso altre fonti. In epoca più recente il termine labirinto può essere fatto derivare dal latino labor intus, che significa "lavoro interiore". 
Il labirinto non è un semplice gioco della fantasia o un ornamento ma un archetipo ancestrale radicato in una verità primordiale che sfida qualsiasi riduzionismo materialistico. La psicologia junghiana, ha riscoperto questa antica forma di sapienza archetipa di cui il labirinto è uno dei più importanti esempi. Il Labirinto è dunque il simbolo del un lungo e difficile cammino dell’iniziato alla ricerca continua del "centro", asse cosmico che corrisponde a una sacra geografia interiore.
L’archetipo del labirinto accompagna da sempre l’uomo ed è riprodotto in costruzioni antiche di migliaia di anni. Erodoto (484-425 a.C.) descrive nelle sue Storie le rovine del "labirinto" ubicato vicino al lago Moeris (attualmente lago Karoum) in Egitto, in un sito chiamato "Il Tempio dell'ingresso del lago".

Molti disegni antichi presenti anche nelle grandi cattedrali, mostrano il labirinto.Il labirinto delle cattedrali, o labirinto di Salomone, è,ci dice Marcellin Berthelot:  
"una figura cabalistica che si trova anche sul frontespizio di alcuni manoscritti alchimici e che fa parte delle tradizioni magiche attribuite a Salomone.E'una serie di cerchi concentrici,interrotti in certi punti,in modo da formare un percorso bizzarro ed inestricabile".
I problemi della vita appaiono spesso all’uomo comune come un intricato labirinto, nel quale è difficile imboccare la giusta direzione, se non dopo aver compiuto molti tentativi ed errori ed averne pagato le conseguenze. Se si potessero però vedere le cose da altri punti di vista, ad esempio salendo di una piccola altura, il labirinto rivelerebbe subito la sua ingannevole struttura, e sarebbe molto più facile trovare l’uscita.
Il labirinto si presenta come una rete di meandri apparentemente senza fine, almeno fino a quando non si comprende che tutto ciò porta ad uno scopo e si riconosce l'unico cammino che conduce al centro. Nel labirinto il cammino termina al centro. Dunque il labirinto è la via interiore che bisogna trovare e percorrere fino al centro. Per trovarla occorre uscire dagli stereotipi della comune percezione.
L’uomo non iniziato, ancora completamente chiuso nei propri schemi mentali, è intrappolato in un labirinto, ed incapace di vedere il percorso. L’iniziato gradualmente può riuscire ad elevarsi e vedere la strada in maniera più chiara riuscendo a trovare la via verso il centro. 

In tutto il mondo le rappresentazioni dei labirinti presentano da sempre una struttura omogenea contenente un cammino a spirale che porta fino al centro. La forma di base è una croce circoscritta in un cerchio, generata dal movimento intorno al centro. La croce simboleggia la terra e la personalità, composte tutte e due da quattro elementi o forze eteriche che si manifestano anche nei quattro corpi o veicoli, della personalità. Il cerchio è il simbolo del sole dell’universo, del macrocosmo. Il labirinto con le sue sette, nove, dieci o dodici circonvoluzioni, si può dunque intendere come un luogo di orientamento. Chi vi entra è in cammino per la destinazione finale: il centro, il nucleo del suo essere. L’uomo in cammino nel labirinto si avvicina al centro per esserne poi allontanato subendo cosi un processo di maturazione, nel corso del quale viene messa alla prova la sua volontà e la sua perseveranza. All'interno dello spazio chiuso del labirinto, cioè in se stesso, si possono conciliare la croce dell'uomo terrestre ed il cerchio dell'eternità.

