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venerdì 19 agosto 2011

Il cambiamento di paradigma secondo Thomas Kuhn


«[… ] Quando un nuovo candidato alla funzione di paradigma viene avanzato per la prima volta, esso è spesso riuscito a risolvere soltanto pochi dei problemi che gli stanno di fronte, e la maggior parte delle soluzioni sono ancora lontane dall'essere perfette. Fino a Keplero, la teoria copernicana aveva portato ben pochi miglioramenti alle previsioni sulla posizione dei pianeti fatte sulla base della teoria tolemaica.
Quando Lavoisier vide l'ossigeno come nient'altro che "l'aria stessa", la sua nuova teoria non poteva minimamente far fronte ai problemi sollevati dalla proliferazione di nuovi gas, un punto questo sottolineato con forza e con successo da  Priestley nel suo   contrattacco. […]
Di solito, gli oppositori di un paradigma nuovo possono dichiarare con ragione che persino nell'area della crisi esso è superiore soltanto di poco al suo rivale tradizionale. Naturalmente, esso permette di affrontare meglio certi problemi e mette in luce nuove regolarità.  
Ma si può presumere che il vecchio paradigma sia in grado di essere articolato per venire incontro a queste difficoltà, allo stesso modo che esso aveva affrontato altre difficoltà in un periodo precedente.  Sia il sistema astronomico geocentrico di Tycho Brahe  che le versioni più tarde della teoria del flogisto costituivano  tentativi di rispondere alla sfida lanciata da un nuovo candidato alla funzione di paradigma, e sia l'uno che le altre riportarono un successo soddisfacente. Inoltre, i  sostenitori della teoria e dei procedimenti tradizionali possono quasi sempre richiamare l'attenzione sui problemi che il suo nuovo rivale non ha risolti ma che, dal loro punto di vista, non sono affatto problemi.
Fino a che non venne scoperta la composizione dell'acqua, la combustione dell'idrogeno costituì  una validaargomentazione  a favore della teoria del flogisto e contro quella di Lavoisier.  
E dopo che la teoria dell'ossigeno si fu affermata, essa non riusciva a spiegare ancora la preparazione di un gas combustibile  a partire dal carbone, fenomeno questo   su cui i teorici del flogisto avevano posto l'accento, considerandolo un forte sostegno della loro concezione. Persino entro l'area della crisi, le argomentazioni a favore e contro possono talvolta quasi equilibrarsi. E al di fuori dell'area della crisi la bilancia pende quasi sempre a favore della tradizione. Copernico distrusse una secolare spiegazione del moto terrestre senza offrire nulla che la sostituisse; Newton fece lo stesso per una spiegazione più antica della gravità;  Lavoisier per le proprietà comuni dei metalli, e così via.
In breve, se un nuovo candidato alla funzione di paradigma dovesse essere giudicato fin dall'inizio soltanto dal rigido punto di vista della sua relativa capacità nel risolvere problemi, le scienze subirebbero un numero molto minore di rivoluzioni fondamentali. E se a ciò si aggiungessero le controargomentazioni prodotte da quella che abbiamo precedentemente chiamata la incommensurabilità dei paradigmi, nelle scienze non avverrebbero rivoluzioni.
Ma  nei  dibattiti sui  paradigmi non si discutono realmente le  relative capacità nel risolvere i problemi, sebbene, per buone ragioni, vengano adoperati di solito termini che vi si riferiscono. Il punto  in discussione consiste invece nel decidere  quale paradigma debba guidare la ricerca in futurosu problemi molti dei quali nessuno dei due competitori può ancora pretendere di risolvere completamente.
Bisogna decidere tra forme alternative di fare attività scientifica e, date le circostanze, una tale decisione deve essere basata più sulle promesse future che sulle conquiste passate. Colui che abbraccia un nuovo paradigma fin dall'inizio, lo fa spesso a dispetto delle prove fornite dalla soluzione di problemi. Egli deve, cioè, aver fiducia che il nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che il vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di tal genere può essere presa soltanto sulla base della fede.
