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martedì 24 maggio 2011

La leggenda di Hiram e il Tempio di Salomone

Quale era il legame tra Hiram e il Tempio di Salomone?
Vediamo ora cosa legava i due grandi uomini, il motivo della costruzione del Tempio e le vicissitudini che hanno portato l’architetto alla corte del Re di Israele.
 La storia narra che Salomone era stato incaricato dal padre, insieme ad una squadra formata da soldati scelti, di custodire e proteggere nel suo peregrinare (che simboleggia il cammino dell’Uomo alla ricerca di Dio) il bene più prezioso dei tabernacoli, l’Arca dell’Alleanza.
Il Re Davide in punto di morte trasmise al figlio il suo testamento:
 "Ti lascio il mio regno, Salomone, quello che dio mi ha affidato e di cui mi sono mostrato indegno. La morte e la corda che e stata tagliata dalla sua mano, il picchetto strappato, la tenda trascinata via dal vento del deserto. La mia anima è pronta ad attraversare il cielo per comparire davanti al mio giudice. Ho combattuto e ho vinto. Che quest’epoca sia finita per sempre. Tu che porti il nome di Salomone, “a lui la pace”, perseguila su questa terra. Fa che sia il legame tra Israele e il cielo. La mia corona è macchiata di sangue. Teste tagliate giacciono ai piedi del mio trono, è per questo che non ho potuto costruire la casa del Signore. Assolvi tu questo compito, figlio mio. Cerca incessantemente la saggezza, quella che fu creata prima delle origini, prima che nascessero il mare e i fiumi, prima che s’innalzassero le montagne, che ci fosse una differenza tra il giorno e la notte, prima che la luce uscisse dal caos e che i cieli fossero saldamente stabiliti. E’ con la saggezza che Dio misura l’universo, con essa creò la Terra, grazie ad essa tracciò i sentieri percorsi dagli astri, senza di essa non costruirai nulla.”.


Il Grande testamento lasciato da Davide a Salomone includeva in sé il desiderio di unire tutte le tribù di Israele, motivo per cui Davide aveva dovuto più volte usare la violenza per sedare le varie guerre interne; violenza certamente non accetta a Dio e che quindi non gli consentì di costruire il grande tempio per l’unico e vero Dio: Yahweh.
Salomone era consapevole del fatto che, pur egli possedendo grandi ricchezze, il suo popolo era costituito esclusivamente da nomadi che si dedicavano alla pastorizia ed all’agricoltura, i quali, per ripararsi, sapevano esclusivamente costruire baracche di fango e paglia; dimora che sarebbe stata certamente indegna per un luogo sacro.
La stessa “reggia” di Davide, non era altro che una grande casa di paglia e fango arredata molto miseramente.
Salomone nominò consigliere colui che era stato già consigliere di suo padre: Elihap.
Elihap era di origine egiziana e fu introdotto a corte grazie alla sua conoscenza di numerose lingue. Fu Elihap, conscio dei limiti costruttivi del popolo di Israele, a suggerire a Salomone di rivolgersi al Faraone d’Egitto, Siamon, il quale gli avrebbe potuto indicare un buon architetto.

L’Egitto era ormai in decadenza in quell’epoca, dunque il faraone vide di buon occhio la possibilità di stringere un’alleanza con il confinante Israele.
Siamon diede in sposa sua figlia Nagsara a Salomone e scelse il miglior maestro della “Casa della Vita”, luogo dove si formavano i costruttori egiziani per inviarlo in Israele. Non tutti erano d’accordo quindi si decise di non ufficializzare la cosa e di non far sapere che il maestro inviato fosse egiziano.
La scelta ricadde su Horemheb, adepto di circa trent’anni, con una fronte larga ed una muscolatura possente. Era stato apprendista a dodici anni, aveva passato la sua adolescenza nei cantieri di Karnak ed era diventato maestro d’opera tre anni prima, approfondendo l’arte studiando i trattati di Imhotep, il più grande degli architetti egiziani.
Il faraone, che aveva lasciato libera scelta a Horemheb, gli ordinò di scendere nelle sale sotterranee all’edificio e di prendere gli oggetti rituali che vi erano stati depositati molti secoli addietro.
Prima di partire per Gerusalemme il faraone lo abbracciò e gli disse:
“D’ora in avanti tu ti chiamerai Hiram, provieni da Tiro, non sei egiziano e dovrai credere nell’unico Dio, quello degli ebrei.”


