Visualizzazioni totali

giovedì 30 giugno 2011

Meditazioni estive seguendo Fichte, di Marcello Vicchio

Voi vedete come in quest’epoca i membri di tale società si domandino una buona volta seriamente: ma donde veniamo? Che cosa siamo e che cosa vogliamo? E vedete come d’ogni luogo si raccolgono per rispondere a queste proprie domande; come si guardano a vicenda, seri in viso, e ciascuno attende la risposta dal suo vicino, e infine come tutti comprendono, gridando o tacendo, che nessuno di loro, di quanti si son radunati, lo sa. Ora che fanno? Forse ritornano a casa, spiegano ai loro Fratelli la generale in scienza? Si sciolgono reciprocamente dai loro impegni e si separano l’uno dall’altro con un po’ di vergogna? - Niente affatto! l’Ordine perdura e si estende, allo stesso modo di prima.[...]Infine l’associazione stessa si scinde interiormente; e cessando ogni unità, i Fratelli sidividono in sette, che chiamano sistemi, si tacciano vicendevolmente di eresia, si mettono in bando.[...]Or che ne segue? Il profano, che prima aveva tuttavia rispetto almeno per il nome diFratello, trova adesso ridicoli i massoni che a vicenda si perseguitano e si accusano dieresia; e ricade sopra la Massoneria qualche cosa che é ben peggio di tutte le persecuzioni: il freddo scherno e la derisione della gente colta. Ne trarremo però senza esitazione la conseguenza dello scioglimento della mirabile società? No, ancora una volta! Essa si conserva e diffonde come sempre, e molti timidi Fratelli, che arrossirebbero fino alla radice dei capelli se si dicesse di loro in un circolo elegante che sono massoni, vanno coscienziosamente alla loggia allo stesso modo di prima”.
Tanto scriveva Fichte, dando spazio e sfogo al suo idealismo. Forse i tempi nei quali scriveva dettavano in qualche maniera le sue parole e alimentavano i suoi concetti, ma oggi, spazzato il campo da tanti fronzoli, la questione è ridotta molto più all'essenziale da un disincanto pratico e pragmatico
Se molti iscritti all'Ordine si domandassero donde veniamo, chi siamo e cosa vogliamo, dubito che le risposte sarebbero chiare, univoche e di senso compiuto. Per quel che posso immaginare, vedere e testimoniare dopo molti anni di studio, il donde veniamo e il cosa siamo sono spesso domande retoriche, anzi, troppo sovente non sono neppure domande, perché sono pochi coloro che se le pongono. Quanto al cosa vogliamo ho la sensazione che sia meglio lasciar cadere l'argomento perché altrimenti, sfrondata la frase da ogni scontato ritornello e osservata la stessa col giusto e, ahimè, obbligatorio scetticismo, rischieremmo di impaludarci in un campo davvero spiacevole per colui che, idealista alla Fichte, sarebbe costretto a non esserlo più. Lo stesso filosofo del resto, nonostante tutto il suo credo, si vede costretto a darsi una risposta a denti stretti:.
Il secondo punto del suo discorso, poi, è di una lucidità estrema: di fronte a un unico ideale, l'Ordine che cosa crede bene di fare? 
Si scinde in mille tronconi, l'un contro l'altro armati, ognuno avocante a se stesso una purezza auto-referenziale che in verità non può avere. 
"Taci, io sono più “ordinato” di te!"; 
ovvero, per ciascun ambito specifico:
"Taci, io sono più uguale di te!"
Tale situazione poi, si badi bene, da una parte fa comodo ad alcuni e, dall'altra, attira gli allocchi salterini che, ben contenti di essere solo soggetti paganti, magari pagando trenta denari, cambiano colore e dimensione delle fasce e dei grembiuli illudendosi di cambiare pelle, ignorando che il tegumento non potrà mai fare da schermo a ciò che malamente ricopre. Se, quindi, “il freddo scherno e la derisione della gente colta” si dovesse abbattere come scure su un Ordine quando ordine più non è, non ci si può proprio lamentare (ma anche la lamentazione sarebbe perlomeno un indice di vitalità), perché si è causa dei propri mali. Quanto l'arrossimento fino alla radice dei capelli confesso che per me sarebbe un nobile indice di sentimento, conseguente a riflessione, conseguente a presa di coscienza, secondario a introspezione seria sicché sarei oltremodo felice di vedere continuamente gente congesta in viso. Il rosso è il sangue e il sangue, da sempre, simboleggia vita. Il coscienzioso inquadramento di pallidi spettri che, per abitudine o peggio, vanno allo stesso modo di prima, dà un senso di sfinimento, di ripetitività sterile, di catena di montaggio da “Tempi moderni” per nulla esaltante. E se non vi è furor positivo d'animo, o se questo è sostituito da furor profano, a che vale alimentare luoghi infruttiferi? Ah, rimpiango di non aver tempo per leggere di più. Rileggerei volentieri “La fuga di Logan”.