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giovedì 28 luglio 2011

PORFIRIO SENTENZA XXVIII

PORFIRIO SENTENZA XXVIII 
Gli antichi che per quanto possibile volevano spiegare con un discorso razionale le proprietà dell'essere incorporeo, quando lo chiamarono "uno", subito aggiunsero "tutto",  conformandosi a ciò che in qualche modo rappresentava l'unità delle cose conosciute  per sensazione. Ma quando si accorsero che tale unità era qualcosa di diverso, giacché 
questa entità complessiva "uno-tutto" non la vedevano nel sensibile, congiunsero  all'"uno-tutto" l'"uno in quanto uno", perché capissimo che nell'essere l'"esser tutto" non  è qualcosa di composto e ci astenessimo dall'idea di una somma. E quando dissero che è  lo stesso ovunque, aggiunsero che non è in alcun luogo. E quando dissero che è in tutte  le cose e in ognuna di esse, nella misura in cui una cosa parziale può adeguatamente  accoglierlo, aggiunsero che è un "tutto intero in un tutto intero". Insomma ce l'hanno  mostrato attraverso le massime contraddizioni prese insieme, affinché ne bandissimo le  rappresentazioni immaginifiche che derivano dai corpi e oscurano le proprietà  conoscitive dell'essere.