Hiram pur di dare continuità all’opera dei costruttori, acconsenti e parti per il lungo viaggio verso Gerusalemme.
Dopo numerose peripezie, Hiram giunse al cospetto del grande Re Salomone, che gli disse:

- Benvenuto nel mio paese Maestro Hiram.


Hiram non rispose ed allora il Re lo incalzo:


- Siete di poche parole.


Hiram rispose:


- Io amo il silenzio Signore, il mio regno e quello della pietra e del legno.


Salomone chiese, da dove vieni?


- Da Tiro. il Re, per cui lavoravo, mi ha detto che cercavi un architetto.


Salomone era impressionato dallo sguardo di fuoco di quell’uomo possente con la capigliatura nera, le sopracciglia spesse ed il naso diritto che conferivano al suo viso un’espressione di severità.


Salomone chiese ancora a Hiram:


- Qual è la tua scienza?


Hiram rispose:


- L’arte del disegno.

- a che ti serve?

- a tagliare le pietre, a metterle insieme e sollevarle in modo che siano sistemate senza bisogno di rifiniture, e che l’edificio resista nel tempo..

- Accetteresti di rivelarmi quest’arte?

- No, Signore. O m’ingaggi dandomi pieni poteri sul mio cantiere, o me ne vado.

- Non e un linguaggio diplomatico Maestro Hiram.

- Non lo sono e non ho intenzione di diventarlo.


Il rapporto che s’instaurò tra i due grandi uomini non fu sempre pacifico, ma fu improntato comunque al massimo rispetto reciproco.
Salomone era spinto alla costruzione del tempio da motivi politico-religiosi, per unire le tribù di Israele, il tempio sarebbe stato molto utile allo scopo.
Hiram invece era concentrato nella costruzione del tempio in quanto il Tempio stesso era l’espressione più elevata della spiritualità dell’uomo, e nel Tempio avrebbe trovato la prosecuzione di quell’opera infinita che e il perfezionamento dell’essere umano.

Le risorse di Salomone, seppure ingenti, furono ritenute insufficienti dal Maestro Hiram il quale si offrì di intercedere presso la Regina di Sabanel cui regno si producevano grandi quantità di oro, per favorire uno
scambio commerciale che avrebbe portato risorse e oro in Israele.
Salomone, venuto a conoscenza della facilita con cui Hiram aveva ottenuto i favori dalla Regina di Saba, rimase stupito e interrogo in tal senso l’architetto:


- Chi sei realmente, Maestro Hiram?

- Un artigiano diventato esperto del suo mestiere.

- Come posso crederti, dopo quel che e successo? Come è possibile che un semplice operaio sia riuscito ad ottenere una missiva della Regina di Saba, che annuncia il prossimo invio di un carico di oro rosso?

- Grazie all’amicizia, Maestà. La nostra confraternita è più potente di quanto immagini. La regina vuole uno splendido palazzo e un tempio dal disegno perfetto. Per questo colma di onori il suo architetto che per me è come un fratello. Ha prestato attenzione alla mia richiesta ed è intervenuto presso la sovrana di cui e anche primo ministro.

