Visualizzazioni totali

giovedì 19 maggio 2011

La Tradizione Isiaca della Grande Madre

Tendiamo a parlare di tradizione “Isiaca” della Grande Madre, poiché siamo portati a ritenere ed a riscontrare come la cultura misterica sviluppatasi nel bacino del Mediterraneo assuma la figura della Dea Iside come prototipo manifesto della madre  celeste, generatrice di un figlio luminoso, guida dei popoli e delle nazioni.

In realtà, approfondendo l'argomento, la questione appare assai più complessa, con mitologie  che narrano di figure archetipali sempre più antiche e con racconti che rinviano a mitologie, simili od  assimilabili a quelle oggetto del nostro studio,  ma comunque diverse, fino a doversi perdere in terre mesopotamiche, mediorientali, iraniche, senza poterne venire veramente a capo. 
Ecco allora che nasce l'esigenza di trovare non solo un metodo di ricerca e di studio che ci possa supportare, ma anche un principio guida che possa segnare dei termini sicuri lungo questo interessante ma faticosissimo 
percorso. 
Tale metodo e principio non può che  essere segnato dall'evoluzione del principio primigenio della Magna Mater quale generatrice cosmogonica, sotto varie forme e con molteplici aspetti, ma sempre e comunque madre e sposa del principio originario maschile, in tutti i piani dell'emanazione, in ogni angolo dell'Universo. 
La mitologia egizia, vicina al nostro  sentire e, comunque, progenitrice di ogni mitologia mediterranea, ci fornisce un significativo punto di partenza.  

Proviamo ad approfondire un po' la cosmogonia kemita eliopolitana, con particolare attenzione alla linea femminile. 
All'inizio di ogni esistenza era NUN, l'Oceano primordiale, dal quale emerse TA-TENEN, la prima terra, la coagulazione del caos originario, da essa sorse ATUM, prima manifestazione divina, riassumente in sé il tutto 
ed il nulla.  
Nel prepararsi al primo atto generativo ATUM  diviene ATUM-RA, principio solare di ogni azione demiurgica che, nel divenire, dà esistenza alla prima coppia divina, composta da SHU, Dio dell'Aria, e da TEFNUT, Figlia del caldo umido. 
In risonanza con la natura e le qualità demiurgiche, i due primi princìpi divini danno vita alla seconda Dimensione Cosmica con la nascita del Dio maschile GEB, la Terra e del Dio femminile NUT, il cielo. 
Nella ulteriore ipostasi GEB e NUT  danno origine a due coppie divine: OSIRIDE - ISIDE, e SETH-NEFTYS (o NEFTI), con un atto generativo contrastato da SHU, geloso di NUT. 
NEFTI, con i vestiti ed il profumo di ISIDE, riesce ad ingannare OSIRIDE e concepire con lui un figlio, ANUBIS, Dio delle necropoli, Signore della Terra Sacra; il secondo concepimento  avverrà fra OSIRIDE ed ISIDE  e sarà non più carnale, ma spirituale, il figlio è HORUS, il Dio del Cielo, Signore del Sole e della Luna, Sotèr Salvatore e rettificatore dell'Umanità. Al di là del dato storico ed identificativo delle singole divinità, emergono alcuni importanti e significativi elementi di considerazione: per la prima volta viene manifestata un'ipostasi  divina in un ambito concettuale di “dualità”;  per la prima volta emerge un “contrasto” nell'ambito del flusso generativo del divenire; per la  prima volta appare il concetto di quaternario; per la prima volta si struttura, almeno in una così importante e divulgata tradizione, una differenza fra generazione carnale e generazione spirituale; per la prima volta le divinità si pongono su diversi piani emanativi. 
Tutti questi elementi saranno ripresi dalle cosmogonie veterotestamentarie e, sotto altri aspetti, anche da quelle gnostiche. 
L'aspetto femminile delle divinità egizie è intrinsecamente connesso con la tradizione della Grande Madre che, certamente, è di per sé storicamente antecedente, ma ha la prerogativa di essere compiutamente strutturato e 
trasposto su più livelli di manifestazione. 
Ad esempio, TEFNUT è la personificazione della prima coppia divina, NUT quella della seconda dimensione cosmica ed ISIDE l'ipostasi del femminino sacro nella simbologia del quaternario del mondo manifesto. 
