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martedì 31 maggio 2011

I FEDELI D’ AMORE

L’ Ordine Iniziatico dei Fedeli d’ Amore è scomparso in Occidente dalla fine del medio Evo, vuoi perché i suoi membri hanno scelto d’emigrare in paesi del Medio Oriente, in Siria o in Egitto, vuoi perché, numericamente pochi, alla fine hanno scelto la clandestinità più rigorosa. 
Esistono comunque delle prove che tale Ordine si è semplicemente “nascosto” e che resta vivo in Occidente
persino fino ai nostri giorni. Naturalmente l’Ordine non esiste più come Ordine, perché dal Medio Evo in poi si sono esplicitati solo casi isolati, ovvero esperienze individuali. 
Ma ci si può interrogare su cosa significhi essere un fedele d’amore, adesso che l’Ordine che li riuniva ha palesemente smesso di esistere? 
In altre parole, essere un fedele d’amore significa, ai nostri giorni, l’appartenere ad un Ordine costituito come tale, con la sua gerarchia, i suoi riti iniziatici e il suo linguaggio segreto? 


Renè Guènon stesso mette in guardia contro questa confusione a proposito dell’analogo caso dei Rosa+Croce : 
“Il termine di Rosa – Croce è il significato proprio di un grado iniziatico effettivo, il cui possesso, evidentemente, non è necessariamente legato al fatto di appartenere ad una specifica organizzazione definita”. 
E’ lo stesso per ciò che concerne i fedeli d’amore.  Quando si parla della fedeltà d’amore bisogna dunque tenere ben presente certamente un Ordine antico scomparso di cui sono noti alcuni rappresentanti
che hanno lasciato delle Opere Letterarie : Dante, Cavalcanti, ma anche una via e un modo di realizzazione spirituale che alcuni individui, senza dubbio rari, hanno intrapreso dopo che si è “occultato”, in condizioni, d’altro canto, tanto misteriose quanto lo erano all’epoca in cui questo Ordine esisteva: Novalis, Raffaello. 
Ciò che in effetti distingue l’Ordine dei Fedeli d’Amore è la sua disciplina dell’Arcano, il suo “segreto”, il che spiega perché i suoi membri hanno lasciato così poche tracce; tranne, naturalmente, l’opera di Dante. 
Bisogna  penetrarne i Misteri.



Man mano che il fedele d’amore progredisce nella sua esperienza amorosa si muove nell’ambito di quell’Oriente che percorre da un capo all’altro. Nel corso di questa peregrinazione, che si compone di tutte le vicissitudini che formanonl’amore umano, effettivamente è la persona amata che si trasfigura fino alla “illuminazione” dello stesso fedele d’amore, ciò costituisce la “visione dell’Angelo”, perché 
“l’amore tende alla trasfigurazione della figura terrestre amata, avvicinandola alla Luce affinché ne faccia sbocciare tutte le potenzialità sovraumane, fino ad investirla della funzione teofanica dell’Angelo”.
L’amore spirituale è quello che si offre all’ammirazione secondo la dottrina o la religione dei Fedeli d’Amore. Ma ben presto il Fedele d’Amore viene preso da un altro amore, che è “l’amore intellettuale”, 
“quando questo intelletto progredisce sotto la protezione dell’anima pensante, nel mondo delle anime”.
E’ qui che si trova l’inizio dell’amore divino, “che è la vetta delle vette”.
Di ciò che chiamiamo “illuminazione”, “visione dell’Angelo”, i fedeli d’amore ne fanno esperienza in modo soggettivo e singolare, ma sempre con modalità identiche: apparizione di un essere di bellezza trasfigurata che assomiglia all’amatissima o visione dell’amatissima sotto le spoglie di un angelo che le assomiglia. In entrambe i casi si tratta proprio della figura teofanica di cuil’amatissima è l’annunciazione.



Dante ci racconta, nella sua Vita Nova  che un giorno che è “seduto e tutto assorto da qualche parte”, sente nascere nel suo cuore un tremito e gli sembra che Amore gli dica, con grande allegria : 
“pensa a benedire il giorno in cui ti ho preso, perché lo devi”. 
“E in verità, continua Dante, sentivo il mio cuore così gioioso che non mi pareva fosse il mio, da tanto che era nuovo il mio stato. E poco dopo che il cuore mi ebbe detto queste parole con linguaggio d’amore, vidi venire verso di me una gentile dama,di rinomata bellezza”. 
Il nome di questa dama è Giovanna, ma il suo soprannome è Primavera.
Guardando dietro di lei – continua Dante – vidi venire l’ammirevole Beatrice. Queste dame passarono vicino a me, una dopo l’altra, e mi sembrò che Amore mi dicesse nel mio cuore : la prima è chiamata Primavera solo a causa di questa sua venuta di oggi, perché sono stato io a spingere colui che le ha dato questo nome a chiamarla Primavera che vuol dire prima verrà, il giorno in cui Beatrice si mostrerà al suo fedele. E se inoltre vuoi considerare anche il suo nome originale, è più che dire che verrà prima poiché il suo nome Giovanna deriva da quel Giovanni che precedette la Vera Luce dicendo: Io sono la voce che grida nel deserto, preparate la via del Signore. Mi sembrò che mi dicesse ancora queste parole : E chi volesse vedere con ancor più penetrazione chiamerebbe questa Beatrice Amore, tanto è grande la sua somiglianza con me”.
L’ “illuminazione” dei fedeli d’Amore è dunque vedere l’Angelo, è contemplare la giovane donna che assomiglia alla propria anima sotto la sua forma teofanica, ed è anche vedere il volto di bellezza dell’Essere divino di cui il volto trasfigurato dell’essere amato porta i tratti. 
Ma veder l’Angelo è anche riconoscere il Maestro Interiore che investe il fedele d’amore della sua dignità ed è comprendere che egli è il proprio Testimone in Cielo. Ora, questo maestro porta appunto i tratti “annunciatori” del volto dell’amatissima



E’, infine, vedere il volto dell’Amico, sotto le apparenze di Sophia, della Sapienza cristica o della Sapienza divina, secondo la parola di Jacob Boheme :
“la Sapienza divina è la Vergine eterna, non la donna, è la purezza immacolata e la castità, ed appare come l’immagine di Dio e l’immagine della Trinità”.
Questo volto che è la bellezza nascosta dell’essere amato e che è anche il volto dell’iniziatore, del Maestro Invisibile, è lo stesso volto che permette di vedere l’Angelo, il volto del Maestro Interiore, dell’Amico, che è anche il volto di Dio stesso, la faccia divina che mostra al fedele d’amore, quando questi vede la bellezza dell’essere amato, tale e quale come la vede Dio. E’ quindi sempre lo stesso volto, visto sia con gli occhi dello spirito :amore divino, sia con gli occhi dell’anima: amore spirituale. 
A questo livello, dove la sapienza divina si manifesta sotto le apparenze di un Angelo di forma umana, “conoscersi è conoscere il proprio Signore”, cioè il Dio che si manifesta, il proprio Signore.
Ma esiste una tappa supplementare in questa conoscenza di sé,più intima, anche meno comunicabile, che è quella che sperimentano i Fedeli d’Amore quando la figura dell’Imam si sovrappone a quella del Cristo : “colui che conosce il suo Imam, conosce il suo Signore”. Tuttavia questa tappa appartiene al “segreto” dei Fedeli d’Amore. Se ne può dire soltanto questo : 
“è nel segreto del cuore che nasce l’Amore. Quando ne sono presi, i Fedeli d’Amore dissimulano il loro segreto, lo depositano nel loro cuore come un tesoro nascosto, ed è nel più profondo dell’anima che contemplano il volto dell’Amata.Non esiste, pertanto, amore fedele se non vissuto segretamente : sono allora due cuori uniti da un duplice segreto : il loro amore clandestino ed il Segreto del loro Amore”

