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sabato 7 maggio 2011

L'ATHANOR (di Rino Guadagnino)

L’Athanor o Fornello per il Fuoco Filosofico
Secondo il Pernety (Dictionnaire Mytho-Hermétique, pago 49) l’Athanòr… «in termini di Chimica volgare, è un fornello che ha la forma di un quadrato e di un cubo lungo, nel quale è una torre comunicante con uno dei fianchi mediante un tubo. Si riempie di caboni questa torre, si accende, ed il calore si comunica al fornello a mezzo del tubo. lo non mi fermerei a fare una descrizione più dettagliata perché ogni chimico lo fa fabbricare a suo piacere. Gli si è dato il nome di Athanòr per similitudine al fornello segreto dei filosofi, che conserva il suo fuoco continuamente ed allo stesso grado. Ma quest’ultimo non è un fornello della specie di quello dei chimici. Il loro Athanòr è la loro materia animata da un fuoco filosofico, innato in questa materia, ma che vi è intorpidito, e non può svilupparsi che a mezzo dell’Arte».
Lo studioso osservi e mediti sul linguaggio ermetico ove spesso sentirà dire di dover chiudere tutte le aperture del suo vaso (il corpo fisico) se vuole riuscire bene nell’Opera di trasformare la propria personalità.’ intendendo per chiudere ermeticamente, o lutare le aperture, di serrare gli occhi alle visioni profane e nocive alla concentrazione ed al lavoro di auto – trasformazione, di chiudere le orecchie e di non ascoltare discorsi distraenti e impuri, di non aprir bocca per non parlare inutilmente, di chiudere le narici, ossia renderle insensibili ai profani e agli odori che sovente trascinano verso il peccato l’uomo che deve invece chiudersi in se stesso. Ora, non vi sembra di trovare una curiosa analogia nelle aperture dell’Athanòr? Pensateci!
Fornello di Lentezza: si definisce in termini di Chimica un fornello costruito in modo da funzionare con poco fuoco e lavoro; si riscalda e comunica il suo calore a diversi altri. Il suo nome è quello di Henri le Paresseux.
Per Albert Poisson (Théorie et symboles des Alchimistes, pag 106): «il vero Athanòr… è una specie di fornello a riverbero che si può smontare in tre parti. La parte inferiore contiene il fuoco; essa è bucherellata per permettere l’accesso all’aria e presenta una porta. La parte media, pure cilindrica, offre tre sporgenze disposte a triangolo su cui riposa la scodella contenente l’uovo. Questa parte è bucata, secondo uno dei dischi di cristallo, il che permetteva di vedere cosa succedeva nell’uovo. Infine la parte superiore, piena, sferica costituiva una cupola o riflettore che riverberava il calore».
Tale è l’Athanòr generalmente usato.
Guglielmo Johnson nel suo Lexicon Chymicum (Cfr. Bibl. Chem. Mangeti, Tomo I, pag 280) dà la stessa definizione del Ruland ed a pag 226 dello stesso volume asserisce che Athanòr si chiama pure Athanar.
Martino Ruland in Lexicon Alchemiae (Francoforte, 1602), scrive a pag 76: «l’Athanòr, definito filosofico, è detto arcano, è un forno composto, atto a fornire all’arcana pietra dei Filosofi: pietra da elaborare, calore conveniente dove il fuoco non tocca il vaso».
Pure il De Guaita (La Clefde la Magie Noire, Paris, 1902, p. 703): «Athanàr, o fornello immortale, è così chiamato perché il fuoco deve bruciarvi senza tregua, fino alla perfezione dell’elisir».
Data l’analogia dei fenomeni della Natura e la consuetudine e la possibilità di applicare per analogia uno o più sensi allegorici ai simboli e alle parole usate in esoterismo, la parola Athanòr, applicata all’Alchimia dello spirito, ha un altro importante significato a prescindere da quelli già segnalati.
