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domenica 28 agosto 2011

LA PIRAMIDE ROVESCIATA DELL'UNIVERSITA' "DE-FORMATA"


LA PIRAMIDE ROVESCIATA DELL'UNIVERSITA' (RI-) anzi DE - FORMATA!
Con il blocco dei concorsi, l'improvvisa richiesta di parametri bibliometrici americani fino a ieri ignorati, il blocco dei dottorati di ricerca, la recente precarizzazione dei nuovi ricercatori a tempo determinato, e altre amenità...si sta gradualmente configurando una situazione paradossale...
Ci sono giovani (termine relativo per cui si intende under 50) ricercatori che parlano da 2 a 3 lingue, hanno decine di pubblicazioni e proceedings di convegni a livello sia nazionale che internazionale, conoscono le metodologie di ricerca, ecc... che si trovano ad essere malgrado ciò fermi alle porte dell'accademia o al massimo bloccati al primo gradino (ricercatori e/o professori aggregati)...
mentre gran parte degli ordinari (con poche eccezioni, tra l'altro presenti per attrazione naturale tra i miei contatti...a cui non mi riferisco... ma si sa l'eccezione conferma la regola) non parlano nemmeno l'inglese, non hanno mai conseguito un dottorato (PhD...quindi per il mondo scientifico sono Mr e Mrs. e non Dr.) hanno in media non più di due-tre pubblicazioni fatte nella stamperia sotto casa, non hanno idea di cosa sia una metodologia di ricerca, non sono mai andati (pur avendo avuto i fondi che ora non ci sono più) a nessun convegno fuori dall'Italia...che si trovano in cima alla PIRAMIDE ROVESCIATA. E ci rimarranno fino alla pensione senza rischiare di dovere subire la "concorrenza" di giovani cento volte più preparati di loro...questo è l'effetto della riforma che i politici e il loro ascari hanno il coraggio di chiamare MERITOCRATICA!
Per di più il taglio degli scatti di anzianità ha fatto si che i loro stipendi già doppi rispetto a quelli dei giovani rimangano tali mentre quelli dei giovani non potranno mai arrivare ai loro per via della non compensazione dei tagli agli scatti!
MERITOCRAZIA IN ITALIA VUOL DIRE ROVESCIAMENTO DELLA PIRAMIDE!

di Gandolfo Dominici

martedì 23 agosto 2011

The Secret…il segreto del marketing dello spirito! (di Gandolfo Dominici)

Nel 2006  è stato pubblicato il libro "The Secret" di Ronda Byrne, a cui è seguito un documentario in DVD… Sette milioni di copie vendute in Inglese, 100.000 in Italia, diritti venduti in 38 Stati del mondo, tradotto in 36 lingue; mentre l'edizione italiana del dvd ha esaurito la prima tiratura di 12.000 copie in sole 24 ore dall'uscita.
Insomma dal punto di vista del marketing editoriale sicuramente una delle operazioni meglio riuscite del decennio. Non a caso l’autrice del progetto è Rhonda Byrne, una brillante produttrice televisiva australiana.
Su Internet sono nati blog, forum, pagine di facebook e siti dedicati che parlano della “Legge di Attrazione”: il Segreto della felicità Ri-velato secondo il libro-documentario.
 Diversi "guru" di questo “straordinario segreto” hanno creato centri di consulenza e ottenuto parcelle a 4 e 5 zeri.

Ma cosa è questo Segreto?
Cosa è stato venduto con il libro-documentario?
Secondo gli autori le recenti scoperte della fisica quantistica sarebbero la prova tangibile del “Segreto” cioè la fantomatica “Legge dell’Attrazione”.
La Legge di Attrazione afferma che se si vuole appassionatamente qualcosa, e si pensa a quella cosa convincendovi di conquistarla, allora quella cosa verrà attratta a noi perché “l’universo” (sic!) è al nostro servizio.

Come un magnete tutto l'universo si muoverà per farci ottenere ciò che desideriamo. Bellissimo! Favoloso! Siamo tutti Dio! Possiamo fare tutto ed essere tutti se vogliamo esserlo!
Ed ecco il rachitico nerd trasformarsi in un sosia di Mister Universo, i debiti sparire, il conto in banca crescere…basta convincersi che sta accadendo e il Tutto lavorerà per farcelo avere!
Chi non desidera un tale potere?
Il nostro potenziale cliente vuole ottenere tutto senza spendere risorse, fisiche e mentali?
Vuole che l'Universo faccia tutto per lui?
Ed ecco entrare in gioco il marketing…

Il marketing è dare al cliente ciò che il cliente vuole; se non gli si può dare ciò che desidera allora occorre agire per far si che lui “percepisca” che ciò che gli diamo corrisponde a ciò che desidera grazie ad una comunicazione ben fatta.
Il cliente vuole essere Dio… non posso farlo diventare Dio? Ok! allora posso fargli credere di essere Dio!