Il soggiorno di Hiram in Israele fu comunque un continuo viaggiare, anche in terre lontane, per la ricerca dei materiali pin idonei alla costruzione del Tempio.
A Saba, sulla cima di una delle numerose montagne aurifere Hiram fu iniziato all’arte del disegno.
Un giorno Hiram scavò per terra con l’aiuto di una pietra appuntita. Gesti lenti, precisi, efficaci. La coppa con lo scettro d’oro uscirono dal terreno friabile dove Hiram aveva preso la precauzione di nasconderli prima di stabilirsi a Gerusalemme.
Come confessare a Salomone che questi simboli erano stati offerti secoli prima al faraone Cheope dalla prima regina di Saba, all’epoca della costruzione della grande piramide?

La sovrana di Saba, che venerava il sole come il faraone, aveva deciso di dare il suo contributo alla costruzione di quella meraviglia dell’universo, pertanto aveva deposto nella camera bassa della grande piramide lo scettro di Saba e, sotto la sfinge, una coppa contenente la rugiada del

primo mattino del mondo. Erano questi gli oggetti che il faraone Siamon aveva affidato a Hiram, prima che partisse dall’Egitto Erano gli oggetti che l’architetto doveva porre nelle fondamenta del tempio di Salomone, affinché questo si fondasse sull’antica saggezza.

Salomone, venuto a conoscenza del fatto dallo stesso Hiram, aveva accettato purché il tempio fosse eretto.
Quel giorno, Salomone e Hiram giunsero ai piedi della roccia sulla quale sarebbe dovuto sorgere il tempio.
L’architetto mostrò al Re lo scettro e la coppa e poi con un trapano scavò una cavità dove depositò i preziosi oggetti e richiuse.
Ad eccezione di Salomone e dell’architetto nessuno avrebbe saputo che l’embrione del tempio di Yahweh era il sole di Saba.
A parte Hiram nessuno avrebbe saputo che l’Egitto era la madre del più grande santuario di Israele, che il dio nascosto tanti secoli prima nella piramide resuscitava in Yahweh.
Salomone tratteneva a stento la sua emozione, secondo i libri sacri che aveva consultato, il luogo scelto da Hiram corrispondeva perfettamente alla porta del mondo segreto.
Il lavoro proseguiva con i preparativi e Hiram proseguiva nel suo compito: edificare un tempio che sarebbe stato quello di Yahweh, ma con un’architettura, un arredamento ed una simbologia che riprendevano quelle dei templi egiziani.


"Trascrivere senza tradire, trasmettere senza divulgare, incarnare il Cielo sulla Terra".

Hiram rimaneva nell’ombra, il lavoro lo assorbiva. Dovette formare dei bravi operai, con la speranza di farne degli artigiani scelti di cui presto avrebbe avuto bisogno. Era infatti impossibile, in Israele, trovare apprendisti pazientemente addestrati come in Egitto.
Hiram cercava caratteri forti, equilibrati, ricettivi che in pochi mesi avrebbero dovuto apprendere i rudimenti di una scienza che gli adepti di solito imparavano in diversi anni.
Era l’aspetto più difficile dell’ impresa: costituire una confraternita di praticanti sul luogo stesso del loro apprendistato.
L’architetto finì di compilare una lista che comprendeva una  cinquantina di nomi: quelli degli apprendisti che avrebbero iniziato la conoscenza delle leggi necessarie alla creazione del tempio, all’uso degli arnesi e alla posa della pietra.
La stava rileggendo quando senti qualcuno che tentava di forzare l’accesso nel laboratorio di Disegno. Era il suo servo ebreo che, lanciandosi in una lunga supplica, gli chiese di entrare a far parte della confraternita.
Hiram allora gli disse:


- Se vuoi entrare nel cantiere, dovrai sottoporti ad una prova.

- La mia vita .... . sarà minacciata?

- E’ pericoloso ammise Hiram

- Ma io sono il tuo servo, mi aiuterai?

- Le regole del cantiere me lo proibiscono.

- Questa prova .... è indispensabile?