Prendendo a prestito qualche concetto filosofico dalla patristica medievale possiamo così affermare che TEFNUT  rappresenta la “causa causante”, ISIDE la “causa causata” e NUT la “causa formante”.  
Questa differenziazione non è solamente formale, ma è sostanziale: ciascuna personificazione  rappresenta l'elemento femminile su di un diverso piano ed è connaturata ad un diverso livello concettuale; e più è elevato il livello di riferimento, maggiore è la difficoltà di comprensione del significato intimo, esoterico, dell'ipostasi divina. 
Trasferendo tale concetto in una dimensione cabalistica del femminino sacro, possiamo affermare che TEFNUT rappresenta l'elemento femminile nel mondo archetipale, NUT in quello della creazione e ISIDE in quello della formazione. 

Esiste un aspetto terribile della Grande Madre, vita e nascita, in profondità, sono legate alla morte ed alla distruzione: la Grande Madre Ta-Urt è un mostro terrificante  e divoratore, mortifera e protettiva; Ammit divora le anime che non erano presenti al giudizio di mezzanotte.  
Tuttavia la figura eliopolitana di Iside ha garantito, con i suoi misteri, la rinascita e la resurrezione non solo dell'anima del faraone, ma di tutte le anime. 
Possiamo quindi affermare che la sicurezza del magico successo sulla via del sole, comunicata potenzialmente  ad ogni individuo, ha colmato l'angoscia primordiale rappresentata dalla Grande Madre distruttrice e 
divoratrice. 
Il mondo sotterraneo, l'utero terrestre, inteso come pericolosa terra dei morti che il trapassato deve attraversare sia per essere giudicato e giungere al regno ctonio della salvezza e della dannazione, sia per attingere un più elevato livello di esistenza, è uno  dei simboli archetipici della Madre Terribile. 
Il sole tramonta ad ovest e si immerge nell'utero del mondo sotterraneo che lo divora; perciò l'occidente è il luogo della morte. 
Come il tempio è il simbolo femminile e protettivo della casa, cioè della Grande Dea quale tarda evoluzione della caverna, la porta del tempio, in quanto accesso alla Dea, è il suo utero. Non solo dunque il luogo della nascita è ovunque sacro per il femminile, ma si vede anche che esso è il centro di tutti i culti dedicati alla Grande Dea femminile come Signora della nascita, della fertilità e della morte. 
Nell'Asino d'Oro di Apuleio l'iniziato ai misteri di Iside deve attraversare le 12 ore della notte,corrispondenti al viaggio notturno del sole nel mare secondo la concezione egiziana. 
La più bella espressione del legame della Grande Madre con i morti è costituita dai sarcofagi egiziani, che presentano sul fondo la Dea Nut, dea del cielo, che abbraccia il morto.  Essa è la dea della rinascita, ma ha anche un carattere di morte, in quanto cielo notturno ed oscuro, identificabile con l'acqua e con l'oscurità divorante della terra. 
Il femminile positivo dell'utero appare, in moltissime iconografie dell'antichità, non solo  mediterranea, come “bocca”: ed è per questo motivo che al genitale femminile vengono attribuite delle “labbra”. Alla base di quest'equazione simbolica la bocca, come un utero spostato in alto, costituisce il luogo di nascita del respiro, della parola e, in buona sostanza, del Logos
Analogamente l'aspetto distruttivo del femminile appare sovente nella forma archetipica di una bocca irta di denti. 
Nel suo doppio aspetto la Grande Madre, in quanto Madre Buona, è la signora della Porta d'Oriente, la porta della nascita, in quanto Madre Terribile, essa è la signora della  Porta d'Occidente, della morte e dell'ingresso negli inferi. L'inferno ed il mondo sotterraneo,  in quanto vaso della morte, costituiscono le forme  del vaso utero negativo, portatore di morte, contrapposto al suo aspetto positivo, datore di vita. 

Nella sua ampia e profonda fenomenologia l'archetipo del femminile, con il suo aspetto positivo e negativo, abbraccia ciò che sta in alto e ciò che sta in basso, ciò che è prossimo e ciò che è lontano: esso appare come un grande cerchio che costituisce e contiene l'intero Universo. 
Sia che la sorgente mitica della vita sia l'oceano primordiale, sia che essa sia la terra od il cielo, il luogo di origine presenta un elemento costante: l'oscurità originaria.  