La “chiamata”, ovvero la turbolenza dello Spirito, per i Fedeli d’Amore prende di solito le sembianze dell’amore umano, che diventa il punto di partenza dello sviluppo spirituale del futuro Iniziato.
E’ questo il caso del primo incontro con Beatrice, per Dante. La “chiamata” viene quindi effettuata con l’intrusione nel mondo quotidiano (mondo occidentale) di qualcosa che proviene dall’orizzonte (oriente) del mondo visibile. Quando il futuro Iniziato prende coscienza di questo “orizzonte”, si
mette in “cammino”, ed è un cammino verso la Luce.
Non ha ancora alcun Maestro, ma ha la fede in ciò che ha sentito e capito della chiamata; è un movimento volontario, una aspirazione dell’anima che lo spinge a camminare verso questo Oriente. Ma i pericoli sono notevoli e senza un Maestro il cammino diventa impraticabile.
Nel Medio Evo l’Iniziazione sarebbe stata conferita da un Maestro “Visibile”, appartenente all’Ordine, ma i documenti relativi mancano completamente e, se ci si attiene alle esperienze relative ai racconti dei Fedeli d’Amore, sia in Occidente che in Oriente, si potrebbe anche dubitare dell’esistenza di una tale Iniziazione.
E’ conosciuto che esistono, in Oriente, dei Maestri visibili o invisibili che appartengono a genealogie spirituali, che sono la causa del come, nel Medio Evo, gli Ordini Esoterici cristiani abbiano potuto entrare in relazione con gli omologhi ordini orientali.
E’ evidente un certo “incontro” dell’ Oriente con l’ Occidente, vissuto nel segreto del cuore, che autorizza l’Iniziato ad entrare in contatto col suo Maestro Interiore e, di conseguenza, a progredire verso gli stati superiori dell’Essere. E’ così che è possibile conoscere il proprio Signore.


La “Vita Nova” di dante descrive molto precisamente le diverse tappe dell’iniziazione alla Fedeltà d’ Amore e dell’ Illuminazione che dà accesso all’amore appassionato o di passione che è l’amore dei Fedeli d’Amore.
All’origine di ogni Iniziazione all’Ordine dei Fedeli d’Amore si trova un’esperienza amorosa che è punto di partenza di uno sviluppo spirituale nel corso del quale l’amore diventerà un Amore di Passione. Ma questo sviluppo resta riservato ad un piccolo numero di adepti : 
“Amore non apre a chiunque la via che conduce a Lui”.
Come per ogni Iniziazione l’essere che è stato preso ne deve manifestare la disposizione dell’Anima. Ma dopo che l’Amore è venuto a constatare che vi sono le attitudini 
“invia a lui Nostalgia che è la sua confidente e la sua delegata, affinché costui purifichi la sua dimora e non vi faccia entrare nessuno”.
Si tratta quindi di una prima tappa nello sviluppo personale dell’essere sinceramente preso che è quella dell’Iniziazione. In seguito 
“bisogna che Amore faccia il giro della dimora e scenda fino alla cella del cuore. Distrugge alcune cose, ne costruisce delle altre, fa passare per tutte le varianti del comportamento amoroso”.
E’ al termine di questa seconda tappa che si produce l’Illuminazione che è ciò che simbolizza il “cuore gentile” secondo Dante, cioè 
“il cuore purificato, dunque vuoto di tutto ciò che concerne gli oggetti esteriori e per ciò stesso reso atto a ricevere l’Illuminazione interiore”. 
Allora, Amore 
“si decide a recarsi alla corte della Bellezza”; 
in questa ultima tappa l’essere che è stato preso dovrà conoscere “le tappe e i gradi per i quali passano i Fedeli d’Amore” e soprattutto dovrà “dare il suo assenso totale all’Amore”.
E’ a questa condizione che l’Iniziato diviene un Fedele d’ Amore ed “è solo dopo di ciò che verranno date le visioni meravigliose”.


Fonte: http://www.massoneria.oriente.civitanovamarche.org/tavole/2009/i_fedeli_d_amore.pdf

lunedì 30 maggio 2011

Il mito della biga alata di Platone

 Platone parla del mito come di un aiuto alla Ragione quando questa deve affrontare argomenti – come quello della natura dell’anima – che sfuggono a una trattazione rigorosamente razionale. La natura dell’anima, quindi, è descritta attraverso uno dei miti piú famosi: quello della “biga alata”, in cui l’auriga e i due cavalli rappresentano gli elementi dell’anima “in azione”. Parla Socrate, che riferisce un discorso del poeta Stesicoro.