- Indispensabile, rispose Hiram


Hiram bendò gli occhi del servo, e lo introdusse nella sala delle prove dove vi era un’asse sottile di legno appoggiata su due blocchi cubici, accatastati uno sull’altro.
Tra mille difficoltà e forti paure il servo supero la prova.
Tu sarai i miei occhi e le mie orecchie  disse Hiram, circolerai dappertutto, osserverai, ascolterai. Non devi sentirti una spia.
Per ordine di Hiram, il suo servo contatto uno per uno gli operai che l’architetto aveva messo nella lista, comunico loro una parola d’ordine: 
“La mia forza è quella del Maestro”, 
e li riunì nella sala delle prove. Gli operai si sedettero sul pavimento della sala, non prima di aver prestato il giuramento che non avrebbero riferito ad alcuno quanto avrebbero visto e sentito, pena la morte.
Hiram insegnò loro a tracciare i segni della confraternita dei costruttori.
Poi fece si che prendessero coscienza che il corpo umano era costruito secondo proporzioni geometriche, che testimoniavano l’azione di un architetto divino.
Infine comunicò loro i primi precetti del codice dei costruttori: lavorare per la gloria del Principe creatore, non cercare benefici personali, privilegiare l’interesse della confraternita, saper tacere, rispettare gli arnesi come esseri viventi.
Quando s’innalzarono le prime colonne, Hiram capi che i suoi apprendisti avevano assimilato i precetti elementari dell’arte di costruire.

Cosi chiamò i migliori apprendisti nel laboratorio di Disegno, e li iniziò alla scienza dei praticanti, che avrebbe consentito loro di innalzare muri e ripartire armoniosamente i blocchi perfettamente tagliati. Indossando un
grembiule bianco, pulito con cura al termine di ogni giornata di lavoro, gli adepti prestarono giuramento di non rivelare nulla né agli apprendisti né ai profani.
Dopo cinque giorni e cinque notti d’insegnamento, i praticanti erano colmi di un sapere che superava il loro intelletto e provavano verso il Maestro Hiram una gratitudine che nessuna parola poteva esprimere. La fraternità che li legava a lui aveva il fulgore del sole estivo.
Prima di ogni giornata di lavoro, gli apprendisti formavano una prima colonna silenziosa, i praticanti una seconda.
Uno alla Volta, si presentavano al cospetto di Hiram e gli sussurravano all’orecchio la parola d’ordine corrispondente al loro grado.
L’architetto la cambiava pin volte durante il mese, scoraggiando cosi ogni tentativo di frode.

Durante i lavori, Hiram realizzava con le proprie mani nude un profondo cunicolo nella roccia, dove, alla fine, ricavò una stanza cubica completamente oscura.
Il Maestro lavorava senza sosta per terminare la sala sotterranea, cui aveva assegnato le proporzioni di un cubo, dove sul fondo aveva creato una nicchia, come la camera mediana delle piramidi; e una specie di scala verso il cielo che l’adepto percorreva muovendo dal cuore della terra e dal centro della pietra, oltrepasso un numero infinito di porte, visibili e invisibili, che lo avvicinavano alla luce dell’origine.

Un giorno Hiram, al momento della paga, scelse nove praticanti ai quali non consegno il salario e chiese loro di attendere, poi li condusse fino alla stanza cubica oscura, stando attento che nessun altro si avvicinasse.
Una volta raggiunto  il luogo, dopo il tortuoso budello di pietra, si disposero in cerchio attorno all’architetto che, togliendo una pietra scorrevole e perfettamente mimetizzata, fece apparire il cubito e la canna di sette palmi.


“Ecco gli strumenti dei Maestri”


rivelò Hiram,


“Con questi, voi calcolerete le proporzioni del tempio. Vi insegnerò i Numeri che creano la natura in ogni istante, e il cui segreto è trasmesso dalle pietre tagliare. Ma prima dovete morire a questo
mondo.”


