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lunedì 15 agosto 2011

Mosè e le corna dell'alchimista di James Hillman

Nella complessa storia dell'alchimia europea e araba c'è una bizzarra ma solida linea di pensiero che si richiama all'autorità di Mosè. Sostenendo che Mosè sia stato il primo a praticarla, l'alchimia si riveste delle virtù del patriarca: la nobiltà di spirito, i vigorosi valori etici, l'umiltà, l'eroismo che redime, e sopra tutto l'ortodossia di un incrollabile monoteismo. Come potrebbe l'alchimia essere un'"arte diabolica" - pagana nei suoi riferimenti a una moltitudine di dèi e pianeti, peccaminosa nella sua sete d'oro - e perché i suoi devoti dovrebbero essere perseguitati, se il fondatore dell'unica legge su cui si reggono tutte e tre le religioni monoteistiche ha anche fondato l'alchimia?

Benché eminenti intellettuali come Tommaso d'Aquino, Ruggero Bacone, John Evelyn e Isacco Newton siano stati seguaci dell'alchimia, e patroni del l'"arte nera", com'è spesso chiamata, siano stati personaggi potenti come Giacomo di Scozia, l'imperatore Rodolfo e Carlo II d'Inghilterra (che aveva un laboratorio alchemico segreto costruito sotto la sua camera da letto), gli alchimisti vennero emarginati, se non messi fuorilegge, nella società medievale, considerati anortodossi nel Rinascimento e ridicolizzati dall'Illuminismo, età in cui l'alchimia finì per perdere fede in se stessa. 
Il bisogno tormentoso di un'autorità che corroborasse la propria autenticità afflisse l'alchimia lungo tutta la sua storia, un bisogno che è in parte responsabile delle sue esagerazioni difensive e controproducenti, le quali naturalmente produssero un bisogno ancora più forte di cercare base e appoggio alla propria validità in una tradizione ortodossa e razionale, esemplificata superbamente in Mosè.
Il locus classicus per Mosè Alchimista è nel libro del l'Esodo: 
Sul tipo di autorità che Mosè offre e sull'idea stessa di autorità in relazione a Mosè ci soffermeremo più avanti. Ma parliamo anzitutto di Mosè Alchimista.
"Mosè prese il vitello d'oro che essi avevano fatto, lo bruciò con il fuoco e lo stritolò fino a ridurlo in polvere, e la sparse sulla superficie dell'acqua e la fece bere ai figli di Israele". 
Gli alchimisti erano molto spesso chiamati "lavoratori del fuoco".
Gli alchimisti hanno fatto proprio questo passo interpretandolo come una prova lampante delle tre ben note operazioni alchemiche: la calcinazione, cioè la riduzione di una sostanza a polvere secca mediante il calore; la soluzione, cioè la commistione della polvere con un liquido; e la potabilità dell'oro, una volta che la sua natura ordinaria o vile sia stata trasformata in una natura sofisticata o sottile, in elisir o aqua permanens.
"Vuoi sapere qual è il Maestro perfetto?", 
scrisse l'alchimista inglese Thomas Norton nel 1450. 
"È colui che comprende la regolazione del fuoco e i suoi gradi".
Mosè conosceva il fuoco: per mezzo del fuoco trasforma il vitello d'oro; una colonna di fuoco lo guida attraverso le notti del Deserto, e un cespuglio ardente gli parla, un cespuglio che - si legge ancora nell'Esodo - 