L'oscurità della notte primordiale,  mondo infero e acqua primordiale, madre di tutte le cose è il simbolo dell'inconscio dell'umanità collettiva; la coscienza illuminata dalla prima differenziazione è dunque figlia di questa profondità primordiale. 
Nella mitologia egiziana di Ermopoli  la natura dell'oceano primordiale, come fosse un serpente Uroboros, è rivelata dal fatto che esso circonda la terra nata da lui stesso e che, alla fine del mondo, riprende nel suoflusso primordiale ciò che da esso è nato. 
Nella rielaborazione cosmogonica elipolitana si colloca la dea Iside nel contesto generativo di Hator, la grande dea madre dalla testa di mucca, e di Nut, la dea celeste, che imbeve la terra della sua pioggia-latte e porta sul dorso il dio solare. 
A Nut, la volta superiore del cielo, corrisponde Naunet, la volta inferiore che, come un cielo riflesso ed inferiore, giace sotto al disco della terra: entrambe formano il grande cerchio del  vaso femminile, ma la dea del cielo inferiore non è “altro” da quella superiore, bensì ne è l'aspetto infero, la parte inferiore del cerchio uroborico
La Grande Dea è l'unità che scorre  dall'acqua primordiale sotterranea e celeste, il mare azzurro su cui viaggiano le barche degli dei della luce, l'oceano circolare che genera la vita sopra e sotto la terra; tutte le acque, le sorgenti, le fontane, così come la pioggia, le appartengono. Essa è l'oceano della vita, con le sue stagioni che portano morte e vita, e la vita è nata da lei, come un figlio. 
Come volta celeste copre i suoi figli come la chioccia i suoi pulcini, perciò il suo nome non era solo “la porta”, ma anche “colei che copre il cielo”. 
In numerose rappresentazioni le ali tese di Iside abbracciano, coprono e proteggono Osiride e, con lui, tutti i trapassati. 
La dea Nut che, dal fondo del sarcofago, abbraccia e prende in grembo i morti, è la stessa madre di morte che, in ambito cristiano, ci è nota come Pietà, come Madonna che tiene in grembo il Cristo morto, ritornato  nuovamente a lei, e che nasconde in sé, come vaso primitivo e come urna, il bambino e l'adulto. 
Domina qui, come ovunque,  la concezione secondo cui la Grande Madre, in quanto cielo notturno, contiene in sé, ed è, cielo, terra e acqua. 
Solo in seguito, con la separazione, nascono la luce, il sole a la coscienza e, con essi, anche la differenziazione. 
Nella sfera matriarcale il cielo diurno è lo spazio dove il sole nasce e muore e non, come sarà in seguito,  lo spazio sul quale esso domina; è il margine luminoso della vita, coperto dalla notte all'inizio ed alla fine, all'interno di esso il figlio della luce deve descrivere il suo arco di luce, che termina sempre nella morte e, sempre, prelude alla sua rinascita, in un cerchio senza fine e senza soluzione. 
Solo dopo l'affermazione del mondo patriarcale, con il dominio del sole, il mattino diviene determinante come esempio della nascita del sole.  
Ma anche allora, stranamente, il computo del tempo viene fatto iniziare non con il tramonto od il sorgere del sole, ma con la mezzanotte e il corso dell'anno comincia con il solstizio invernale, cioè nel periodo più oscuro e buio. 
Anche in Egitto il tempo della nascita è la notte, poiché l'apparizione delle stelle e della luna è, per l'uomo antico, la nascita evidente, mentre il mattino è il tempo della morte, in cui il cielo divora i figli della notte. 
Se prescindiamo dalla correlazione giorno-sole è possibile comprendere questa concezione universale dell'umanità: il sole è un figlio del cielo diurno femminile, così come la luna è figlia del cielo notturno. 
Il cielo femminile è l'elemento stabile e duraturo, e l'elemento luminoso sole, luna, stelle è ciò che sorge e che tramonta, ciò che passa e che declina all'interno dell'uovo cosmico, bianco-nero, della Grande Madre. 
La Grande Madre è, tuttavia, anche Signora del tempo e, dunque, del Fato. 
Il simbolo in cui sono archetipicamente connessi tra loro spazio e tempo è il firmamento, popolato sin dai primordi dalle proiezioni immaginarie dell'umanità. 