«Quando i Maestri di Alchimia», asserisce Eliphas Levi (Dogme de la Haute Magie, 1861, pago 254), «dicono che occorre poco tempo e poco denaro per compiere le opere della scienza, quando affermano soprattutto che un solo vaso è necessario, allorché parlano del grande ed unico Athanòr che tutti possono mettere in opera, alla portata di ognuno, e che gli uomini posseggono senza saperlo, fanno allusione all’Alchimia filosofica e morale. In effetti una volontà forte e decisa può in breve tempo giungere all’indipendenza soluta, e tutti noi possediamo lo strumento chimico, il grande ed unico Athanòr che serve a separare il sottile dal denso, il fisso dal volatile. Questo strumento, completo come il mondo e preciso come le stesse matematiche, è dai saggi raffigurato sotto l’emblema del pentagramma o della stella a cinque punte che è il segno assoluto dell’intelligenza umana. Imiterò i saggi non nominandolo; è troppo facile l’indovinarlo».
Il grande scomparso Arturo Reghini in riferimento al Lullo ed al passo succitato così volle esprimersi in un articolo pubblicato nel 1924 e ristampato nelle risorta rivista Athanòr, n. l, ottobre 1947, Roma, diretta allora dal defunto Prof. U. Gorel Porciatti: «Non staremo a commentare questo brano. Riferire il segreto dell’Athanòr è effettivamente, come dice Lullo, cosa gravissima; anche perché, per i profani, è inesprimibile. Alla stessa maniera che è impossibile esprimere che cosa sia la luce in modo intellegibile ad un cieco di nascita. Per questa ragione Alchimisti hanno sempre detto che solamente per mezzo dell esperienza si può arrivare a conoscere la Pietra dei Filosofi, e che questo non può avvenire se non grazie all’insegnamento di un maestro e per dono di Dio. Alcuni particolari del brano citato sono per altro assai interessanti, come quello relativo della respirazione, che effettivamente durante l grande opera si attenua sino al minimo; e possiamo attestare quale fosse la sapienza del Maioricario».
L’etimologia di Athanòr trava pure rispondenza nella voce greca che significa immortale, da cui a-thanòr.
L’etimologia filologicamente corretta e più verosimile sembra quella data dal Ragon in Orthodoxie Maçonnique suivie de la Masonnerie Occulte e de l’initiatione hermetique, Paris, 1853, pag. 548: «Si chiama Athoener (da tannour, forno, in ebraico) a causa del fuoco che vi intrattiene, senza discontinuità, durante l’operazione, e di cui i gradi sono proporzionati alla capacità del fornello e dei vasi ed alla quantità delle materia che contengono».
Effettivamente traduco dal dizionario del Schindleri (Lexicon pentaglotton Hebraicum, Chaldaicum, Syriacum, Talmudicum, Rabbinicum, Londini, 1635, pago 553) la parola RNT quind thannur, corrispondente a forno e allorché trovasi nell’antico testamento, quando sia preceduto dall’articolo a ci dà effettivamente a-thannur.
Per terminare questo accenno inerente l’Athanòr vorrei concludere col dire che la Grande Opera l’Alchimista cercava di realizzarla nell’Athanòr o intimo se stesso, nel suo essere, nella sua volontà, animata dal fuoco della fede e dell’amore, fuoco di lampada perché costante e sempre dello stesso grado. Non si potrebbe identificare il cuore ad esempio con il Fornello, ove si fa discendere il fuoco dello spirito, il fuoco dell’Io in virtù della concentrazione, della visualizzazione e del silenzio?
La traslazione del senso di sé, cioè del fuoco-fiamma-spiritocoscienza in un primo collegarsi in rapporto con l’aspetto sottile ed elementare della nostra realtà fisica e corporea, specialmente entrando in gioco la respirazione ritmica (respiro di fuoco), mi fa pensare appunto all’Athanòr ove il fuoco viene alimentato dai mantici che proiettano in esso come un respiro l’aria alimentatrice.