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lunedì 20 giugno 2011

CAVALCARE LA TIGRE di Julius Evola

                    
“Orientamenti esistenziali per un'epoca di dissoluzione" è il sottotitolo esplicativo che l'Autore stesso dettava per la prima edizione del 1961. Cavalcare la tigre illustra come secondo la "via secca", cioè quella intellettuale, interiore, personale. Il detto orientale "cavalcare la tigre" vale per il non farsi travolgere e annientare da quanto non si può controllare direttamente, mentre è possibile così evitarne gli aspetti negativi e forse anche ipotizzare una possibilità di indirizzo: esso quindi comporta l'assumere anche i processi più estremi e spesso irreversibili in corso per farli agire nel senso di una liberazione, anziché - come per la grande maggioranza dei nostri contemporanei - in quello di una distruzione spirituale

“Cavalcare la tigre”.
E’, questo, un detto estremo-orientale, esprimente l’idea che, se si riesce a cavalcare una tigre, non solo si impedisce che essa ci si avventi addosso, ma, non scendendo, mantenendo la presa, può darsi che alla fine di essa si abbia ragione. A chi interessi, si può ricordare che un tema analogo lo si ritrova in scuole della sapienza tradizionale, quali lo Zen giapponese (le varie situazioni dell’uomo col toro); mentre esso ha un parallelo nella stessa antichità classica (le vicende di Mithra che si fa trascinare dal toro furioso e non lascia la presa, finché l’animale si arresta: allora Mithra lo uccide).
Questo simbolismo trova applicazione su diversi piani. Lo si può riferire anzitutto ad una linea di condotta per la vita interiore personale, ma anche all’atteggiamento da assumere proprio dinanzi a situazioni critiche, storiche e collettive.
In questo secondo caso, a noi interessa la relazione del simbolo con l’accennata dottrina dei cicli, riguardante la struttura generale della storia e, in particolare, con quell’aspetto di essa che si riferisce alla sequenza delle “quattro età”. 
E' questo, un insegnamento che, come abbiamo avuto occasione di mostrare altrove , ha avuto tratti identici sia nell’Oriente che nell’antico Occidente (Vico ne ha raccolto una semplice eco).
Nel mondo classico esso é stato presentato nei termini di una discesa dell’umanità dall’età dell’oro via via fino a quella che Esiodo chiamo età del ferro. Nel corrispondente insegnamento indù l’età terminale e detta kali-yuga (= l’età oscura), e l’idea essenziale qui viene precisata col sottolineare che al kali-yuga é proprio appunto un clima di dissoluzione, il passaggio allo stato libero e caotico di forze individuali e collettive, materiali, psichiche e spirituali che in precedenza erano state in vario modo vincolate da una legge dall’alto e da influenze d’ordine superiore.
Di questa situazione i testi tantrici dettero una immagine suggestiva dicendo che in essa è “completamente desta” una divinità femminile — Kalila quale simboleggia la forza elementare e primigenia del mondo e della vita, ma che nei suoi aspetti “inferi” si presenta anche come una dea del sesso e di riti orgiastici.
In precedenza “dormente” — cioè latente in questi suoi aspetti — essa nell’ "età oscura" sarebbe del tutto desta e agente.
Tutto sembra indicare che proprio questa situazione si è avverata nei tempi ultimi, avendo per epicentro la civiltà e la società occidentali, da dove essa è andata estendendosi rapidamente all’intero pianeta; per cui potrebbe trovar anche una non peregrina interpretazione il fatto che la presente epoca sta sotto il segno zodiacale dell’Acquario: le acque, nelle quali tutto torna allo stato fluido, informe. Prognosi formulate già da molti secoli — perché a tanto datano le idee ora riferite — appaiono dunque oggi singolarmente attuali.
E in questo contesto si trova anzitutto l’accennata relazione con le vedute esposte, per via di un analogo inquadramento del problema dell’atteggiamento adeguato per l’età ultima, atteggiamento associato, qui, al simbolismo del cavalcare la tigre.