Il fatto più significativo non è tanto che in Egitto come in Mesopotamia, in Arabia come in Cina siano state viste egualmente 28 stazioni della luna e 12 stazioni del sole, ma  è che ognuna di queste proiezioni sia stata percepita come parte della vita della Grande Madre stessa, che tutto genera e comprende. 
La dipendenza dalla Grande Madre di tutti i corpi luminosi ed anche delle potenze e divinità celesti, il loro sorgere e tramontare, la loro nascita e morte, la loro trasformazione ed il loro rinnovamento è una delle esperienze che unisce l'umanità. 
L'avvicendamento non solo della notte e del giorno, ma anche dei mesi, delle stagioni e degli anni soggiace alla volontà onnipotente della Grande Madre; essa, adornata dalla luna e dal mantello trapunto di astri notturni, è quindi anche la dea del fato, che tesse la vita così come il destino. 
La Grande Madre è la signora del tempo, in quanto signora della crescita, ed è quindi anche una dea lunare, poiché la luna e il cielo notturno sono le manifestazioni evidenti e visibili della temporalità del cosmo, ed è la luna, e non il sole, l'autentico cronometro dell'era primordiale. 
La qualità temporale, così come  l'elemento acqua, vanno ascritti al femminile, la cui natura fluente diviene evidente nel simbolo del flusso del tempo. 
A partire dalle mestruazioni e dalla loro connessione con  la luna, sino a giungere alla gravidanza, il femminile è ascritto al tempo ed è dipendente e determinato da esso più di quanto lo sia il maschile, che tende al superamento del tempo ed all'esenzione dal tempo. 
Nel concetto di finitezza – infinito è dunque prevalente una presenza divina femminile, datrice di forma e  di vita, così come divoratrice di morte, mentre nel concetto di atemporalità - eternità  è prevalente una presenza divina maschile, solarizzante ed unificante.  Anche il mistero primordiale della filatura e della tessitura è connesso e compreso nella proiezione  della Grande Madre che tesse la vita e fila la matassa del fato. 
Non a caso parliamo di “tessuti” e di “legamenti” del corpo: il tessuto che la Magna Mater prepara al grande telaio del tempo è, nel microcosmo dell'utero, la vita, nel macrocosmo dell'Universo, il destino. 
Le grandi dee sono dunque, in tutta  la tradizione misterica occidentale, tessitrici; l'incrocio dei fili è il simbolo dell'unione sessuale: ancora oggi si parla di “incrocio” di animali o di piante. 
Così il grande cerchio uroborico è  anche ed innanzitutto l'utero che contiene e crea il mondo, dove ciò che è reale e manifesto riceve la forma dalla Grande Madre stessa. 
Non è forse un caso che molte raffigurazioni iconografiche rappresentino la Madonna che tesse, proprio nel momento dell'annunciazione: la Vergine Maria è ancora la Grande Dea che tesse la vita del Cristo nell'utero e, contemporaneamente, nel macrocosmo, il destino dell'Umanità. 
L'archetipo della Grande Madre tessitrice della vita e datrice di forma, con il tessuto corporeo di cui viene rivestito l'uomo, è sopravvissuto per molti millenni, fino alla dama che presiede e procede alla vestizione del 
cavaliere. 
Sopravvive così il segreto aspetto  occulto ed amoroso del principio femminile che, nella trasformazione spirituale, guida ciò che è terreno ed umano verso un senso superiore, illuminandolo. 
  
La divinità femminile, come Grande Cerchio, si rivela come garante della sublimazione e della rinascita della vita. 
La notte, che conduce attraverso la morte ed il sonno alla guarigione ed alla nascita, non solo  rinnova la vita nel suo ciclo ma, trascendendo l'oscurità terrena, eleva la sua essenza tramite l'irruzione di forze profonde, che consentono all'umanità di raggiungere, nell'ebbrezza e nell'estasi, nella poesia e nell'illuminazione, nella profezia e nella saggezza, una nuova dimensione di spirito e di luce. 
L'ineludibile aspetto spirituale del carattere di  trasformazione femminile, attraverso sofferenza e morte, sacrificio e annientamento, lascia scaturire da sé la trasformazione,  il rinnovamento e la rinascita: ciò che è mortale diviene così immortale. 
Una simile trasformazione è legata alla totale penetrazione di ciò che deve essere trasceso nell'archetipo del femminile. 