Platone Fedro, 246 a-249d
1    [246 a] [...] Dell’immortalità dell’anima s’è parlato abbastanza, ma quanto alla sua natura c’è questo che dobbiamo dire: definire quale essa sia, sarebbe una trattazione che assolutamente solo un dio potrebbe fare e anche lunga, ma parlarne secondo immagini è impresa umana e piú breve. Questo sia dunque il modo del nostro discorso. Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi [b] sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sí e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso. Ed ora bisogna spiegare come gli esseri viventi siano chiamati mortali e immortali. Tutto ciò che è anima si prende cura di ciò che è inanimato, e penetra per l’intero universo assumendo secondo i luoghi forme [c] sempre differenti. Cosí, quando sia perfetta ed alata, l’anima spazia nell’alto e governa il mondo; ma quando un’anima perde le ali, essa precipita fino a che non s’appiglia a qualcosa di solido, dove si accasa, e assume un corpo di terra che sembra si muova da solo, per merito della potenza dell’anima. Questa composita struttura d’anima e di corpo fu chiamata essere vivente, e poi definita mortale. La definizione di immortale invece non è data da alcun argomento razionale; però noi ci preformiamo il dio, [d] senza averlo mai visto né pienamente compreso, come un certo essere immortale completo di anima e di corpo eternamente connessi in un’unica natura. Ma qui giunti, si pensi di tali questioni e se ne parli come è gradimento del dio. Noi veniamo a esaminare il perché della caduta delle ali ond’esse si staccano dall’anima. Ed è press’a poco in questo modo.
2    La funzione naturale dell’ala è di sollevare ciò che è peso e di innalzarlo là dove dimora la comunità degli dèi; e in qualche modo essa partecipa del divino piú delle altre cose che hanno attinenza con il corpo. Il divino è [e] bellezza, sapienza, bontà ed ogni altra virtú affine. Ora, proprio di queste cose si nutre e si arricchisce l’ala dell’anima, mentre dalla turpitudine, dalla malvagità e da altri vizi, si corrompe e si perde. Ed eccoti Zeus, il potente sovrano del cielo, guidando la pariglia alata, per primo procede, ed ordina ogni cosa provvedendo a tutto. A lui vien dietro l’esercito degli dèi e dei demoni ordinato in undici [267 a] schiere: Estia rimane sola nella casa degli dèi. Quanto agli altri, tutti gli dèi, che nel numero di dodici sono stati designati come capi, conducono le loro schiere, ciascuno quella alla quale è stato assegnato. Varie e venerabili sono le visioni e le evoluzioni che la felice comunità degli dèi disegna nel cielo con l’adempiere ognuno di essi il loro compito. Con loro vanno solo quelli che lo vogliono e che possono, perché l’Invidia non ha posto nel coro divino. Ma, eccoti, quando si recano ai loro banchetti e festini, salgono [b] per l’erta che mena alla sommità della volta celeste; ed è agevole ascesa perché per le pariglie degli dèi sono bene equilibrate e i corsieri docili alle redini; mentre per gli altri l’ascesa è faticosa, perché il cavallo maligno fa peso, e tira verso terra premendo l’auriga che non l’abbia bene addestrato. Qui si prepara la grande fatica e la prova suprema dell’anima. Perché le anime che sono chiamate immortali, quando sian giunte al sommo della volta celeste, si spandono fuori e si librano sopra il dorso del cielo: e l’orbitare del cielo le trae attorno, cosí librate, ed esse [c] contemplano quanto sta fuori del cielo.
3    Questo sopraceleste sito nessuno dei poeti di quaggiú ha cantato, né mai canterà degnamente. Ma questo ne è il modo, perché bisogna pure avere il coraggio di dire la verità soprattutto quando il discorso riguarda la verità stessa. In questo sito dimora quella essenza incolore, informe ed intangibile, contemplabile solo dall’intelletto, pilota dell’anima, quella essenza che è scaturigine della [d] vera scienza. Ora il pensiero divino è nutrito d’intelligenza e di pura scienza, cosí anche il pensiero di ogni altra anima cui prema di attingere ciò che le è proprio; per cui, quando finalmente esso mira l’essere, ne gode, e contemplando la verità si nutre e sta bene, fino a che la rivoluzione circolare non riconduca l’anima al medesimo punto. Durante questo periplo essa contempla la giustizia in sé, vede la temperanza, e contempla la scienza, ma non quella [e] che è legata al divenire, né quella che varia nei diversi enti che noi chiamiamo esseri, ma quella scienza che è nell’essere che veramente è. E quando essa ha contemplato del pari gli altri veri esseri e se ne è cibata, s’immerge di nuovo nel mezzo del cielo e scende a casa: ed essendo cosí giunta, il suo auriga riconduce i cavalli alla greppia e li governa con ambrosia e in piú li abbevera di nettare.
4    [248 a] Questa è la vita degli dèi. Ma fra le altre anime, quella che meglio sia riuscita a tenersi stretta alle orme di un dio e ad assomigliarvi, eleva il capo del suo auriga nella regione superceleste, ed è trascinata intorno con gli dèi nel giro di rivoluzione; ma essendo travagliata dai suoi corsieri, contempla a fatica le realtà che sono. Ma un’altra anima ora eleva il capo ora lo abbassa, e subendo la violenza dei corsieri parte di quelle realtà vede, ma parte no. Ed eccoti, seguono le altre tutte agognanti quell’altezza, ma poiché non ne hanno la forza, sommerse, sono spinte qua e là e cadendosi addosso si calpestano a vicenda nello sforzo di sopravanzarsi l’un l’atra. Ne conseguono [b] scompiglio, risse ed estenuanti fatiche, e per l’inettitudine dell’auriga molte rimangono sciancate e molte ne hanno infrante le ali. Tutte poi, stremate dallo sforzo, se ne dipartono senza aver goduto la visione dell’essere e, come se ne sono allontanate, si cibano dell’opinione. La vera ragione per cui le anime si affannano tanto per scoprire dove sia la Pianura della Verità è che lí in quel prato si trova il pascolo congeniale alla parte migliore dell’anima [c] e che di questo si nutre la natura dell’ala, onde l’anima può alzarsi. Ed ecco la legge di Adrastea. Qualunque anima, trovandosi a seguito di un dio, abbia contemplato qualche verità, fino al prossimo periplo rimane intocca da dolori, e se sarà in grado di far sempre lo stesso, rimarrà immune da mali. Ma quando l’anima, impotente a seguire questo volo, non scopra nulla della verità, quando, in conseguenza di qualche disgrazia, divenuta gravida di smemoratezza e di vizio, si appesantisca, e per colpa di questo peso perda le ali e precipiti a terra, allora la legge vuole che questa anima non si trapianti in alcuna natura ferina [d] durante la prima generazione; ma prescrive che quella fra le anime che piú abbia veduto si trapianti in un seme d’uomo destinato a divenire un ricercatore della sapienza e del bello o un musico, o un esperto d’amore; che l’anima, seconda alla prima nella visione dell’essere s’incarni in un re rispettoso della legge, esperto di guerra e capace di buon governo; che la terza si trapianti in un uomo di stato, o in un esperto d’affari o di finanze; che la quarta scenda in un atleta incline alle fatiche, o in un medico; che la [e] quinta abbia una vita da indovino o da iniziato; che alla sesta le si adatti un poeta o un altro artista d’arti imitative, alla settima un operaio o un contadino, all’ottava un sofista o un demagogo, e alla nona un tiranno.

5    Ora, fra tutti costoro, chi abbia vissuto con giustizia riceve in cambio una sorte migliore e chi senza giustizia, una sorte peggiore. Ché ciascuna anima non ritorna al luogo stesso da cui era partita prima di diecimila anni giacché non mette ali in un tempo minore  tranne [249 a] l’anima di chi ha perseguito con convinzione la sapienza, o di chi ha amato i giovani secondo quella sapienza. Tali anime, se durante tre periodi di un millennio hanno scelto, sempre di seguito, questa vita filosofica, riacquistano per conseguenza le ali e se ne dipartono al termine del terzo millennio. Ma le altre, quando abbiano compiuto la loro prima vita, vengono a giudizio, e dopo il giudizio, alcune scontano la pena nelle prigioni sotterranee, altre, alzate dalla Giustizia in qualche sito celeste, ci vivono cosí come hanno meritato dalla loro vita, passata in forma umana. [b] Allo scadere del millennio, entrambe le schiere giungono al sorteggio e alla scelta della seconda vita; ciascuna anima sceglie secondo il proprio volere: è qui che un’anima può passare in una vita ferina e l’anima di una bestia che una volta sia stata in un uomo può ritornare in un uomo. Giacché l’anima che non abbia mai visto la verità non giungerà mai a questa nostra forma. Perché bisogna che l’uomo comprenda ciò che si chiama Idea, passando da una molteplicità di sensazioni ad una unità organizzata dal [c] ragionamento. Questa comprensione è reminiscenza delle verità che una volta l’anima nostra ha veduto, quando trasvolava al seguito d’un dio, e dall’alto piegava gli occhi verso quelle cose che ora chiamiamo esistenti, e levava il capo verso ciò che veramente è. Proprio per questo è giusto che solo il pensiero del filosofo sia alato, perché per quanto gli è possibile sempre è fisso sul ricordo di quegli oggetti, per la cui contemplazione la divinità è divina. Cosí se un uomo usa giustamente tali ricordi e si inizia di continuo ai perfetti misteri, diviene, egli solo, veramente perfetto; e [d] poiché si allontana dalle faccende umane, e si svolge al divino, è accusato dal volgo di essere fuori di sé, ma il volgo non sa che egli è posseduto dalla divinità. [...]

(Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 752-758)

sabato 28 maggio 2011

L'ARCHETIPO ADAM KADMON

Adam Kadmon è l'Uomo Celeste è il Logos manifestato,  ilParadigma dell'Umanità, l'Adamo DivinoPrincipale ed Universale. E’ detto anche Adamo Archetipale, giacché è emanazione ontologica di Dio.
E’ concetto diverso da Adam Rischin, che è invece, l'Adamo Primordiale,che si manifesta nell’Eden.
Adam Kadmon include in sè, il principio di tutto, perché diretta emanazione della Causa Prima dalla Luce dell’En Soph di cui è dunque l’immagine.
Adam Kadmon ha origine nello spazio primordiale, quale prima configurazione della Luce divina, la più alta forma attraverso la quale En Soph comincia a manifestarsi. Con la "rottura dei vasi", anche da Adam Kadmon nasce l'Adamo terreno.
Egli è pure Avalokiteshvara, il Logos dei Buddisti del "Grande Veicolo" (Mahayana). In Cina è Kwan-Shai-Yin, “Figlio identico a suo Padre" proprio come la seconda persona della trinità cristiana: Gesù.

Nel simbolismo delle Stanze di Dzyan (dalla Dottrina segreta opera di teosofia nel 1888 da Helena Blavatsky) la materia omogenea del primo piano cosmico é denominata “Uovo del Mondo” e racchiude il "Germe" nel quale vibra il raggio emanato dal primo Logos. La Luce feconda il “germe” dell'Uovo che diviene totalità dei poteri artefici dell’universo.
Per la Blavatsky l'Uomo Celeste è dunque lo Spirito divino del “Terzo Logos"
Secondo la dottrina teosofica si può fare anche un parallelismo tra Adam Kadmon e l’Ouroboros: il Grande Serpente che nell’incessante inseguimento del negativo per il positivo, attira la sua coda nella sua bocca e la morde unendo positivo e negativo e dando inizio all’emanazione di tutte le cose. (Solomon , 2001)
Come il dio egiziano Kneph, che dà il “soffio della vita”, che Diodoro e Plutarco, associavano al dio greco Pneuma. Kneph diede vita a tutto con il suo soffio di spirito dando forma al creato. Kneph è rappresentato come un serpente che accerchia un vaso colmo di acqua,  e che  si muove sulle acque impregnandole del suo soffio vitale.

E’ dunque presente non solo nella dottrina giudaica ma è archetipo presente in tutte le dottrine religiose ed esoteriche.
E’ possibile raffigurare le Sephirot in forma umana di Adam Kadmon. 

Tale rappresentazione ha parallelismi significativi con la dottrina platonica delle idee.
Le idee per Platone sono entità eterne ed immutabili e perfette da cui si modellano in maniera imperfetta tutte le forme della realtà fisica. Cosi come da Adam Kadmon si genera l’Adamo terrestre o edenico.
Tale corrispondenza non ci deve stupire se si pensa che, già prima di Platone, presso i Babilonesi era diffusa la rappresentazione mentale di un creato ideale celeste, sul cui modello erano state create le cose terrestri.
Il Sépher Yetziràh ("Libro della formazione", il più importante libro sull’esoterismo ebraico) ci fornisce la coniugazione giudaica della teoria delle idee pensate sia come modelli che come principi attivi della creazione: la tecnica divina, mediante la quale il mondo fu costruito in base alle sostanze primarie dove le Sefiroth rappresentavano le idee sia come modelli che come principi. Adam Kadmon unisce in se “la totalità degli esseri" chiamati a manifestarsi nell’universo.
Secondo tale concezione Dio è allo stesso tempo immanente e trascendente:  
- è immanente poichè le Sefiroth (forme) sono emanazione dello spirito divino;
- è trascendente perchè la materia creata da Dio nelle forme e con cui il Mondo fu creato, è frutto della divina attività di creazione.

Adam Kadmon dunque dal piano ontologico sprofonda nel piano terrestre in Adam Rischin.
Facendo un parallelismo con la dottrina platonica l’Adamo terrestre può cercare di tornare al mondo delle idee attraverso i simboli archetipi derivanti dalle idee, che sono ponte per l’iperuranio, dove si trova l’Adam Kadmon.

di Gandolfo Dominici

Fonti:
- Solomon Lancri - Introduzione allo studio della dottrina segreta - Gnosi - 2001
- Blavatsky Helena P. - Le stanze di Dzyan -Gnosi - 2011
- Lahy Georges -Sepher Yetzirah. Il libro della formazione - Venexia- 2006

martedì 24 maggio 2011

La leggenda di Hiram e il Tempio di Salomone

Quale era il legame tra Hiram e il Tempio di Salomone?
Vediamo ora cosa legava i due grandi uomini, il motivo della costruzione del Tempio e le vicissitudini che hanno portato l’architetto alla corte del Re di Israele.
 La storia narra che Salomone era stato incaricato dal padre, insieme ad una squadra formata da soldati scelti, di custodire e proteggere nel suo peregrinare (che simboleggia il cammino dell’Uomo alla ricerca di Dio) il bene più prezioso dei tabernacoli, l’Arca dell’Alleanza.
Il Re Davide in punto di morte trasmise al figlio il suo testamento:
 "Ti lascio il mio regno, Salomone, quello che dio mi ha affidato e di cui mi sono mostrato indegno. La morte e la corda che e stata tagliata dalla sua mano, il picchetto strappato, la tenda trascinata via dal vento del deserto. La mia anima è pronta ad attraversare il cielo per comparire davanti al mio giudice. Ho combattuto e ho vinto. Che quest’epoca sia finita per sempre. Tu che porti il nome di Salomone, “a lui la pace”, perseguila su questa terra. Fa che sia il legame tra Israele e il cielo. La mia corona è macchiata di sangue. Teste tagliate giacciono ai piedi del mio trono, è per questo che non ho potuto costruire la casa del Signore. Assolvi tu questo compito, figlio mio. Cerca incessantemente la saggezza, quella che fu creata prima delle origini, prima che nascessero il mare e i fiumi, prima che s’innalzassero le montagne, che ci fosse una differenza tra il giorno e la notte, prima che la luce uscisse dal caos e che i cieli fossero saldamente stabiliti. E’ con la saggezza che Dio misura l’universo, con essa creò la Terra, grazie ad essa tracciò i sentieri percorsi dagli astri, senza di essa non costruirai nulla.”.