"ardeva nel fuoco, ma non ne veniva consumato".
L'incorporazione di Mosè tra i patroni dell'alchimia appartiene a una vasta tradizione dell'ellenismo sincretistico, vale a dire del pensiero e della cultura del Mediterraneo dal quarto secolo avanti Cristo, diciamo, fino al quarto dopo Cristo. Per questo abito mentale non era difficile assimilare Mosè alla sapienza greca e alle scienze egizie, identificarlo con Orfeo e renderlo intercambiabile a Ermes, o perfino ritenere che quella figura vaga del mito greco che è Museo fosse il Mosè biblico: una trasposizione che conferì a Mosè l'autorità aggiuntiva di fondatore dei misteri greci di Eleusi e di ispiratore di tutte le Muse, delle loro scienze e delle loro arti.
L'idea di un Mosè Mago trova sostegno in molti luoghi della Bibbia: le piaghe inflitte agli Egiziani, la divisione del Mar Rosso, la capacità di far scaturire acqua dalla roccia e far piovere cibo dal cielo, il serpente di bronzo che guarisce, per menzionare solo alcuni degli eventi più noti riportati nella Scrittura e diffusi nella leggenda e nei midrash. Il primo grande alchimista arabo, Jabir o Geber, parla di Mosè come del fondatore dell'alchimia. La tradizione continua attraverso il medioevo e grazie a Paracelso si fa sempre più fervida, tanto che 
"nel diciassettesimo secolo la credenza che Mosè fosse un grande alchimista era così diffusa... che gli autori dotati di una prospettiva più critica...ritennero necessario combatterla" (Patai,cit.,p. 37).
L'elemento indiziario cruciale pro e contro era sempre Esodo 32, 20, l'episodio del vitello d'oro. E c'era anche un altro elemento, in apparenza del tutto razionale. 
L'alchimia, nata come Mosè in Egitto, deriverebbe il suo nome dal -la sillaba egiziana khem, nero. Alchimia come "arte nera".

Tutto ciò ci porta al Mosè di Michelangelo, poiché questo Mosè contempera in sé i tratti patriarcali e quelli magici: la barba, il dito puntato e la statura allungata del legislatore, che tuttavia reca le corna dell'uomo-animale. Un'altra trasformazione alchemica: il toro non più distrutto ma ripristinato ed emblematico di Mosè stesso. Anche se dovessimo interpretare le corna quale simbolo di un'irradiazione spirituale, come un nimbo o un'aura,il potere della mente reso evidente, o ricondurle a un errore nella traduzione dell'Esodo 34, 29, dove l'ebraico karan, "raggi" emanati dal volto di Mosè, può essere diventato keren, "corna" che escono dalla sua fronte, nondimeno queste corna collocate lì vuoi da Dio vuoi da Michelangelo restituiscono a Mosè ciò che aveva voluto separare e allontanare: Dio e l'animale, la legge e l'istinto, il dovere e il piacere, il monoteismo ebraico e il politeismo egiziano.
Perché l'episodio del vitello d'oro è il momento della storia mitica, della civilizzazione della psiche e della teologia monoteistica della natura in cui si rompe l'inviolabile fusione del sacro e dell'animale, negando natura animale alla divinità e divinità alla natura animale. Questa fusione è coraggiosamente ripristinata nel Mosè cornuto, che viene anche restituito così alle sue origini egizie.
Potremmo ricordare qui che Mosè era nato in Egitto, che la madre che lo reclamò e crebbe era Bithiah, la figlia del Faraone, e che quando corteggiava Zipporah, come afferma un Midrash, venne chiamato esplicitamente "egiziano", cosa che Mosè non rinnegò.
Mosè Egiziano! Un mitografo della statura di Freud concorda. Perché il tardo saggio di Freud, Mosé e il monoteismo, il suo ultimo scritto, completato quando l'anziano autore era a due anni dall'entrare nella Terra Promessa, è una grande scommessa sull'ipotesi che Mosè fosse effettivamente egiziano. Perciò forse, in parole povere, dobbiamo considerare il suo monoteismo come quello di un convertito, doppiamente intenso, magari fanatico. Perché il neomonoteista deve tenere sotto scacco il ritorno del rimosso: il politeismo pagano, la nera corrente del l'occulto, l'alchimia. E il pagano represso si rivela nella furia con cui fracassa le tavole della legge.
Il Mosè di Michelangelo distoglie lo sguardo dalle tavole che gli stanno a fianco. Sembra addirittura che se le lasci scivolare di mano. Questo Mosè dalle corna in capo reca in sé una somiglianza con Pan - come Freud nota -, con la figurazione naturale, o demonica, della sensualità e della potenza dell'emozione.
Il Mosè di Michelangelo è effettivamente un alchimista perché la sua immagine restituisce valore aureo alle sue origini pagane, che avevano cominciato a emergere nella narrazione biblica con lo scoppio d'ira che prorompe incandescente, liberando Mosè dalla disciplina dei comandamenti. Lui stesso divenuto toro infuriato, nel l'Esodo, ordina l'uccisione di quelle migliaia di uomini che avevano perso fede nell'uomo in favore del l'animale.