Ciò che muore nel ritorno al vaso-madre può apparire come terra, acqua, mondo infero, urna, sarcofago, caverna, calderone magico o nave, ma tutto rappresenta comunque il grembo materno della notte o dell'inconscio. 
La donna è quindi la veggente primordiale, la signora delle acque profonde che danno la saggezza, delle fonti mormoranti e delle fontane, poiché l'acqua è, nella mantica, la comunicazione originaria. 
Come la spada è il simbolo del maschile, la coppa lo è del femminile; il filtro magico, la pozione, l'elisir, la bevanda inebriante,  il veleno, che la femmina archetipale mesce è comunque bevanda di trasmutazione, forma evolutiva dell'acqua della vita; tramite esse il maschile si eleva al livello di un'esistenza sublimata e spiritualizzata. 
E' facile a questo punto il paragone con la coppa del Graal e con il calice della Messa, entrambi elementi femminili  contenenti bevande trasmutatorie. 
Nel calice sacro l'acqua si mescola  con il vino, simbolo del sangue e dunque anch'esso femminile; nella ierogamia eucaristica l'elemento femminile della coppa viene congiunto  all'elemento maschile del pane, fatto con il grano, simbolo solare, ancora oggi ben evidenziato dalla forma a disco dell'ostia.  

E mentre la mitologia kemita si differenzia da quella primitiva per la strutturazione tecnica, per così dire, e logica prima ricordata, ancora diverso è l'elemento innovativo della gnosi, intendendo per ambito gnostico prettamente quello sviluppatosi, in senso endogeno, e confluito, in senso allogeno, nel corpus cristiano. 
In particolare la più evidente e significativa differenza fra la mitologia egizia e quella gnostica consiste  nel fatto che l'elemento femminile mantiene la funzione di generatore della divinità redentrice, nel suo aspetto manifesto e terreno, ma riveste contemporaneamente ed antiteticamente la qualità negativa di responsabile della caduta nel mondo di Maya. In primo luogo è bene chiarire che, quando si parla di “gnosi” si fa prevalentemente, ma non necessariamente, riferimento alla religione cristiana, poiché con tale termine  sono conosciuti e  studiati anche dei movimenti misterici ed iniziatici sicuramente pre-cristiani ed etero-cristiani, anche se la ricerca che ci interessa si occupa, evidentemente, della gnosi cristiana, endogena ed allogena.. 
In secondo luogo occorre, anche qui, individuare un principio generale di approccio, stabilendo dei termini  di studio e dei riferimenti che ci indichino una strada condivisa, a rischio, altrimenti, di perdersi nelle labirintiche e intricate cosmogonie eoniche settarie, risultando pressoché impossibile accordare Fibioniti, Stratiotici, Valentiniani, Levitici, Manichei, Adepti della Madre, Nicolaiti, Barbelioti, Esseni, Ofiti, Sethiani, Cucheni, Basilidiani, Perati, Cainiti, Carpocraziani. 
Il principio non può che essere quello sopra individuato, ovvero sia l'individuazione delle figure simboliche femminili  raffiguranti le diverse emanazioni della Magna Mater e collocate sui molteplici piani della manifestazione. 
Certamente ritroviamo nella gnosi il culto della Donna divina, della Madre, dell'eterno Femminino, anche se profondamente trasformato e carico di nuove proiezioni: essa è la via fra Dio ed il Mondo ed è generalmente 
conosciuta con l'appellativo di “Sophia”. 
In essa, però, nella cosmogonia gnostica, l'archetipo del femminile tende a perdere il suo carattere originario di dea incarnata, di Grande Madre, e si manifesta come personificazione del principio supremo spirituale, nell'ambito di un processo auto-redentivo, di conoscenza della propria realtà divina. 
Nell'antagonismo duale fra mondo pleromatico perfetto e mondo imperfetto delle tenebre lo gnostico raffigura  in Sophia un elemento androginico a cui imputa l'opera di creazione, come atto di insubordinazione nei confronti del Padre primordiale, del Dio supremo ed anche della gerarchia pleromatica. 
Ella volle operare da sola, senza il suo compagno Cristòs, e volle attingere direttamente dall'abisso, dal deus absconditus trascendente, sconosciuto e inconoscibile. 
Ella produce dunque il doppio di sé senza il concorso ed il consenso del proprio compagno, il suo pensiero divenne una realtà, ma non l'immagine del divino, bensì un essere imperfetto, un mostro non soltanto per le sue sembianze, un drago con il volto di leone dagli occhi di fuoco, fulminanti e fiammeggianti; egli sarà il creatore, il demiurgo del mondo inferiore. 