La paura si impadronì dei prescelti, ma il desiderio di accedere al nuovo mistero fu più forte.
Hiram offrì a ogni praticante una coppa di vino.


“Se siete degni di diventare maestri, questa bevanda vi darà la forza per affrontare le prove. Ma se avete mentito, se avete tradito, se le vostre parole non sono state pure, morirete all’istante.”


“Bevete!”


ordinò Hiram.


I praticanti ubbidirono. Uno di loro sentì un bruciore atroce nel petto, al punto di credere che una morte terrificante stesse per sopraggiungere. Ma il malessere svanì. Gli altri erano rimasti in piedi. Si guardarono l’un l’altro, felici di aver superato la prova.


"Stendetevi a terra con gli occhi rivolti verso la volta di pietra"


Hiram tolse il grembiule ai praticanti e con questo coprì loro il viso.


“Voi non appartenente più all’universo degli uomini ordinari. In voi si affrontano la vita e la morte, allo scopo di far morire la morte e vivere la vita. Il vostro passato non esiste più. Voi fate parte del tempio del futuro. Siete servitori dell’Opera. Nessun altro maestro potrà imporvi la sua legge. Con la regola della confraternita di cui sono depositario, vi inizierò al ruolo di maestro.”


Hiram posò la canna sui corpi distesi. Dalla testa ai piedi, questa linea diventa il loro asse, attorno al quale d’ora in poi si sarebbe costruita la loro esistenza. Così Hiram trasmise loro l’iniziazione che aveva ricevuto: la
potenza della regola del maestro d’opera, in cui erano iscritte le proporzioni che avrebbero creato il tempio come un essere vivente.
Un piacevole torpore si impadronì dei praticanti. Non era sonno, ma un’estasi illuminata da un sole arancione, che brillava molto al di la del soffitto della grotta. Questa non era più una barriera di pietra, ma un cielo stellato dove la luce del giorno risplendeva in piena notte. Avevano l’impressione di muoversi fuori da loro stessi, come liberati dal peso del corpo. E sentivano la voce di Hiram che rivelava loro i segreti e i doveri dei
maestri.
Hiram, dopo averli fatti alzare, consegnò ai nuovi maestri una canna lunga cinquantadue centimetri, che era la chiave per la costruzione del tempio, e fasciò intorno ai loro fianchi il nuovo grembiule in pelle rossa, quale segno distintivo per il loro grado.


“Abbiamo attraversato la morte?”


domandò uno degli adepti.



“l’ambizione personale si è spenta” 


rispose l’architetto


“Al mio fianco e ai miei ordini, d’ora in poi agirete per trasformare la materia in pietra di luce.
Quel che e morto in voi è il vostro aspetto perituro, il vostro egoismo, la vostra piccolezza. Oramai assumerete la funzione di capomastri e insegnerete ai praticanti e agli apprendisti. Sarete voi a sorvegliare i cantieri e a chiamare al lavoro gli uomini della corvè, se il loro aiuto si rendesse necessario.”


Passava il tempo e la costruzione del tempio diveniva sempre più problematica, prolungando di conseguenza quello che Hiram considerava un esilio.
Gli uomini della corvè si lamentavano e vedevano in Hiram l’unico responsabile delle loro condizioni di vita.
Salomone, per cercare di placare il malcontento, aveva dovuto aumentare la paga, svuotando le sue casse più velocemente del previsto.
Il lavoro, nonostante le difficoltà nel gestire quasi 180.000 uomini, procedeva senza sosta.
Un bel giorno Hiram avvolse il papiro che conteneva il progetto del tempio.
Tenendolo tra le braccia si diresse all’estremità della roccia, proprio dove si sarebbe innalzato il Sancta Santorum. Poi incendiò  quei fogli. Non aveva più bisogno dei disegni. Tra le fiamme sarebbero spariti i segreti delle proporzioni e delle misure, destinate a sopravvivere soltanto nella sua memoria.