Per l’ermetismo il labirinto simboleggia la via che porta al principio centrale, interiore, esoterico del microcosmo. Chi trova l'entrata può raggiungere il centro, purché non torni indietro. Nel labirinto non c'è scelta tra sinistra e destra, alto o basso, ma solo fra l'avanzare o il tornare indietro. Chi non persevera muore. Chi riesce a vincere diventa un uomo nuovo, trova nel suo centro l’occultam lapidem
Appare dunque intrigante la “coincidenza” che il più celebre dei labirinti antichi,quello di Cnosso a Creta, scoperto nel 1902, era chiamato Absolum, parola è assai vicina a quella di Absolu (Assoluto), nome con il quale gli antichi alchimisti indicavano la “pietra filosofale".

mercoledì 30 novembre 2011

Il tesoro nascosto e il cercatore di perle

"Il Regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo: un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra"
[Matteo 13, 44-46]



Ci sono tre tipi di uomini:
- Il viandante che procede per la sua strada. Procede nel suo viaggio vedendo la sua via come l'unico mondo possibile, ma ogni tanto si ferma e scruta e ammira. Se però lungo il suo viaggio incontra qualcosa che gli permette di cambiare la sua visione del mondo e di elevarsi, come il tesoro nascosto nel campo, lo coglie e cambia la sua esistenza.
- Il cercatore. Cerca nella vita molto più delle apparenze e cerca quel "tesoro" come il mercante in cerca di perle preziose.
- Il viaggiatore stolto. Procede senza riflettere sul suo viaggio, non cerca perle preziose, e non nota il tesoro nascosto nel campo. 

martedì 29 novembre 2011

La Kabbalah come guida

 "La Kabbalah è una guida sicura alla comprensione tanto dell'Universo, quanto del proprio Sè. L'Uomo è un universo in miniatura, che riassume in sè le diverse componenti di quel macrocosmo in rapporto al quale è microcosmo. Nell'Albero della Vita troviamo al contempo la mappa simbolica sia dell'Universo nei suoi aspetti macroscopici che della sua copia su scala ridotta, l'Uomo. La Tragedia dell'Uomo civilizzato è quella di essere stato " diseredato " della consapevolezza degli istinti che gli sono propri. La Kabbalah può aiutarlo a conseguire la comprensione e l'intendimento necessari per ricongiungersi alle fonti originarie, sicchè, invece di essere in balia di forze delle quali ignora la natura, egli possa imbrigliare per usarlo coscientemente quello stesso potere che guida il piccione viaggiatore, insegna al castoro a costruire una diga e costringe i pianeti nelle orbite prescritte."