Questa è una delle ragioni per cui la crisi che precede si dimostra così importante.
Gli scienziati che non ne hanno fatto esperienza difficilmente rinunceranno alla prova fornita dalla capacità di risolvere problemi, per seguire ciò che può dimostrarsi facilmente, e sarà largamente considerato come un fuoco fatuo.  
Ma  la crisi da sola non è sufficiente. Vi  deve essere anche un qualche fondamento, sebbene non necessariamente razionale e neppure in ultima analisi necessariamente corretto, che giustifichi la fiducia  nel particolare candidato scelto. Vi deve essere qualcosa che dia, almeno a pochi scienziati, la sensazione che la nuova proposta è sulla strada giusta, e talvolta sono semplicemente considerazioni personali o considerazioni estetiche inarticolate che possono avere questo effetto.
Considerazioni di questo genere hanno spesso convertito gli scienziati in momenti in cui la maggior parte delle   argomentazioni tecniche articolate indirizzavano su un'altra strada. 
Quando furono introdotte per la prima volta, né la teoria astronomia copernicana né la teoria della materia di De Briglie presentavano molti altri importanti motivi di attrazione. Persino oggi, la teoria generale di Einstein attrae gli scienziati principalmente per ragioni estetiche, un potere di attrazione questo che pochi, al di fuori del campo della matematica, sono riusciti a sentire.
Con questo non voglio suggerire l'idea che il nuovo paradigma alla fine trionfa attraverso qualche forma di estetica mistica. Al contrario, pochissimi abbandonano una tradizione soltanto per queste ragioni.    E a quelli  che  lo  fanno capita spesso di   trovarsi  sulla strada sbagliata. Ma perché un paradigma possa trionfare, deve conquistare prima alcuni sostenitori, che lo svilupperanno fino ad un punto  in cui  molte solide argomentazioni potranno venire prodotte e moltiplicate.  
Ma anche queste argomentazioni,  quando ci sono, non sono individualmente decisive. Dal momento che gi scienziati sono uomini ragionevoli, l'una o l'altra argomentazione finisce per persuaderne molti.  Ma non v'è nessuna singola argomentazione che possa, o debba, persuaderli tutti. Ciò che si verifica non è  tanto una unica conversione di  gruppo, quanto un progressivo spostamento della distribuzione della fiducia degli specialisti.
All'inizio un nuovo candidato alla funzione di paradigma può avere pochi sostenitori, e in qualche occasione  le motivazioni che stanno dietro ai  sostenitori  possono essere sospette.  Tuttavia,  se  i sostenitori   sono   competenti,   perfezioneranno il paradigma, ne esploreranno le possibilità e mostreranno che cosa significa appartenere alla comunità guidata da esso. Procedendo così le cose, se il paradigma è uno di quelli destinati ad imporsi, il numero e la forza delle argomentazioni a suo favore   aumenteranno. Altri scienziati verranno converti, e così si intensificherà il lavoro di esplorazione del  nuovo paradigma. Gradualmenteil  numero degli esperimenti, degli strumenti, degli articoli, dei libri basati sul nuovo paradigma si andrà moltiplicando. Un numero  sempre maggiore di scienziati convinti della fecondità della nuova concezione, adotteranno il nuovo modo di  praticare la  scienza normale, finché alla fine restano soltanto pochi a resistere sulle vecchie posizioni. Ma neppure di costoro possiamo dire che sono alla parte dell'errore. Sebbene lo storico può sempre  trovare uomini  - Priestley,  ad esempio - che furono irragionevoli a resistere  tanto a lungo , non troverà un punto dove la resistenza diventa illogica o antiscientifica. Al  più, può affermare che colui  che continua a resistere anche dopo che l'intera comunità di specialisti  cui appartiene è stata convertita, ha cessato "ipso facto" di essere uno scienziato.»

Thomas Kuhn «The Structure of Scientific Revolutions», The University of Chicago, 192, 1970