L’edifico era diventato la mente dell’architetto, la sua sostanza. Non avrebbe commesso errori guidando maestri e praticanti nello sviluppo del piano di costruzione.
Quando il tempio era a buon punto, il giorno della festa della tosatura delle pecore, che si celebra all’inizio dell’estate, Salomone, approfittando del cantiere deserto, riuscì a raggiungere il laboratorio di Disegno di
Hiram, dopo aver imposto il suo rango all’unico sorvegliante presente, il copritore esterno.
Sulla soglia, una porta in granito in modello ridotto. Sul frontone, vi era l’iscrizione


“TU CHE CREDI DI ESSERE SAGGIO, CONTINUA A CERCARE LA SAGGEZZA”.


Sul soffitto, stelle a cinque punte alternate con soli alati. Sul pavimento una cordicella con tredici nodi che circondava un rettangolo argentato.
Negli angoli della stanza, vasi che contenevano squadre, cubiti e papiri coperti di segni geometrici. Sul muro infondo, una seconda iscrizione:


“NON TI OCCUPARE DEI BENI TERRENI, LA’ DOVE TI PORTANO I TUOI PASSI, SE SEI GIUSTO, NIENTE TI MANCHERA’”.


Era chiaro che Hiram, ben sapendo della curiosità di Salomone e della sua influenza anche sugli operai, aveva voluto dargli una lezione.
La vanità di qualsiasi tiranno ne sarebbe stata crudelmente ferita, invece Salomone visse la prova con il sentimento di appartenere oramai a una confraternita che, invece di attenuarlo, esaltava in lui l’amore per la
saggezza.


“Il Tempio è pronto”


annunciò un giorno Hiram.


“Per più di sei anni la mia confraternita si è dedicata all’Opera. Che oggi ti viene affidata Re di Israele.”


Salomone si alzo e in compagnia di Hiram attraversò il cortile, entrando nell’area sacra, imboccando il passaggio che collegava la dimora del re a quella di Yahweh.
Si fermarono davanti a due colonne di bronzo, alte dieci metri che sostenevano dei capitelli anch’essi di bronzo decorati con melagrane.


“Queste colonne sono cave, disse Hiram, e non contengono altro che i frutti che contengono le mille e una ricchezza della creazione”


Hiram pensava all’albero che aveva protetto il corpo di Osiride.
Per chi si dirigeva verso il santuario le due colonne avrebbero annunciato la necessità di morire al mondo delle apparenze, il passaggio attraverso il fusto verticale per rinascere sotto forma di melagrana e poi sbocciare come un frutto maturo nello splendore del sacro.
Salomone si accostò alla colonna di destra e vi impose il suo sigillo:


“Dio stabilirà qui il suo trono per sempre. Per questo ti nomino JAKIN. (fondatore).”


Poi fece lo stesso con la colonna di sinistra.


“Nella Forza di Dio, che il re sia contcnto! Per questo ti nomino BOAZ (forza)”.


Con il suo genio Hiram rendeva possibile il ritorno al paradiso, la cui porta era rappresentata dalle due colonne. In tutte le sale del Tempio, Hiram aveva trasposto le sale del tempio egiziano che precedcvano il santuario segreto.
La prima sala fu nominata da Salomone l’”ulam” “quello che è davanti”, in quella sala si sarebbero purificati i sacerdoti.
Nella seconda sala, Salomone vide un triangolo scolpito nell’architrave, per terra il pavimento di legno, al cui centro vi era un grande candelabro a sette braccia, in cui la luce simboleggiava il mistero della vita nello spirito.