I. Regardie

COSA NON E' LA MASSONERIA

Da sempre mi interesso di esoterismo, come ritengo faccia qualunque uomo pensante, con periodi di fervore ed altri di “maturazione”. Forse il primo libro che ho letto su tale argomento fu “Akhenaton. La religione del sole” che l’autore Bent Parodi regalò a mio padre nel 1982 (avevo 8 anni) e che mio padre (completamente disinteressato a qualunque aspetto esoterico-spirituale) diede a me pensando si trattasse di un racconto sui faraoni.
L'esoterismo è ricerca interiore di principi universali; è una ricerca personale, intima, difficilmente condivisibile con altri, salvo trovare con questi una profonda "fratellanza" spirituale e morale.
La massoneria predica queste cose, Ma le attua? Secondo l'esperienza di chi scrive questo blog la risposta è NO!
Certo molti massoni liquideranno queste poche righe dicendo : 
" E tu che ne sai!? Non sei mai stato massone, non sei mai entrato nei nostri templi, non puoi capire, sei un profano!"
E' proprio per tali risposte che ritengo che la massoneria non sia una via valida, almeno per me, e che sia tutto tranne che ciò che millanta di essere: una Società Iniziatica. Per essere una Società iniziatica il requisito principale è che sia composta, perlomeno in maggioranza, da Iniziati, la stragrande maggioranza dei massoni che ho conosciuto (certo non li conosco tutti, ma ne conosco molti), sono ben lontani da ciò che ritengo un Iniziato. La risposta di cui sopra per i pochi che "hanno orecchie" non ha bisogno di ulteriori commenti.
Neanche regge la scusa dell'Iniziato che è tale solo dentro il tempio. Un Iniziato è riconoscibile ("da chi ha orecchie") in qualunque occasione anche profana. 
Vediamo allora cosa non va nella realtà del sistema (o metodo) massonico.
Partiamo da cosa ci si aspetta che sia la massoneria:
“Una società iniziatica di uomini LIBERI e di BUONI COSTUMI finalizzata alla ricerca per la CRESCITA SPIRITUALE dell’Uomo attraverso la comprensione conscia ed inconscia dei Simboli e dei Rituali che essa ha tramandato.”
Ovviamente nessuno può pretendere che siano TUTTI persone a modo … l’uomo pecca per definizione … la perfezione non è umana ma per dirsi Iniziatica si dovrebbe quanto meno poter riscontrare una “prevalenza” dell’aspetto di ricerca spirituale sui metalli.
Dei sedicenti UOMI LIBERI si presuppone che mettano la libertà di conoscenza al primo posto e non usino la gerarchia per lasciare giù chi è ai gradini più bassi della piramide al fine di mantenere il “potere” (di cosa poi ancora non l’ho capito, sembra un po il tipo di potere dell'Anello della saga di Tolkien)
Ci si aspetta anche che una tale società sedicente Iniziatica riconosca titoli e orpelli solo come simbolo di una reale crescita del livello iniziatico e non per altre finalità come il proselitismo o la “politica massonica”.
Ci si aspetta che il modello di fratellanza sia quello del tanto decantato ma poco praticato melograno e non quello di Caino.
Ci si aspetta (e qui so di peccare di elitarismo intellettuale) che il livello di conoscenza delle dottrine esoteriche sia tutt'altro di quello ridicolo di molti alti gradi della massoneria e che occorra un livello minimo di cultura esoterica che poi a seconda della “conoscenza” (pratica e non solo teorica) si possa progredire non “per anzianità” ma per merito (parola dal significato ignorato non solo in massoneria).
Tutto ciò difficilmente potrà essere riscontrato in massoneria … anzi è molto probabile che chi si approcci con spirito puro a questa associazione troverà esattamente l’opposto (salvo poche eccezioni a conferma della regola).
Ho visto le persone che avevano un livello iniziatico tale da potere essere veramente considerate da me Maestri lasciare deluse l’organizzazione o mettersi in disparte in uno stato di rassegnazione.
Alla luce della mia esperienza e di ciò che grazie a diversi incontri personali ho potuto osservare di questo mondo “segreto” che poi tanto segreto non è,che posso azzardare alcuni miei personali giudizi su cosa secondo me non va in questa organizzazione (Giudizi nel senso proprio di un uomo del Dubbio quale con i miei limiti penso comunque di essere). 
Riassumendo:
  • Non è vero che il massone è un uomo libero. Il massone appartiene a quella che loro stessi chiamano una “obbedienza” e pertanto è chiamato a stare “all'ordine” anche se colui che sta sopra di lui nella piramide è un perfetto idiota il cui effettivo livello iniziatico è vicino a quello di un somaro. In teoria l’obbedienza è dovuta solo “se non in contrasto con la propria coscienza” ma in pratica non è cosi e chi non obbedisce viene mobbizzato fino ad arrivare a mettersi in sonno (o se non ubbidisce prima di entrare si becca le palle nere).
  •  La massoneria è una “democratura”. Il Maestro Venerabile non è lì per meriti esoterici ma viene eletto. La politica massonica fa si che chi ambisce a cariche faccia entrare persone a lui fedeli in modo da avere voti nel prossimo futuro. A livello dei Gran Maestri diventa una questione di politica e di affari. Nelle società iniziatiche tradizionali invece il Maestro era tale perché in grado di radunare discepoli che lo riconoscevano naturalmente come tale e lo era a vita. La meritocrazia non trova posto nel Tempio. La piramide si sale per motivi che poco hanno di spirituale. 