Il Grande testamento lasciato da Davide a Salomone includeva in sé il desiderio di unire tutte le tribù di Israele, motivo per cui Davide aveva dovuto più volte usare la violenza per sedare le varie guerre interne; violenza certamente non accetta a Dio e che quindi non gli consentì di costruire il grande tempio per l’unico e vero Dio: Yahweh.
Salomone era consapevole del fatto che, pur egli possedendo grandi ricchezze, il suo popolo era costituito esclusivamente da nomadi che si dedicavano alla pastorizia ed all’agricoltura, i quali, per ripararsi, sapevano esclusivamente costruire baracche di fango e paglia; dimora che sarebbe stata certamente indegna per un luogo sacro.
La stessa “reggia” di Davide, non era altro che una grande casa di paglia e fango arredata molto miseramente.
Salomone nominò consigliere colui che era stato già consigliere di suo padre: Elihap.
Elihap era di origine egiziana e fu introdotto a corte grazie alla sua conoscenza di numerose lingue. Fu Elihap, conscio dei limiti costruttivi del popolo di Israele, a suggerire a Salomone di rivolgersi al Faraone d’Egitto, Siamon, il quale gli avrebbe potuto indicare un buon architetto.

L’Egitto era ormai in decadenza in quell’epoca, dunque il faraone vide di buon occhio la possibilità di stringere un’alleanza con il confinante Israele.
Siamon diede in sposa sua figlia Nagsara a Salomone e scelse il miglior maestro della “Casa della Vita”, luogo dove si formavano i costruttori egiziani per inviarlo in Israele. Non tutti erano d’accordo quindi si decise di non ufficializzare la cosa e di non far sapere che il maestro inviato fosse egiziano.
La scelta ricadde su Horemheb, adepto di circa trent’anni, con una fronte larga ed una muscolatura possente. Era stato apprendista a dodici anni, aveva passato la sua adolescenza nei cantieri di Karnak ed era diventato maestro d’opera tre anni prima, approfondendo l’arte studiando i trattati di Imhotep, il più grande degli architetti egiziani.
Il faraone, che aveva lasciato libera scelta a Horemheb, gli ordinò di scendere nelle sale sotterranee all’edificio e di prendere gli oggetti rituali che vi erano stati depositati molti secoli addietro.
Prima di partire per Gerusalemme il faraone lo abbracciò e gli disse:
“D’ora in avanti tu ti chiamerai Hiram, provieni da Tiro, non sei egiziano e dovrai credere nell’unico Dio, quello degli ebrei.”


Hiram pur di dare continuità all’opera dei costruttori, acconsenti e parti per il lungo viaggio verso Gerusalemme.
Dopo numerose peripezie, Hiram giunse al cospetto del grande Re Salomone, che gli disse:

- Benvenuto nel mio paese Maestro Hiram.


Hiram non rispose ed allora il Re lo incalzo:


- Siete di poche parole.


Hiram rispose:


- Io amo il silenzio Signore, il mio regno e quello della pietra e del legno.


Salomone chiese, da dove vieni?


- Da Tiro. il Re, per cui lavoravo, mi ha detto che cercavi un architetto.


Salomone era impressionato dallo sguardo di fuoco di quell’uomo possente con la capigliatura nera, le sopracciglia spesse ed il naso diritto che conferivano al suo viso un’espressione di severità.


Salomone chiese ancora a Hiram:


- Qual è la tua scienza?


Hiram rispose:


- L’arte del disegno.

- a che ti serve?

- a tagliare le pietre, a metterle insieme e sollevarle in modo che siano sistemate senza bisogno di rifiniture, e che l’edificio resista nel tempo..

- Accetteresti di rivelarmi quest’arte?

- No, Signore. O m’ingaggi dandomi pieni poteri sul mio cantiere, o me ne vado.

- Non e un linguaggio diplomatico Maestro Hiram.

- Non lo sono e non ho intenzione di diventarlo.


Il rapporto che s’instaurò tra i due grandi uomini non fu sempre pacifico, ma fu improntato comunque al massimo rispetto reciproco.
Salomone era spinto alla costruzione del tempio da motivi politico-religiosi, per unire le tribù di Israele, il tempio sarebbe stato molto utile allo scopo.
Hiram invece era concentrato nella costruzione del tempio in quanto il Tempio stesso era l’espressione più elevata della spiritualità dell’uomo, e nel Tempio avrebbe trovato la prosecuzione di quell’opera infinita che e il perfezionamento dell’essere umano.

Le risorse di Salomone, seppure ingenti, furono ritenute insufficienti dal Maestro Hiram il quale si offrì di intercedere presso la Regina di Sabanel cui regno si producevano grandi quantità di oro, per favorire uno
scambio commerciale che avrebbe portato risorse e oro in Israele.
Salomone, venuto a conoscenza della facilita con cui Hiram aveva ottenuto i favori dalla Regina di Saba, rimase stupito e interrogo in tal senso l’architetto:


- Chi sei realmente, Maestro Hiram?

- Un artigiano diventato esperto del suo mestiere.

- Come posso crederti, dopo quel che e successo? Come è possibile che un semplice operaio sia riuscito ad ottenere una missiva della Regina di Saba, che annuncia il prossimo invio di un carico di oro rosso?

- Grazie all’amicizia, Maestà. La nostra confraternita è più potente di quanto immagini. La regina vuole uno splendido palazzo e un tempio dal disegno perfetto. Per questo colma di onori il suo architetto che per me è come un fratello. Ha prestato attenzione alla mia richiesta ed è intervenuto presso la sovrana di cui e anche primo ministro.

Il soggiorno di Hiram in Israele fu comunque un continuo viaggiare, anche in terre lontane, per la ricerca dei materiali pin idonei alla costruzione del Tempio.
A Saba, sulla cima di una delle numerose montagne aurifere Hiram fu iniziato all’arte del disegno.
Un giorno Hiram scavò per terra con l’aiuto di una pietra appuntita. Gesti lenti, precisi, efficaci. La coppa con lo scettro d’oro uscirono dal terreno friabile dove Hiram aveva preso la precauzione di nasconderli prima di stabilirsi a Gerusalemme.
Come confessare a Salomone che questi simboli erano stati offerti secoli prima al faraone Cheope dalla prima regina di Saba, all’epoca della costruzione della grande piramide?

La sovrana di Saba, che venerava il sole come il faraone, aveva deciso di dare il suo contributo alla costruzione di quella meraviglia dell’universo, pertanto aveva deposto nella camera bassa della grande piramide lo scettro di Saba e, sotto la sfinge, una coppa contenente la rugiada del

primo mattino del mondo. Erano questi gli oggetti che il faraone Siamon aveva affidato a Hiram, prima che partisse dall’Egitto Erano gli oggetti che l’architetto doveva porre nelle fondamenta del tempio di Salomone, affinché questo si fondasse sull’antica saggezza.