L’ultima stanza buia, era la camera del Sancta Sanctorum, mai visibile ai profani. Dove potevano entrare solo il Re c il sommo sacerdote.
Il pavimento era rialzato secondo alla simbologia egiziana per cui la volta celeste si abbassava a poco a poco e il suolo terrestre si alzava verso di essa ricongiungendosi all'infinito. Qui Salomone sarebbe venuto per
meditare sulla saggezza.
Sul sagrato, non ancora lastricato, vie erano due personaggi alati alti cinque metri con capo di uomo ed il volto di Salomone, rassomiglianti alle sfingi che sorvegliavano i viali che portano ai templi egiziani.
Salomone volle che queste statue fossero poste nel Sancta Sanctorum per proteggere l’Arca dell’Alleanza,. Esse incarnavano il soffio di Dio che librandosi in volo, conducono le anime dei giusti.

Il Re voleva inaugurare la grande opera subito, ma Hiram gli fece notare che mancavano il sagrato e gli edifici attigui, ritenuti essenziali per completare il Tempio.
Fu a questo punto che alcuni apprendisti corrotti dal Sommo sacerdote  credettero che il loro stato di indigenza fosse colpa di Hiram. E decisero dunque di ribellarsi al loro Maestro, chiedendo condizioni di vita migliori e un aumento del salario.
Hiram però, forte della sua saggezza, riuscì ad evitare la sommossa ed anzi fece destituire il responsabile della corvè: Geroboamo, stretto collaboratore di Salomone che ambiva alla successione al trono, mettendo
in cattiva luce il Re con i sacerdoti.
Hiram tornò al suo lavoro per completare l’opera costruendo una grande vasca in bronzo all’esterno del Tempio, sostenuta da dodici buoi, tre per ogni punto cardinale.
L’enorme vasca celebrava il sacro lago di Tanis dove, all’alba, i sacerdoti egizi si purificavano prima di prelevare un pò d’acqua, che sarebbe servita a consacrare i cibi offerti agli Dei.
I bordi della grande vasca avevano la forma di petali cosi da simboleggiare il grande fiore di loto nascente dalle acque primordiali, sul quale si era levato il sole del primo mattino.

Il Tempio era sorto. Hiram, aveva dato corpo all’ambizioso progetto di Salomone.
Il rito per l’inaugurazione cominciò.
Hiram, il sommo sacerdote e la regina composero un triangolo il cui centro era il Re di Israele. Attorno a loro, i sacerdoti. Salomone a questo punto accese il fuoco del sacrificio, con il rituale della prima volta, la fiamma, che non si sarebbe più spenta, sembro giungere al cielo.
Il sommo sacerdote Sadoq voleva conservare il Tempio a condizione di eliminare il trio malefico che  a suo dire trascinava Israele alla rovina: un architetto ambizioso, una regina empia e un re onnipotente.

Hiram, conclusa la sua opera, si apprestava a disperdere gli adepti, e tornare trionfalmente in Egitto.
Nel contempo il Faraone aveva inviato un messaggero, la cui missiva recava la disposizione di che invitata l’architetto a rimanere nella terra straniera per terminate l’opera di trasformazione del popolo ebreo.
Hiram dunque riprese il lavoro con una lena mai vista, trasformando Gerusalemme, costruendo case, stalle, aveva cantieri aperti sul tutto il territorio allora conosciuto.
Salomone, avendo visto Hiram nudo mentre curava il suo corpo ferito dalle pietre taglienti, scopri che l’architetto era circonciso, caratteristica questa riservata agli ebrei o agli egiziani di alto rango, come era Mosè.
Salomone si scaglio contro il Maestro, accusandolo di averlo ingannato, nascondendogli la sua vera identità, venendo nel contempo assalito da dubbi atroci.


“Come ho potuto acconsentire che un egiziano costruisse il Tempio consacrato all’unico Dio, Yahweh? Non avrai collocato nelle mura del santuario qualche segreto pagano che lo snatura?”.


Hiram rispose:


“Non cerchi la saggezza Maestà? Ignori che essa è la luce nascosta nel cuore dei templi egiziani? Amon o Yahweh. i nomi dell’unico vero Principe cambiano, Lui regna. La saggezza è irraggiamento, non dottrina.”