  •  La quasi totalità dei massoni è dogmatica. Non è vero che la massoneria è adogmatica, ha solo dogmi diversi rispetto a quelli delle varie chiese. Il primo dogma è quello dell’iniziazione. I massoni pensano che sia “iniziato” solo chi è stato oggetto del loro rituale di iniziazione. Questo a mio avviso non è vero. Iniziato è chi inizia a percorrere un cammino che lo porta a vedere oltre gli schemi mentali predefiniti, non importa come sia arrivato a ciò l’importante è che ci sia arrivato. Il rituale con i suoi simboli PUO’ essere un mezzo per ottenere l’iniziazione ma non è condizione né necessaria né sufficiente ad ottenerla. Grandi scienziati come ad esempio quelli del gruppo della cosiddetta “Gnosi di Princeton” pur rifiutando qualsiasi tipo di iniziazione rituale sono iniziati di livello sicuramente superiore a quello della stragrande maggioranza degli alti gradi della massoneria … ma i massoni per “dogma” non li considerano tali mentre considerano iniziati i loro “fratelli” che hanno subito passivamente il rituale pur non capendone nulla. Sine ecclesia nulla salus … è un dogma comune a massoneria e chiesa cattolica. La massoneria è dogmatica anche perchè propone un “metodo”, tramite i suoi rituali. Da ciòemerge un dogmatismo di tipo riduzionista che poco ha di esoterico e molto di essoterico. La conoscenza iniziatica viene dalla Gnosi e non esiste un metodo valido per tutti per ottenerla. L’essere umano è troppo complesso per potere ridurre ad un metodo la conoscenza di se stesso. 
  •  In massoneria manca il fondamento della trasmissione iniziatica. La trasmissione iniziatica secondo le dottrine tradizionali avviene da Maestro a Discepolo, intendendosi per Maestro colui che essendo un iniziato ha qualcosa di spirituale da trasmettere al Discepolo. Ma per quanto detto sopra…quanti MV sono iniziati? Pochi … il MV è eletto e non per meriti iniziatici nella stragrande maggioranza dei casi. La risposta di alcuni che è l’”Istituzione” a trasmettere l’iniziazione e non il Maestro è un “dogma” del tutto simile a quello della chiesa cattolica con i suoi sacerdoti. 
  •  La “segretezza” è una scusa per agire nell'ombra.  Oggi la segretezza è detta “riservatezza” ma il concetto non cambia di molto. Aveva un senso in tempi di persecuzione inquisitoria della chiesa; oggi è solo un modo per nascondere l’ignoranza di alcuni e per stare nell'ombra da parte di alcuni Maestri che pensano (perdonatemi la battuta) che l’ermetismo sia un modo di sigillare i box doccia! Se un apprendista si azzarda a parlare di Acacia viene ripreso dai “maestri” e richiamato "all'ordine” perché solo i maestri “conoscono l’acacia”… roba da fare rabbrividire anche l’Opus Dei! (altra organizzazione che sta al cristianesimo più o meno come la massoneria sta all'esoterismo, e che infatti con la massoneria ha rapporti molto stretti ai "vertici").  Inoltre tale “riservatezza-segretezza” attrae chi per sua indole delinquenziale preferisce nascondere le sue amicizie e connessioni per potere fare affari più o meno legali lontano da occhi indiscreti. 
  • La massoneria ha inventato la pubblicità ingannevole. Le teorie del NWO & Co. Dipingono la massoneria come una setta che, seppur malvagia, è costituita da personaggi di alto livello e di grande potenza … nulla di più lontano dalla realtà. Poco male se non fosse che in tal modo attira i creduloni malintenzionati, aumentando le capitazioni ma facendola allontanare da ciò che dovrebbero essere i veri scopi di una società iniziatica. 
  •  Una società iniziatica si dovrebbe occupare seriamente di esoterismo. La maggior parte dei massoni che ho conosciuto non ne conosce invece nemmeno l’abc. La stragrande maggioranza dei massoni pensa che conoscere la definizione enciclopedica di un simbolo voglia dire averlo conosciuto (ammesso che conoscano tale definizione enciclopedica … cosa che spesso non avviene)
  •  L’organizzazione massonica porta spesso alla “contro-iniziazione”. Cioè ad un’iniziazione al contrario, che peggiora l’uomo anziché elevarlo. Lotte fratricide per il grembiulino o il posto di primo sorvegliante, MV, Presidente dei MV … GM. Tutto ciò spinge chi entra nei perversi meccanismi della “politica massonica” verso la materialità, il metallo, il potere sugli altri, l’avidità, il complotto. In questo gli alti gradi della massoneria sono veramente maestri … maestri di contro-iniziazione però! 
  • Una società iniziatica dovrebbe essere composta da iniziati. Se non totalmente almeno in prevalenza … cosi per le ragioni di cui sopra non è il caso della massoneria. 
 Detto ciò cosa rimane di esoterico ed iniziatico in massoneria. Come diceva il grande iniziato “non massone” Julius Evola la massoneria ha il merito di avere tramandato un sincresi di simboli derivanti da antiche dottrine, peccato che solo pochi massoni sanno comprendere questi simboli.
Peccato … la massoneria sarebbe una cosa bella se fosse ciò che millanta di essere. Forse una cosa troppo bella per potere esistere nel vuoto di valore della società attuale. Comunque il cammino resta personale e i veri Maestri si trovano quando meno ci si aspetta di trovarli e da loro e non da un club bisogna avere l’umiltà di imparare.
Dixit.
Un Uomo in cammino.