In effetti, i testi che ci parlano del kali-yuga e dell’età di Kali proclamano anche che le norme di vita valide per le epoche in cui, nell’uno o nell’altro grado, erano vive e operanti forze divine, nell’età ultima sono da considerarsi scadute. In questa vivrebbe un tipo umano essenzialmente diverso, incapace di seguire i precetti antichi; non solo, ma per via del diverso ambiente storico e, se si vuole, planetario, codesti precetti, anche se fossero seguiti, non darebbero gli stessi frutti. Per questo, vengono indicate norme diverse e viene revocato il vincolo del segreto che in precedenza vigeva riguardo a certe verità, a una certa etica e a particolari “riti”, per via del carattere pericoloso di essi e dell’antitesi che costituivano rispetto alle forme di una esistenza normale, regolata dalla tradizione sacra. Non sfuggirà a nessuno il significato di questa convergenza di vedute. In questo, come in altri punti, le nostre idee, lungi dall’aver un carattere personale casuale, si riallacciano essenzialmente a prospettive già note al mondo della Tradizione, quando vennero previste e considerate situazioni generali non normali.
Dopo di che, esaminiamo il principio del cavalcare la tigre nella sua applicazione al mondo esteriore, all’ambiente complessivo. Il suo significato eventuale può allora venir precisato nei seguenti termini: quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, é difficile poter giungere a qualcosa resistendo, contrastando direttamente le forze in moto. La corrente é troppo forte, si sarebbe travolti. L’essenziale é non lasciarsi impressionare dall’onnipotenza e dal trionfo apparente delle forze dell’epoca. Tali forze, per essere prive di connessione con qualsiasi principio superiore, hanno, in fondo, la catena misurata. Non bisogna dunque fissarsi al presente e alle cose vicine, ma aver anche in vista le condizioni che potranno delinearsi in un tempo futuro. Allora il principio da seguire può essere quello di lasciar libero corso alle forze e ai processi dell’epoca, mantenendosi pero saldi e pronti ad intervenire quando “la tigre, che non può avventarsi contro chi la cavalca, sarà stanca di correre.
In una interpretazione particolarissima, il precetto cristiano di non resistere al male potrebbe avere un non diverso significato. Abbandonando l’azione diretta, ci si ritira su di una linea più interna di posizione.
Implicita é, qui, la prospettiva offerta dalla dottrina delle leggi cicliche: chiuso un ciclo, un altro comincia, e il punto in cui un dato processo raggiunge la sua fase estrema e anche quello in cui esso si capovolge nella direzione opposta.
Resta tuttavia aperto il problema della continuità fra l’un ciclo e l’altro. Secondo una immagine dell’Hofmannsthal, la soluzione positiva sarebbe quella dell’incontro fra coloro che hanno saputo vegliare durante la lunga notte e coloro che forse appariranno nel nuovo mattino. Ma questo esito non lo si può tenere per certo: non si puo assolutamente prevedere in che modo e su quale piano potrà aversi una certa continuità fra il ciclo che volge al termine e quello successivo. Perciò alla linea dell’accennato comportamento per l’epoca attuale devesi dare un carattere autonomo e un valore individuale immanente.
Vogliamo dire che non deve avervi una parte di rilievo l’attrazione esercitata da prospettive positive a più o meno breve scadenza. Queste potrebbero anche mancare del tutto, prima dell’esaurirsi del ciclo, e le possibilità offerte da un nuovo movimento di là dal punto zero potrebbero riguardare altri che, dopo di noi, abbiano tenuto egualmente fermo, senza attendersi nulla per quanto riguarda effetti diretti e mutamenti esteriori.
[…]
Per alcuni, non sarà forse stato inutile questo rapido cenno su prospettive e problemi generali. Su di essi non ci soffermeremo ulteriormente, perché, come si e detto, è il campo della vita personale che qui ci interessa; a tale riguardo, nel definire l’orientamento da dare a certe esperienze e a certi processi di oggi, onde abbiano un esito diverso da quello che appaiono avere per la quasi totalità dei nostri contemporanei, bisogna fissare posizioni autonome, indipendenti da quel che potrà o non potrà avvenire nel futuro.

 Julius Evola Cavalcare la Tigre. Edizioni Mediterraneee - 2009 - pp. 26-29