Salomone, venuto a conoscenza del fatto dallo stesso Hiram, aveva accettato purché il tempio fosse eretto.
Quel giorno, Salomone e Hiram giunsero ai piedi della roccia sulla quale sarebbe dovuto sorgere il tempio.
L’architetto mostrò al Re lo scettro e la coppa e poi con un trapano scavò una cavità dove depositò i preziosi oggetti e richiuse.
Ad eccezione di Salomone e dell’architetto nessuno avrebbe saputo che l’embrione del tempio di Yahweh era il sole di Saba.
A parte Hiram nessuno avrebbe saputo che l’Egitto era la madre del più grande santuario di Israele, che il dio nascosto tanti secoli prima nella piramide resuscitava in Yahweh.
Salomone tratteneva a stento la sua emozione, secondo i libri sacri che aveva consultato, il luogo scelto da Hiram corrispondeva perfettamente alla porta del mondo segreto.
Il lavoro proseguiva con i preparativi e Hiram proseguiva nel suo compito: edificare un tempio che sarebbe stato quello di Yahweh, ma con un’architettura, un arredamento ed una simbologia che riprendevano quelle dei templi egiziani.


"Trascrivere senza tradire, trasmettere senza divulgare, incarnare il Cielo sulla Terra".

Hiram rimaneva nell’ombra, il lavoro lo assorbiva. Dovette formare dei bravi operai, con la speranza di farne degli artigiani scelti di cui presto avrebbe avuto bisogno. Era infatti impossibile, in Israele, trovare apprendisti pazientemente addestrati come in Egitto.
Hiram cercava caratteri forti, equilibrati, ricettivi che in pochi mesi avrebbero dovuto apprendere i rudimenti di una scienza che gli adepti di solito imparavano in diversi anni.
Era l’aspetto più difficile dell’ impresa: costituire una confraternita di praticanti sul luogo stesso del loro apprendistato.
L’architetto finì di compilare una lista che comprendeva una  cinquantina di nomi: quelli degli apprendisti che avrebbero iniziato la conoscenza delle leggi necessarie alla creazione del tempio, all’uso degli arnesi e alla posa della pietra.
La stava rileggendo quando senti qualcuno che tentava di forzare l’accesso nel laboratorio di Disegno. Era il suo servo ebreo che, lanciandosi in una lunga supplica, gli chiese di entrare a far parte della confraternita.
Hiram allora gli disse:


- Se vuoi entrare nel cantiere, dovrai sottoporti ad una prova.

- La mia vita .... . sarà minacciata?

- E’ pericoloso ammise Hiram

- Ma io sono il tuo servo, mi aiuterai?

- Le regole del cantiere me lo proibiscono.

- Questa prova .... è indispensabile?

- Indispensabile, rispose Hiram


Hiram bendò gli occhi del servo, e lo introdusse nella sala delle prove dove vi era un’asse sottile di legno appoggiata su due blocchi cubici, accatastati uno sull’altro.
Tra mille difficoltà e forti paure il servo supero la prova.
Tu sarai i miei occhi e le mie orecchie  disse Hiram, circolerai dappertutto, osserverai, ascolterai. Non devi sentirti una spia.
Per ordine di Hiram, il suo servo contatto uno per uno gli operai che l’architetto aveva messo nella lista, comunico loro una parola d’ordine: 
“La mia forza è quella del Maestro”, 
e li riunì nella sala delle prove. Gli operai si sedettero sul pavimento della sala, non prima di aver prestato il giuramento che non avrebbero riferito ad alcuno quanto avrebbero visto e sentito, pena la morte.
Hiram insegnò loro a tracciare i segni della confraternita dei costruttori.
Poi fece si che prendessero coscienza che il corpo umano era costruito secondo proporzioni geometriche, che testimoniavano l’azione di un architetto divino.
Infine comunicò loro i primi precetti del codice dei costruttori: lavorare per la gloria del Principe creatore, non cercare benefici personali, privilegiare l’interesse della confraternita, saper tacere, rispettare gli arnesi come esseri viventi.
Quando s’innalzarono le prime colonne, Hiram capi che i suoi apprendisti avevano assimilato i precetti elementari dell’arte di costruire.

Cosi chiamò i migliori apprendisti nel laboratorio di Disegno, e li iniziò alla scienza dei praticanti, che avrebbe consentito loro di innalzare muri e ripartire armoniosamente i blocchi perfettamente tagliati. Indossando un
grembiule bianco, pulito con cura al termine di ogni giornata di lavoro, gli adepti prestarono giuramento di non rivelare nulla né agli apprendisti né ai profani.
Dopo cinque giorni e cinque notti d’insegnamento, i praticanti erano colmi di un sapere che superava il loro intelletto e provavano verso il Maestro Hiram una gratitudine che nessuna parola poteva esprimere. La fraternità che li legava a lui aveva il fulgore del sole estivo.
Prima di ogni giornata di lavoro, gli apprendisti formavano una prima colonna silenziosa, i praticanti una seconda.
Uno alla Volta, si presentavano al cospetto di Hiram e gli sussurravano all’orecchio la parola d’ordine corrispondente al loro grado.
L’architetto la cambiava pin volte durante il mese, scoraggiando cosi ogni tentativo di frode.

Durante i lavori, Hiram realizzava con le proprie mani nude un profondo cunicolo nella roccia, dove, alla fine, ricavò una stanza cubica completamente oscura.
Il Maestro lavorava senza sosta per terminare la sala sotterranea, cui aveva assegnato le proporzioni di un cubo, dove sul fondo aveva creato una nicchia, come la camera mediana delle piramidi; e una specie di scala verso il cielo che l’adepto percorreva muovendo dal cuore della terra e dal centro della pietra, oltrepasso un numero infinito di porte, visibili e invisibili, che lo avvicinavano alla luce dell’origine.

Un giorno Hiram, al momento della paga, scelse nove praticanti ai quali non consegno il salario e chiese loro di attendere, poi li condusse fino alla stanza cubica oscura, stando attento che nessun altro si avvicinasse.
Una volta raggiunto  il luogo, dopo il tortuoso budello di pietra, si disposero in cerchio attorno all’architetto che, togliendo una pietra scorrevole e perfettamente mimetizzata, fece apparire il cubito e la canna di sette palmi.


“Ecco gli strumenti dei Maestri”


rivelò Hiram,


“Con questi, voi calcolerete le proporzioni del tempio. Vi insegnerò i Numeri che creano la natura in ogni istante, e il cui segreto è trasmesso dalle pietre tagliare. Ma prima dovete morire a questo
mondo.”


La paura si impadronì dei prescelti, ma il desiderio di accedere al nuovo mistero fu più forte.
Hiram offrì a ogni praticante una coppa di vino.


“Se siete degni di diventare maestri, questa bevanda vi darà la forza per affrontare le prove. Ma se avete mentito, se avete tradito, se le vostre parole non sono state pure, morirete all’istante.”


“Bevete!”


ordinò Hiram.


I praticanti ubbidirono. Uno di loro sentì un bruciore atroce nel petto, al punto di credere che una morte terrificante stesse per sopraggiungere. Ma il malessere svanì. Gli altri erano rimasti in piedi. Si guardarono l’un l’altro, felici di aver superato la prova.


"Stendetevi a terra con gli occhi rivolti verso la volta di pietra"


Hiram tolse il grembiule ai praticanti e con questo coprì loro il viso.


“Voi non appartenente più all’universo degli uomini ordinari. In voi si affrontano la vita e la morte, allo scopo di far morire la morte e vivere la vita. Il vostro passato non esiste più. Voi fate parte del tempio del futuro. Siete servitori dell’Opera. Nessun altro maestro potrà imporvi la sua legge. Con la regola della confraternita di cui sono depositario, vi inizierò al ruolo di maestro.”


