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martedì 4 ottobre 2011

La morale dell’ornitorinco

L’ornitorinco è un essere paradossale, forse addirittura il più paradossale di tutti gli esseri. Basta il suo aspetto per sfidare la povera idea di normalità e spiegare perché sia diventato, insieme all’oritteropo, l’esemplare più stravagante del bestiario del capitano Haddock durante i suoi scatti d’ira. Questo animale, fisicamente inverosimile, sbucato direttamente dall’impossibile, è un incubo per tassonomisti. Sembra essere sopravvissuto alle regole di selezione più implacabili, con le sue zampe da anatra dotate di unghie e secernenti veleno, l’assenza di collo, il becco così curioso, il pelame cosi morbido e la coda cosi piatta. La sua ambiguità sfiora l’eccesso. Voci provenienti dall’Australia dicono però che sia timido, forse a causa del disagio creato dalla diversità dei prestiti contratti dalla sua anatomia.
Quando il primo esemplare di ornitorinco impagliato arrivò al British Museum, nel 1798, si credette a un imbroglio. Qualche genio dell’imbalsamazione si era forse divertito a cucire un becco d’anatra sulla testa di un quadrupede? Ma ci si dovette arrendere all’evidenza. Non vi era alcun trucco. Quell’essere inclassificabile esisteva eccome.
Poiché e difficile ammettere che qualcosa di sconosciuto possa essere radicalmente nuovo, si cercò subito di inserire l’ornitorinco in una categoria già nota. Alcuni, volendo fare di lui un mammifero, si rifiutarono di ammettere che potesse deporre le uova. Altri, volendo fare di lui un oviparo, negarono l’esistenza delle mammelle (che nella femmina sono molto discrete) e del latte (che sparge nell’acqua per nutrire i piccoli). Finalmente, dopo ottant’anni di discussioni, l’esistenza delle mammelle e delle uova poté essere rigorosamente dimostrata e si dovette concludere che l’ornitorinco è sia un mammifero (come le mucche), sia un oviparo (come i rettili).
Se era paradossale, lo era dunque solo relativamente alle vecchie categorie considerate immutabili.
La morale di questa storia fa pensare a ciò che è accaduto all’epoca della crisi della fisica quantistica, negli anni Venti e Trenta, dopo che i fisici hanno scoperto che le leggi della fisica classica non erano in grado di spiegare il comportamento degli atomi. Fino ad allora, i fisici avevano distinto due tipi di entità fondamentali: da una parte i corpuscoli, che sono delle specie di biglie microscopiche, dall’altra le onde che si propagano nello spazio un po’ come il movimento di un’onda sul mare. Quando risultò che le particelle quantistiche sembravano non poter essere assimilate a oggetti perfettamente localizzati nello spazio, alcuni ebbero il riflesso di identificarli con delle onde, altri tentarono di ridurre la loro rappresentazione a quella di corpuscoli, mentre qualcuno avanzo che sono una sorta di collage di queste due entità.
In realtà, gli oggetti che considera la fisica quantistica trascendono la classificazione tradizionale. Non sono né onde, né corpuscoli, ma “qualcos’altro”: sparsi nello spazio finché non si cerca di misurarne la posizione, appaiono ben localizzati quando viene fatta una misurazione. Combinando cosi l’aspetto ondulatorio e corpuscolare senza ridursi ad alcuna di queste due categorie, sono in un certo senso gli “ornitorinchi della fisica classica”.
A proposito, sappiamo perché gli ornitorinchi, essendo così particolari, sono come sono?
La loro esistenza obbedisce a una necessità?
Sono il risultato di un miracolo?
O sono il prodotto del caso?
Erano già in progetto nel brodo primordiale al quale si riduceva l’Universo nei suoi primi istanti?
Ma dopotutto, queste stesse domande possono essere poste anche a proposito dell’uomo e persino dell’intero Universo.
Quest’ultimo avrebbe potuto fare a meno di noi?

Tratto da E. Klein -
L'uomo invisibile e altri misteri scientifici -
Barbera Editore - pp. 43-45