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venerdì 15 luglio 2011

SUB SPECIE INTERIORITATIS (Gruppo di Ur)

Sono trascorsi oramai molti armi da quando ebbi, per la prima volta, coscienza della immaterialità. Ma, nonostante il fluire del tempo, L’impressione che ne provai fu cosi vivida, cosi possente, da permanere tuttora nella memoria, per quanto sia possibile trasfondere e ritenere in essa certe esperienze trascendenti; ed io tenterò, oggi, di esprimere, humanis verbis, questa impressione, rievocandola dagli intimi recessi della coscienza.
Il senso della realtà immateriale mi balenò nella coscienza all’improvviso, senza antefatti, senza alcuna apparente causa o ragione determinante.
Circa quattordici anni fa stavo un giorno, fermo ed in piedi, sul marciapiede del palazzo Strozzi a Firenze, discorrendo con un amico; non ricordo di che ci intrattenessimo, ma probabilmente di qualche argomento concernente l’esoterismo; cosa del resto senza importanza per l’esperienza che ebbi.
Era una giornata affatto simile alle altre, ed io mi trovavo in perfetta salute di corpo e di spirito, non stanco, non eccitato, non ebbro, libero da preoccupazioni ed assilli.
E, ad un tratto, mentre parlavo od ascoltavo, ecco, sentii diversamente: la vita, il mondo, le cose 'tutte; mi accorsi subitamente della mia incorporeità e della radicale, evidente, immaterialità dell’universo; mi accorsi che il mio corpo era in me, che le cose tutte erano interiormente, in me; che tutto faceva capo a me, ossia al centro profondo, abissale ed oscuro del mio essere. Fu un’improvvisa trasfigurazione; il senso della realtà immateriale, destandosi nel campo della coscienza, ed ingranandosi col consueto senso della realtà quotidiana, massiccia, mi fece vedere il tutto sotto una nuova e diversa luce; fu come quando, per un improvviso squarcio in un fitto velario di nubi, passa un raggio di sole, ed il piano od il mare sottostanti trasfigurano subitamente in una lieve e fugace chiarità luminosa.

Sentivo di essere un punto indicibilmente astratto, adimensionale; sentivo che in esso stava interiormente il tutto, in una maniera che non aveva nulla di spaziale. Fu il rovesciamento completo della ordinaria sensazione umana; non solo l’io non aveva più l’impressione di essere contenuto, comunque localizzato, nel corpo; non solo aveva acquistato la percezione della incorporeità del proprio corpo, un sentiva il proprio corpo entro di se, sentiva sub specie interioritatis.
Ben inteso, occorre qui cercare di assumere le parole: entro, interno, interiore, in una accezione ageometrica, semplicemente come parole atte, alla meglio, ad esprimere il senso del rovesciamento di posizione o di rapporto tra corpo e coscienza; ché, del resto, parlare di coscienza contenuta nel corpo è altrettanto assurdo ed improprio quanto parlare di corpo contenuto nella coscienza, data l’eterogeneità dei due termini del rapporto.
Fu un’impressione possente, travolgente, soverchiante, positiva, originale. Si affacciò spontanea, senza transizione, senza preavvisi, come un ladro di notte, sgusciando entro ed ingranandosi col consueto grossolano modo di sentire la realtà; affiorò rapidissima affermandosi e ristando nettamente, tanto da consentirmi di viverla intensamente e di renderne conto sicuro; eppoi svanì, lasciandomi trasecolato.
“Era una nota del poema eterno quel ch’io sentiva... “;
e, nel rievocarla, sento aleggiare ancora nell’intimo della coscienza, la sua ierativa solennità, la sua calma e silente possanza, la sua purezza stellare.

Di Pietro Negri (alias Arturo Reghini)  in Introduzione alla Magia a cura del Gruppo di Ur. Ed. Mediterranee, 1971, pp. 13-15