Quest'opera imperfetta, inoltre, coincide con la separazione del pleroma dalle tenebre inferiori, simili alle  femminili acque primordiali, ed è per questo che Sophia può essere ricondotta alla figura della Madre extra-
pleromatica che genera il mondo. 
L'immagine del demiurgo che si proclama Dio richiama la figura del drago mitologico ritenuto, già nelle tradizioni più antiche, la personificazione del potere dell'acqua, tanto dispensatore che distruttore di vita. 
Richiamando simbolicamente la materia iniziale da trasformare e plasmare, il drago appartiene all'elemento ctonio dell'acqua, al regno materiale femminile di cui egli è il sovrano, come la sua testa di leone, ovvero la corona che spesso porta, simboleggia, nel suo aspetto negativo. 
Nella concezione gnostica il mondo  ha così origine da un errore ontologico: la decisione di Sophia di conoscere il Padre, il Primo Principio, allontanandosi dal Pleroma e optando, inconsciamente ma volontariamente, per la via del male e delle tenebre. Nell'atto auto-generativo Sophia richiama la  figura dell'Uroboros che interfecit se ipsum, maritat se ipsum, impraegnat se ipsum
L'Uroboros è l'immagine psichica originaria dell'indifferenziato, ove non esiste la distinzione dei contrari,  essendo la rappresentazione della coincidentia oppositorum. 
In Sophia prevale però l'aspetto negativo per cui l'immagine simbolica dell'Uroboros diventa sinonimo di un mondo-cosmo fonte di caos. 
Eppure questa scelta ha un profondo significato: essa rappresenta dal punto di vista animico il principio del disordine, e da quello cosmogonico il principio di separazione; ma ogni cosmogonia implica un sacrificio: dare 
forma alla materia significa partecipare all'energia primordiale per modificarla. 
La Sophia gnostica, come l'Eva biblica, è la Madre che dà la vita, ma crea un mondo imperfetto: alla dimensione del femminile viene dunque imputata la rovina dell'Umanità. 
Da Sophia, tramite il Demiurgo, hanno origine tre nature, che sono la concretizzazione e la cristallizzazione dei suoi stati d'animo: la Ribellione, da cui provengono gli irrazionali o  Ilici, rappresentati da Caino; la Sofferenza, da cui hanno origine gli psichici, giusti e ragionevoli, da cui discende Abele; la Conversione, da cui discendono gli  pneumatici, alla quale appartiene Seth. 
Il peccato, l'errore dell'insubordinazione condanna Sophia ad essere imprigionata nella materia che ella stessa ha creato e da cui può essere redenta attraverso l'azione del suo compagno, il Cristòs Sotèr. Cercare di afferrare ciò  che è al di là della conoscenza fa cadere Sophia nell'ignoranza e nell'informità, in quel vuoto di conoscenza che viene chiamato l'Ombra del Nome, il cono d'ombra; ma nella sua infinita bontà il 
Padre pantocrator invia una goccia di luce infondendola nell'anima degli uomini. 
Attraverso la conoscenza del Salvatore le gocce luminose, destandosi dal sonno umano, potranno ritornare al Padre, ripristinando così l'Unità originaria. 
La Gnosi, portata dal Cristòs per la redenzione di Sophia e dell'intera Umanità è appunto la consapevolezza dell'Unità spirituale. 
Anche l'Eone Sophia possiede molteplici piani di manifestazione: la Pistis Sophia è la Sophia fedele o divina Ennoia, la Sophia Achamot (sapienza) appartiene già al piano extra-pleromatico, la Sophia prunikos (la 
lussuriosa) è generatrice, mentre la Sophia Echmot (tendenza, pensiero) è la Sophia di morte 
Ma è sempre attraverso il femminile, riproducente il maschile da sé, che si ritrova la forza unificatrice degli opposti che conduce alla totalità. 
L'immagine di Sophia incoronata che  ritorna nel Pleroma non è dissimile dall'assunzione di Maria in cielo come Regina coeli. 
Quello di Sophia è dunque un mondo-cosmo caratterizzato da un potere materno, legato alla terra e per questo ctonio, oscuro e tenebroso, riflesso di quella Grande Madre che appare nel suo aspetto negativo e materiale, rispetto a quello spirituale del maschile legato al Pleroma. 