Hiram posò la canna sui corpi distesi. Dalla testa ai piedi, questa linea diventa il loro asse, attorno al quale d’ora in poi si sarebbe costruita la loro esistenza. Così Hiram trasmise loro l’iniziazione che aveva ricevuto: la
potenza della regola del maestro d’opera, in cui erano iscritte le proporzioni che avrebbero creato il tempio come un essere vivente.
Un piacevole torpore si impadronì dei praticanti. Non era sonno, ma un’estasi illuminata da un sole arancione, che brillava molto al di la del soffitto della grotta. Questa non era più una barriera di pietra, ma un cielo stellato dove la luce del giorno risplendeva in piena notte. Avevano l’impressione di muoversi fuori da loro stessi, come liberati dal peso del corpo. E sentivano la voce di Hiram che rivelava loro i segreti e i doveri dei
maestri.
Hiram, dopo averli fatti alzare, consegnò ai nuovi maestri una canna lunga cinquantadue centimetri, che era la chiave per la costruzione del tempio, e fasciò intorno ai loro fianchi il nuovo grembiule in pelle rossa, quale segno distintivo per il loro grado.


“Abbiamo attraversato la morte?”


domandò uno degli adepti.



“l’ambizione personale si è spenta” 


rispose l’architetto


“Al mio fianco e ai miei ordini, d’ora in poi agirete per trasformare la materia in pietra di luce.
Quel che e morto in voi è il vostro aspetto perituro, il vostro egoismo, la vostra piccolezza. Oramai assumerete la funzione di capomastri e insegnerete ai praticanti e agli apprendisti. Sarete voi a sorvegliare i cantieri e a chiamare al lavoro gli uomini della corvè, se il loro aiuto si rendesse necessario.”


Passava il tempo e la costruzione del tempio diveniva sempre più problematica, prolungando di conseguenza quello che Hiram considerava un esilio.
Gli uomini della corvè si lamentavano e vedevano in Hiram l’unico responsabile delle loro condizioni di vita.
Salomone, per cercare di placare il malcontento, aveva dovuto aumentare la paga, svuotando le sue casse più velocemente del previsto.
Il lavoro, nonostante le difficoltà nel gestire quasi 180.000 uomini, procedeva senza sosta.
Un bel giorno Hiram avvolse il papiro che conteneva il progetto del tempio.
Tenendolo tra le braccia si diresse all’estremità della roccia, proprio dove si sarebbe innalzato il Sancta Santorum. Poi incendiò  quei fogli. Non aveva più bisogno dei disegni. Tra le fiamme sarebbero spariti i segreti delle proporzioni e delle misure, destinate a sopravvivere soltanto nella sua memoria.

L’edifico era diventato la mente dell’architetto, la sua sostanza. Non avrebbe commesso errori guidando maestri e praticanti nello sviluppo del piano di costruzione.
Quando il tempio era a buon punto, il giorno della festa della tosatura delle pecore, che si celebra all’inizio dell’estate, Salomone, approfittando del cantiere deserto, riuscì a raggiungere il laboratorio di Disegno di
Hiram, dopo aver imposto il suo rango all’unico sorvegliante presente, il copritore esterno.
Sulla soglia, una porta in granito in modello ridotto. Sul frontone, vi era l’iscrizione


“TU CHE CREDI DI ESSERE SAGGIO, CONTINUA A CERCARE LA SAGGEZZA”.


Sul soffitto, stelle a cinque punte alternate con soli alati. Sul pavimento una cordicella con tredici nodi che circondava un rettangolo argentato.
Negli angoli della stanza, vasi che contenevano squadre, cubiti e papiri coperti di segni geometrici. Sul muro infondo, una seconda iscrizione:


“NON TI OCCUPARE DEI BENI TERRENI, LA’ DOVE TI PORTANO I TUOI PASSI, SE SEI GIUSTO, NIENTE TI MANCHERA’”.


Era chiaro che Hiram, ben sapendo della curiosità di Salomone e della sua influenza anche sugli operai, aveva voluto dargli una lezione.
La vanità di qualsiasi tiranno ne sarebbe stata crudelmente ferita, invece Salomone visse la prova con il sentimento di appartenere oramai a una confraternita che, invece di attenuarlo, esaltava in lui l’amore per la
saggezza.


“Il Tempio è pronto”


annunciò un giorno Hiram.


“Per più di sei anni la mia confraternita si è dedicata all’Opera. Che oggi ti viene affidata Re di Israele.”


Salomone si alzo e in compagnia di Hiram attraversò il cortile, entrando nell’area sacra, imboccando il passaggio che collegava la dimora del re a quella di Yahweh.
Si fermarono davanti a due colonne di bronzo, alte dieci metri che sostenevano dei capitelli anch’essi di bronzo decorati con melagrane.


“Queste colonne sono cave, disse Hiram, e non contengono altro che i frutti che contengono le mille e una ricchezza della creazione”


Hiram pensava all’albero che aveva protetto il corpo di Osiride.
Per chi si dirigeva verso il santuario le due colonne avrebbero annunciato la necessità di morire al mondo delle apparenze, il passaggio attraverso il fusto verticale per rinascere sotto forma di melagrana e poi sbocciare come un frutto maturo nello splendore del sacro.
Salomone si accostò alla colonna di destra e vi impose il suo sigillo:


“Dio stabilirà qui il suo trono per sempre. Per questo ti nomino JAKIN. (fondatore).”


Poi fece lo stesso con la colonna di sinistra.


“Nella Forza di Dio, che il re sia contcnto! Per questo ti nomino BOAZ (forza)”.


Con il suo genio Hiram rendeva possibile il ritorno al paradiso, la cui porta era rappresentata dalle due colonne. In tutte le sale del Tempio, Hiram aveva trasposto le sale del tempio egiziano che precedcvano il santuario segreto.
La prima sala fu nominata da Salomone l’”ulam” “quello che è davanti”, in quella sala si sarebbero purificati i sacerdoti.
Nella seconda sala, Salomone vide un triangolo scolpito nell’architrave, per terra il pavimento di legno, al cui centro vi era un grande candelabro a sette braccia, in cui la luce simboleggiava il mistero della vita nello spirito.

L’ultima stanza buia, era la camera del Sancta Sanctorum, mai visibile ai profani. Dove potevano entrare solo il Re c il sommo sacerdote.
Il pavimento era rialzato secondo alla simbologia egiziana per cui la volta celeste si abbassava a poco a poco e il suolo terrestre si alzava verso di essa ricongiungendosi all'infinito. Qui Salomone sarebbe venuto per
meditare sulla saggezza.
Sul sagrato, non ancora lastricato, vie erano due personaggi alati alti cinque metri con capo di uomo ed il volto di Salomone, rassomiglianti alle sfingi che sorvegliavano i viali che portano ai templi egiziani.
Salomone volle che queste statue fossero poste nel Sancta Sanctorum per proteggere l’Arca dell’Alleanza,. Esse incarnavano il soffio di Dio che librandosi in volo, conducono le anime dei giusti.