domenica 27 novembre 2011

Cambiamento e stabilità dell'equilibrio




Evolvere è cambiare cercando sempre nuovi equilibri. Per saper cambiare bisogna avere la capacità dinamica di trovare sempre un equilibrio stabile nel mutamento... è questa la cosa più difficile!

di Gandolfo Dominici
 

sabato 26 novembre 2011

L'Uomo, la politica, la conoscenza e la libertà

Stralcio del dialogo tra lo Stratega ed un anziano ufficiale (Luigi Pruneti - Memeorie di Atlantide - Le Lettere , 2005 , pp. 67-68)

[...] L'anziano soldato s'interruppe, poi ricominciò, quasi parlando a se stesso:
- Strano essere è l'uomo, spesso accetta la miseria e il dolore in cambio di un niente. Cosa è, infatti, questo bene che difendono con le unghie e coi denti se non il rifiutare un diverso padrone? Sono forse le nostre leggi più ingiuste delle loro e quale differenza vi è nel mutare esattore? Perchè proteggere l'altrui privilegio? Che cambia per l'allevatore ramingo attanagliato dalla fame, per l'agricoltore piagato dalla fatica?
L'altro [lo Stratega] corrugò la fronten dicendo:
- Importante è il credere, non l'essere, e ovunque è così. E' forse più libero il nostro popolo di quanto non lo fosse questo? I bifolchi si rompono la schiena da mane a sera per vivere un'esistenza stentata e si pensano liberi. Si prostrano e si umiliano ma, quando si recano in Assemblea generale per leggere i magistrati, sciorinano orgoglio e coraggio. Illusi! Blandizie e false promesse li domano, ascoltano rapiti le parole dell'abile incantatore e tornano ai loro tuguri convinti di aver scelto, senza vedere i fili che guidano ogni loro atto. Se, invece, trovano chi con onestà espone progetti fattibili, lo guardano con malcelato sospetto per poi negargli ogni appoggio. Garantisci, rassicura, vantati e sarai rispettato e onorato. Regala il sogno, nascondi il vero e la turba ti seguirà come il gregge il pastore.
- Ciò che dici 
Soggiunse l'altro.
- è vero, purtroppo. Ho visto mediocri ciurmatori, abili solo nei banchetti, infiammare le folle. Più erano modesti, scontati, banali, più ricevevano plausi, quasi che il volgo apprezzasse quel niente che gli stava davanti, sentendolo proprio... Ordunque, solo chi è in alto sceglie ed è, pertanto, libero.
Lo Stratega sembrò riflettere un attimo, poi rispose:
- Non credere... anche chi detiene il comando è un servo, giacché è prigioniero dell'apparenza. il dovere di essere gradito ed amato si rivela un tiranno implacabile. Il sembrare ciò che gli altri desiderano ti costringe in una cella angusta; è l'immagine che conta, non l'essenza e al simulacro devi restar fedele. Alla fine ti immedesimi talmente nel ruolo da smarrire la realtà. Vivi in un mondo fittizio di cui sei schiavo senza saperlo; la tua dimora è un antro di miraggi e di ombre che stolti e adulatori rendono ai tuoi ciechi occhi ancor più saldo e convincente.
[...]