Secondo una concezione prettamente junghiana questo mito gnostico è “palesemente psicologico” in quanto illustra, nella forma di una proiezione cosmica, la separazione dell'Anima femminile da una coscienza maschile 
orientata in senso spirituale, che anela all'assoluto e cioè alla vittoria definitiva dello spirito sul mondo dei sensi. 
L'uomo di questo mondo, secondo il pensiero gnostico possiede un corpo, un'anima ed uno spirito: quest'ultimo racchiuso dai sette rivestimenti dell'anima originati dalle sette sfere degli Arconti, i governatori del mondo in cui l'uomo è prigioniero. 
L'ignoranza è l'essenza dell'esistenza mondana per cui il pleroma, lo spirito è talmente soffocato dall'anima e dalla carne che è assopito, addormentato. 
Esso può essere risvegliato e salvato solo attraverso la conoscenza del Dio trans-mondano e di se stesso, ovvero della sua origine divina ricevuta da Sophia, la madre extra-pleromatica. 
L'anima, se da un lato costituisce il ponte verso l'al di là, dall'altro costringe l'uomo a vivere secondo la  sua emozionalità, trattenendolo nel mondo ctonio e legandolo alla sua caducità. 
Ma in ogni uomo è racchiusa una  scintilla divina che lo unisce alla dimensione pleromatica, una scintilla custodita nella profondità delle acque interiori, dove non arriva la luce  solare, ma solo un flebile riflesso lunare. 
Come sappiamo le dee lunari erano considerate, nella mitologia, fonti della sapienza e della conoscenza. La luna splendente come l'argento è l'immagine del divenire, del morire e del rinascere. 
In tal modo Sophia ritrova ed assomma a sé la luce e le tenebre essendo, per gli gnostici, la Sapienza Divina, la forma femminile dello Spirito Santo; in tal modo la devozione e la fede in questa sapienza può spingere l'uomo ad ascoltare la  voce interna dell'anima, abbandonando la propria autonomia e rassegnandosi all'irruzione delle oscure potenze della luna, dello spirito femminile. 
Attraverso la mediazione alchemica rappresentata dalla figura della Sapientia, Sophia riacquista, nel processo di redenzione, la deità dell'eterno femminino, il volto celeste della saggezza, la potenza delle forze lunari e 
l'espressione della forma più alta del Sé spirituale femminile, una vita che da semplicemente materiale si ritrova tutta protesa verso la totalità e l'Uno. 
Nella concezione della Cavalleria sacra e, segnatamente, del templarismo la mitologia del Femminino sacro approda dopo la mediazione compiuta dall'esperienza e dagli studi di alchimia. 
Tale percorso comporta, come è intuibile, una trasformazione, non certo la scomparsa, ma l'evoluzione di quello che era l'elemento negativo del Femminino sacro, ovvero l'aspetto  distruttivo e divorante della Grande 
Madre. 
Quello che nell'esperienza gnostica  era raffigurato come l'emblema del male compiuto dalla Sophia decaduta,  male da evitare, combattere e distruggere, nella mitologia cavalleresca templare diventa un male da trasformare. 
Simbolicamente la rappresentazione  torna ad essere quella del drago (elemento femminile ctonio) che insidia la dama (Sophia Ennoia) e che la spada del cavaliere deve colpire, non per distruggerlo, ma per trascenderlo 
e trasformarlo. 
La bocca primigenia, divorante ed irta di denti, diviene un aspetto demoniaco nella gnosi, ed un drago nella cavalleria sacra. Primo ed unico nella storia dell'Uomo il cavaliere, avendo già redento il proprio mondo materiale, riesce finalmente anche a  spezzare il cerchio uroborico del mondo animico; la sua spada diviene allora fiammeggiante, proiezione del raggio luminoso salvifico che opera un vero e proprio atto trasmutatorio dell'aspetto lunare ctonio, ponendo la luna da sopra la testa a sotto i piedi, affinché l'atto di ierogamia con il femminile sublimato dia luogo all'apparizione del Cristòs Sotèr nel microcosmo di ciascun Uomo e 
nel macrocosmo dell'intera Umanità. 


di Piero Freddio convegno Filateli ad Ancona 2010


Fonte: http://www.memphismisraim.it/La_Tradizione_isiaca_della_Grande_Madre.pdf