Il Re voleva inaugurare la grande opera subito, ma Hiram gli fece notare che mancavano il sagrato e gli edifici attigui, ritenuti essenziali per completare il Tempio.
Fu a questo punto che alcuni apprendisti corrotti dal Sommo sacerdote  credettero che il loro stato di indigenza fosse colpa di Hiram. E decisero dunque di ribellarsi al loro Maestro, chiedendo condizioni di vita migliori e un aumento del salario.
Hiram però, forte della sua saggezza, riuscì ad evitare la sommossa ed anzi fece destituire il responsabile della corvè: Geroboamo, stretto collaboratore di Salomone che ambiva alla successione al trono, mettendo
in cattiva luce il Re con i sacerdoti.
Hiram tornò al suo lavoro per completare l’opera costruendo una grande vasca in bronzo all’esterno del Tempio, sostenuta da dodici buoi, tre per ogni punto cardinale.
L’enorme vasca celebrava il sacro lago di Tanis dove, all’alba, i sacerdoti egizi si purificavano prima di prelevare un pò d’acqua, che sarebbe servita a consacrare i cibi offerti agli Dei.
I bordi della grande vasca avevano la forma di petali cosi da simboleggiare il grande fiore di loto nascente dalle acque primordiali, sul quale si era levato il sole del primo mattino.

Il Tempio era sorto. Hiram, aveva dato corpo all’ambizioso progetto di Salomone.
Il rito per l’inaugurazione cominciò.
Hiram, il sommo sacerdote e la regina composero un triangolo il cui centro era il Re di Israele. Attorno a loro, i sacerdoti. Salomone a questo punto accese il fuoco del sacrificio, con il rituale della prima volta, la fiamma, che non si sarebbe più spenta, sembro giungere al cielo.
Il sommo sacerdote Sadoq voleva conservare il Tempio a condizione di eliminare il trio malefico che  a suo dire trascinava Israele alla rovina: un architetto ambizioso, una regina empia e un re onnipotente.

Hiram, conclusa la sua opera, si apprestava a disperdere gli adepti, e tornare trionfalmente in Egitto.
Nel contempo il Faraone aveva inviato un messaggero, la cui missiva recava la disposizione di che invitata l’architetto a rimanere nella terra straniera per terminate l’opera di trasformazione del popolo ebreo.
Hiram dunque riprese il lavoro con una lena mai vista, trasformando Gerusalemme, costruendo case, stalle, aveva cantieri aperti sul tutto il territorio allora conosciuto.
Salomone, avendo visto Hiram nudo mentre curava il suo corpo ferito dalle pietre taglienti, scopri che l’architetto era circonciso, caratteristica questa riservata agli ebrei o agli egiziani di alto rango, come era Mosè.
Salomone si scaglio contro il Maestro, accusandolo di averlo ingannato, nascondendogli la sua vera identità, venendo nel contempo assalito da dubbi atroci.


“Come ho potuto acconsentire che un egiziano costruisse il Tempio consacrato all’unico Dio, Yahweh? Non avrai collocato nelle mura del santuario qualche segreto pagano che lo snatura?”.


Hiram rispose:


“Non cerchi la saggezza Maestà? Ignori che essa è la luce nascosta nel cuore dei templi egiziani? Amon o Yahweh. i nomi dell’unico vero Principe cambiano, Lui regna. La saggezza è irraggiamento, non dottrina.”


Salomone che fino ad allora aveva contrastato le dicerie contro Hiram cominciava ad avere dei dubbi: se Hiram fosse un uomo diverso da quello che lui conosceva, un ambizioso, un sovrano che taceva il suo nome?
I dubbi lo rendevano pensieroso e intollerante, fatto che non sfuggi al sommo sacerdote il quale, ne approfittò.
Il sommo sacerdote, che aveva visto nel forte legame tra Salomone e Hiram, un pericolo per l’affermazione della religione monoteista, incarico l’ex capo della corvè di eliminare di Hiram, cosi lui avrebbe potuto detronizzare Salomone. Geroboamo venne a sapere che tre praticanti, un muratore siriano, un carpentiere fenicio e un fabbro ebreo, avevano sollecitato una promozione a maestro, ma gli era stata rifiutata da Hiram. Li fomentò dunque ad ottenere la parola d’ordine dei maestri, cosi da impadronirsi del grande potere di Hiram.


Il Maestro Hiram fu assassinato dai tre rinnegati, con gli arnesi da lavoro, e sotterrato fuori da Gerusalemme nel punto dove, la mano dell’ebreo, guidata da un grandissimo rimorso, spezzo un ramo basso di acacia e lo piantò nella terra che copriva le spoglie.
Contemporaneamente era morta anche la sposa di Salomone, Nagsara, figlia del faraone Siamon.
Tale fatto fece infuriare il Re il quale, addebitando a Hiram la cattiva sorte del la regina, e lo convocò. Fu allora che il Salomone scopri che anche l’architetto era morto, quindi, con i nove maestri, era andato alla ricerca del corpo di Hiram, che fu ritrovato nella valle del Cedron, accanto al ramo di acacia.
Quando le spoglie furono riesumate, l’architetto era rilassato, quasi sorridente, il suo stesso sangue disegnava una sorta di grembiule di porpora, come quello in cuoio che usava durante i lavori.


“Il Maestro Hiram riposerà nelle fondamenta del suo tempio, sotto il Sancta Santorum”


decise Salomone.


Il tempo passava e il rimorso, accompagnato dalla solitudine, divorava Salomone, il quale aveva perso la fede in Yahweh, rivolgendo le sue preghiere a tutte le divinita straniere, sperando che una di queste gli concedesse la serenità.
All’inizio della primavera Salomone intuì che sarebbe stata l’ultima . Uscì dal palazzo e si diresse verso il tempio dove non era più entrato da moltissimi anni. Da solo, nel Sancta Sanctorum vide il futuro.
Un futuro di guerre, in cui le tribù di Israele si sarebbero nuovamente straziate, eserciti sanguinari avrebbero invaso il paese e il santuario di Yahweh sarebbe stato saccheggiato e distrutto. Un futuro in cui la terra promessa sarebbe stata governata da uomini deboli, esecutori di una politica miserabile, che avrebbero cercato di soddisfare solo i loro più bassi istinti.
Salomone capi che, alla sua morte, la grande opera sarebbe andata distrutta. Niente gli sarebbe sopravvissuto. Il re allora depose la sua corona e il suo scettro, si tolse il mantello, discese lungo il sentiero
che conduceva alla valle del Cedron e si diresse verso il deserto. Lungo la strada ruppe un ramo con cui si fece un bastone. Salomone aveva deciso di vagare in solitudine, fimo a quando non gli si fosse manifestato un
segno di Dio.
Quando il cuore cedette il vecchio sovrano si fermo preso un’acacia in fiore. Dio non gli aveva mai parlato, ma nello sfavillio della primavera distinse i contorni di un volto immenso, largo come la terra, alto come il cielo; era il volto del Maestro Hiram, austero e sorridente. Hiram gli perdonava il suo tradimento. Lo aspettava dall’altro lato della notte.
Salomone si appoggio all’acacia e si addormentò nella luce.