Poi all'improvviso l'anziano riprese:
- Dobbiamo concludere che la libertà non ci appartiene. forse solo la fiera solitaria la possiede. Caccia nelle selve, seguendo la propria natura, e quando le forze l'abbandonano, senza compromessi, muore. L'uomo, che nel numero vede la valenza, smarrisce se stesso e si pasce di illusioni e di servaggio.
Rispose lo Stratega:
- Libero è solo colui che conosce. Come può, infatti, scegliere e decidere chi non sa? Se realtà ed apparenza, menzogna e verità, leggenda e storia sono per lui identici, come potrà separare il frutto dalla foglia? Come riuscirà a distinguere la parola del saggio da quella dell'imbonitore? La verità è, però, una bacca celata nel folto di un roveto. Per spiccarla dal ramo dal ramo bisogna volerla con forza, cercarla in boschi fitti e solitari, tentare vie diverse, soffrire per spire e rovi. Quanto è più facile acquistare drupe variopinte da un sorridente mercante! Perché aggirarsi in lande sconosciute, solo e fra il sospetto dei più, quando puoi avere il rassicurante abbraccio della folla e nasconderti nell'opinione comunemente accettata? Confondersi con gli altri avventori ed insieme, nel gruppo, illudersi che la polpa sia nutriente e sapida, questa è la generale aspirazione.
Si fermò un attimo, quindi concluse veemente:
- Sappi che conoscenza e libertà sono una lega compatta alla quale molti dicono di aspirare, ma che pochi, in realtà, desiderano e, quando si pongono sulla sua via e la vedono erta, subito l'abbandonano preferendo la catena dell'ignoranza e il giogo della menzogna

domenica 20 novembre 2011

La Cattedrale della Scienza


Le teorie sono opere d'arte, però criticabili oggettivamente e questo fatto rende possibile progredire, progredire in senso oggettivo; tutti diamo il nostro contributo all'edificio della conoscenza oggettiva, come artigiani che costruiscono una cattedrale e tutto questo fa parte della grande avventura della vita.
KARL POPPER

giovedì 17 novembre 2011

L'Uomo tra due infiniti



Che cos'è in fondo l'uomo nella natura? 
Un nulla rispetto all'infinito, un tutto rispetto al nulla, un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto. 
Infinitamente lontano dall'abbracciare gli estremi, la fine delle cose e il loro principio gli sono invincibilmente nascosti in un impenetrabile segreto, ed egli è ugualmente incapace di vedere il nulla da cui è stato tratto e l'infinito dal quale è inghiottito.
Che cosa farà allora, se non scorgere qualche apparenza di ciò che è intermedio tra le cose, in un eterna disperazione di poter conoscere il loro principio e la loro fine? 
Tutte le cose sono uscite dal nulla e sono portate verso l'infinito.