Salomone che fino ad allora aveva contrastato le dicerie contro Hiram cominciava ad avere dei dubbi: se Hiram fosse un uomo diverso da quello che lui conosceva, un ambizioso, un sovrano che taceva il suo nome?
I dubbi lo rendevano pensieroso e intollerante, fatto che non sfuggi al sommo sacerdote il quale, ne approfittò.
Il sommo sacerdote, che aveva visto nel forte legame tra Salomone e Hiram, un pericolo per l’affermazione della religione monoteista, incarico l’ex capo della corvè di eliminare di Hiram, cosi lui avrebbe potuto detronizzare Salomone. Geroboamo venne a sapere che tre praticanti, un muratore siriano, un carpentiere fenicio e un fabbro ebreo, avevano sollecitato una promozione a maestro, ma gli era stata rifiutata da Hiram. Li fomentò dunque ad ottenere la parola d’ordine dei maestri, cosi da impadronirsi del grande potere di Hiram.


Il Maestro Hiram fu assassinato dai tre rinnegati, con gli arnesi da lavoro, e sotterrato fuori da Gerusalemme nel punto dove, la mano dell’ebreo, guidata da un grandissimo rimorso, spezzo un ramo basso di acacia e lo piantò nella terra che copriva le spoglie.
Contemporaneamente era morta anche la sposa di Salomone, Nagsara, figlia del faraone Siamon.
Tale fatto fece infuriare il Re il quale, addebitando a Hiram la cattiva sorte del la regina, e lo convocò. Fu allora che il Salomone scopri che anche l’architetto era morto, quindi, con i nove maestri, era andato alla ricerca del corpo di Hiram, che fu ritrovato nella valle del Cedron, accanto al ramo di acacia.
Quando le spoglie furono riesumate, l’architetto era rilassato, quasi sorridente, il suo stesso sangue disegnava una sorta di grembiule di porpora, come quello in cuoio che usava durante i lavori.


“Il Maestro Hiram riposerà nelle fondamenta del suo tempio, sotto il Sancta Santorum”


decise Salomone.


Il tempo passava e il rimorso, accompagnato dalla solitudine, divorava Salomone, il quale aveva perso la fede in Yahweh, rivolgendo le sue preghiere a tutte le divinita straniere, sperando che una di queste gli concedesse la serenità.
All’inizio della primavera Salomone intuì che sarebbe stata l’ultima . Uscì dal palazzo e si diresse verso il tempio dove non era più entrato da moltissimi anni. Da solo, nel Sancta Sanctorum vide il futuro.
Un futuro di guerre, in cui le tribù di Israele si sarebbero nuovamente straziate, eserciti sanguinari avrebbero invaso il paese e il santuario di Yahweh sarebbe stato saccheggiato e distrutto. Un futuro in cui la terra promessa sarebbe stata governata da uomini deboli, esecutori di una politica miserabile, che avrebbero cercato di soddisfare solo i loro più bassi istinti.
Salomone capi che, alla sua morte, la grande opera sarebbe andata distrutta. Niente gli sarebbe sopravvissuto. Il re allora depose la sua corona e il suo scettro, si tolse il mantello, discese lungo il sentiero
che conduceva alla valle del Cedron e si diresse verso il deserto. Lungo la strada ruppe un ramo con cui si fece un bastone. Salomone aveva deciso di vagare in solitudine, fimo a quando non gli si fosse manifestato un
segno di Dio.
Quando il cuore cedette il vecchio sovrano si fermo preso un’acacia in fiore. Dio non gli aveva mai parlato, ma nello sfavillio della primavera distinse i contorni di un volto immenso, largo come la terra, alto come il cielo; era il volto del Maestro Hiram, austero e sorridente. Hiram gli perdonava il suo tradimento. Lo aspettava dall’altro lato della notte.
Salomone si appoggio all’acacia e si addormentò nella luce.