BLAISE PASCAL

giovedì 3 novembre 2011

IL CERVELLO EMULATORE DI REALTÀ

Il cervello emulatore di realtà
Il nostro cervello emulatore formula dunque una serie di ipotesi.
Ma non si limita a simulare la realtà, bensì emula un mondo possibile. Suppone per esempio che gli oggetti siano rigidi o trasforma il mondo percepito per renderlo il più simmetrico possibile, a costo di provocare deformazioni (percettive) della realtà fisica. Il cervello fenomenico ha le proprie leggi di interpretazione. Shepard ipotizzava che la percezione fosse un’allucinazione guidata all’esterno. Secondo questo autore, l’immagine mentale e alcune forme di pensiero non sono altro che percezioni simulate interiormente, a livelli di simulazione sempre più astratti.
Il fisico Koenderink si é dedicato allo studio della percezione umana ed è stato tra i primi a ipotizzare che il cervello non elabori le informazioni visive o tattili secondo una geometria euclidea; a suo parere un cervello normale produce allucinazioni: la percezione non è una rappresentazione di un mondo che esisterebbe indipendentemente da noi.
Koenderink scrive:
“Le percezioni non sono nel cervello, né nel mondo, sono nell’esperienza”.
Ecco il motivo per cui le differenze interindividuali sono così accentuate: 
“Le variazioni in funzione dell’osservatore sono considerevoli. Trovo variazioni nella valutazione di profondità di cinque volte in diversi soggetti. Allo stesso modo rilevo differenze d’attitudine nel piano frontoparallelo anche di settanta volte,  uno scarto enorme, che non viene percepito dai soggetti quando commentano l’immagine”.
Queste differenze considerevoli sono legate al fatto che noi cerchiamo di semplificare selezionando ciò che é pertinente per noi nel mondo sensibile in ogni momento, ma anche al fatto che emuliamo una serie di mondi sensibili.
Queste idee sono antiche. Lo scienziato Ernst Mach comincia così il suo trattato di meccanica, pubblicato nel 1883:
“Il più diretto e, in qualche modo, il più importante dei problemi che la nostra conoscenza cosciente della natura dovrebbe permetterci di risolvere è l’anticipazione di avvenimenti futuri in modo che possiamo sistemare i nostri affari presenti in accordo con tali anticipazioni […] e che possiamo trarre previsioni per il futuro […] Formiamo immagini e simboli di oggetti esterni; la forma che diamo loro é tale che le conseguenze necessarie delle immagini nel pensiero sono sempre le immagini delle conseguenze necessarie nella natura delle cose che abbiamo rappresentato. Perchè questa esigenza sia soddisfatta, deve esistere una certa conformità tra la natura e i nostri pensieri”.
Il nostro cervello é decisamente un emulatore di realtà. Un aspetto fondamentale della semplessità è questa attività creativa del cervello, che risolve la complessità del mondo esterno producendo percezioni compatibili con le intenzioni riguardo il futuro, la memoria del passato e le leggi del mondo esterno che ha interiorizzato.
Crea, in fondo, un vero e proprio Umwelt. Che ovviamente ha un prezzo: l’errore.

Alain Berthoz – La Semplessità – Codice – 2011 – pp.56-57

mercoledì 2 novembre 2011

Il Mattino dei Maghi

"Bisogna palpare, esaminare i frutti-trappola, poi ritirarsi con destrezza.Soddisfatta una certa curiosità, conviene riportare agilmente l'attenzione sul mondo in cui siamo, riconquistare la nostra libertà e la nostra lucidità, riprendere il nostro cammino sulla terra degli uomini alla quale apparteniamo.Ciò che importa è vedere in quale misura lo svolgimento essenziale del pensiero detto tradizionale s'incontra con il movimento del pensiero contemporaneo. La fisica, la biologia, le matematiche, nei loro punti estremi, confermano oggi certi dati dell'esoterismo, s'incontrano con certe visioni del cosmo, dei rapporti dell'energia e della materia, che sono visioni ancestrali.Le scienze di oggi, se ci accostiamo a esse senza conformismo scientifico, dialogano con gli antichi maghi, alchimisti, taumaturghi.
Si sta svolgendo sotto i nostri occhi una rivoluzione, e si tratta di un nuovo insperato connubio della ragione, al vertice delle sue conquiste, con l'intuizione spirituale.
Per gli osservatori veramente attenti, i problemi che si pongono all'intelligenza contemporanea non sono più problemi di progresso. Già da alcuni anni la nozione di progresso è morta. Sono problemi di cambiamento di stato, problemi di trasmutazione.
In questo senso, gli uomini chini sulla realtà dell'esperienza interiore procedono nel senso dell'avvenire e danno concretamente la mano agli scienziati di avanguardia che preparano l'avvento di un mondo che non ha nulla in comune con il mondo di pesante transizione in cui viviamo ancora per alcune ore"
Louis Pauwels - Il Mattino dei Maghi - p. 27

martedì 1 novembre 2011

Elogio dell'ombra (...verso il centro)


Dal Sud, dall'Est, dall'Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato 
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
Ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

da J.l. Borges - Elogio dell'ombra.

domenica 30 ottobre 2011

La rosa di Paracelso di J. L. Borges


La rosa di Paracelso

di J.Luis Borges
 
Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo.
Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l’athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta. Insonnolito, l’uomo si alzò, salí faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l’altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola.
Il maestro fu il primo a parlare.
“Ricordo volti d’Occidente e volti d’Oriente”, 
disse, non senza una certa enfasi. 
“Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?”
“Il mio nome non ha importanza”, 
replicò l’altro.
“Ho camminato tre giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni.”
Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte, e d’oro. Lo fece con la mano destra.
Paracelso, per accendere la lanterna, aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò, notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò.
Si chinò, giunse le estremità delle dita, e disse: 
“Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offri oro. Non è l’oro ciò che cerco, e se è l’oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo.”
“L’oro non mi interessa”, 
rispose l’altro.
“Queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra.”
Paracelso disse lentamente:
“La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta.”
L’altro lo guardò con aria diffidente. Disse, con voce chiara:
“Ma, esiste una meta?”
Paracelso si mise a ridere.
“I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario, e mi accusano di essere un impostore. Non do loro ragione, ma non è impossibile che io sia un illuso. So che esiste una via.”
Vi fu una pausa, e l’altro disse:
“Sono pronto a percorrerla con te, anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare il deserto. Lasciami intravedere almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l’accesso. Ma prima di intraprendere il viaggio, io voglio una prova.”
“Quando?” 
disse paracelso, con inquietudine.
“Subito”, 
rispose il discepolo con brusca determinazione.
Avevano iniziato la conversazione in latino, ora parlavano in tedesco.
Il giovane levò in alto la rosa.
“Affermano”, 
disse, 
“che tu puoi bruciare una rosa e farla rinascere dalle ceneri, per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che ti chiedo; poi la mia vita sarà tua.”
“Sei molto credulo”, 
disse il maestro. 
“Non so che farmene della credulità; esigo la fede.”
L’altro insistette.
“È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l’annientamento e la resurrezione della rosa.”
Paracelso l’aveva presa in mano, e parlando giocherellava con essa.
“Sei credulo”, 
disse. 
Tu dici che io sono capace di distruggerla?”
“Nessuno è incapace di distruggerla”, 
rispose il discepolo.
“Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d’erba?”
“Non siamo nel Paradiso”, 
disse ostinato il giovane; 
“qui, sotto la luna, tutto è mortale.”
Paracelso si era alzato in piedi.
“E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall’ignorare che siamo nel Paradiso?”
“Una rosa può bruciare”, 
disse il discepolo in tono di sfida.
“V’è ancora del fuoco nel camino”, rispose Paracelso. Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l’abbiano consumata, e che sia la cenere a essere reale. Io ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo.”
“Una parola?” 
disse stupefatto il discepolo. 
“L’athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che farai per farla rinascere?”
Paracelso lo guardò con tristezza.
“L’athanor è spento”, 
ripeté, 
“e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti.”
“Non oso domandare quali”, 
disse l’altro con malizia o con umiltà.
“Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l’invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che ci insegna la scienza della Cabala.”
Il discepolo disse freddamente:
“Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e la ricomparsa della rosa. Poco m’importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi.”
Paracelso rifletté. Infine disse:
“Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un’apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa.”
Sempre diffidente, il giovane lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse:
“E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare simile dono?”
L’altro replicò, tremando:
“So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo, in nome dei molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi.”
Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggìo e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po’ di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo.
Paracelso era rimasto impassibile. Disse con strana semplicità:
“Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà.”
Il giovane si sentì pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario, e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane.
Si inginocchiò, e disse:
“Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa.”
Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto. Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c’era nessuno?
Lasciare le monete d’oro sarebbe stata un’elemosina. Le riprese uscendo.
Paracelso l’accompagnò ai piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto.
Entrambi sapevano che non si sarebbero rivisti mai più.
Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consunta, raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce. La rosa risorse.