Ecco il vero segreto di The Secret!
Basta guardare il DVD per rendersi conto (se si ha un minimo di conoscenza delle tecniche di comunicazione) di cosa si tratta. The Secret è un video “motivazionale” usa le stesse tecniche che usano i venditori di polizze o altri prodotti per motivare le loro catene di venditori: promette ricchezza per tutti coloro che “credono” nel prodotto sia esso una polizza vita da acquistare per poi diventare venditore o un “segreto” per diventare Dio!
Il nostro cliente è scettico?
Bene basta pagare un paio di professori un po’ fuori di testa come testimonial per condire il tutto con una salsa pseudo scientifica e lo scettico “medio” che non ha un dottorato in fisica, ne una particolare attitudine al dubbio, abboccherà felice di abboccare perché in fondo è ciò che desidera.
Se si vuole una pizza, non serve nemmeno alzare la cornetta per ordinarla…basta “The Secret” e il pizza taxi busserà alla nostra porta regalandoci la pizza!
La legge dell’Attrazione fa della "convinzione" il fattore chiave del suo funzionamento.
Il che può avere del vero..purchè si AGISCA. L’atteggiamento mentale di convinzione è realmente efficace se si agisce, lo è meno se si sta lì a pensare aspettando che qualche fantomatica energia astrale derivante dal nostro pensiero “divino” provochi delle ripercussioni sulla realtà che ci circonda. Ma questo ce lo dice da anni la Psicologia, oltre che il senso comune; c'era davvero bisogno del Secret per capirlo?

Il fatto che la scienza oggi ci dica che quello che noi percepiamo come reale è solo una piccola parte di tutto ciò che esiste o può esistere, non è sinonimo del fatto che tutto è possibile!
Non è un “liberi tutti” per abbandonare ogni barlume di buon senso! 
Ma il desiderio di tutti di poter ottenere tutti solamente desiderandolo e tale da offuscare il buon senso. Infondo è la stessa molla che ci fa giocare al Superenalotto pur sapendo che sono molte di più le probabilità di morire in un incidente uscendo per andare dal tabaccaio di quelle di vincere. 
Il cliente vuole comprare sogni e questa è cosa nota a chi si occupa di marketing. 
E lo sanno anche i vari “consulenti dell’Attrazione” che sono spuntati come lumache dopo la pioggia vendendo salate “illusioni” del tipo “aria fritta in salsa quantistica”. Non mi risulta che la fisica quantistica dica che il pensiero di un solo uomo controlli l’universo intero. Ne la teoria che la materia sia energia e che lo sia anche il pensiero vuol dire che l’energia del pensiero abbia il controllo sull’energia della materia. Però dire questo fa “scoop” e fa vendere “sogni”.
Nulla di sbagliato nel vendere sogni, la gente ne ha bisogno specie oggi che la realtà non consente di realizzarne molti, ma i sogni sono cosa buona se sono ispirazione ad agire, non ispirazione ad illudersi restando in poltrona!
La Legge di Attrazione può avere un effetto a patto di essere consapevoli di dovere  sudare, scalciare, AGIRE, per realizzare i propri sogni or “die trying” (morire provandoci).

Ma il moderno target dei lettori e consumatori di DVD è pigro, così, sfruttando la sua naturale propensione all'inerzia, nonché il miraggio di un desiderio favolistico mai sopito, la Byrne ha venduto milioni di libri e video motivazionali, regalando al mondo la chiave del benessere e della felicità…forse! 
Ma sicuramente della felicità sua degli autori e degli editori, grazie al “miracolo” di marketing per il loro conto in banca!
Loro hanno saputo AGIRE, loro conoscono il vero Segreto!

Di Gandolfo Dominici

domenica 21 agosto 2011

Holonic Production System to obtain flexibility for Customer Satisfaction

Gandolfo Dominici, 2008, “Holonic Production System to obtain flexibility for Customer Satisfaction”, Journal of Service Science and Management, 1(3):251-254

ABSTRACT
The Holonic Production System (HPS) can be a valid choice to overcome the problems of traditional production sys-tems’ architectures, thanks to its capability to adapt and react to changes in the business environment whilst being able to maintain systemic synergies and coordination. The HPS is made of holons seen as functional production units which are simultaneously autonomous and cooperative. Although the holonic approach could represent a valid solution in order to pursue the necessary levels of agility of production systems, they have been scarcely implemented in practice and even less studied from a business studies perspective. The purpose of this discussion paper is to show the benefits of further research on cases of implementation of HPS from a business organization studies perspective. Very little re-search on this topic has been done outside the field of business engineering and computer science; the study of this topic from a different perspective can shed the light on new aspects and new applications of the theory.

Full paper at the following link:
http://www.scirp.org/Journal/PaperDownload.aspx?paperID=161

The Holonic Production System: a Multi Agent Approach

Gandolfo Dominici, Pierluigi Argoneto, Paolo Renna, Luigi Cuccia, 2010, "The Holonic Production System: a Multi Agent Approach", iBusiness, 2(3): 201-209


ABSTRACT
Today’s turbulent markets are facing unpredictable and sudden variations in demand. In this context, the Holonic Production System (HPS) seems to be able to overcome the operational and economic problems of traditional production systems. The HPS’ ability to adapt and react to business environment changes, whilst maintaining systemic synergies and coordination, leverage on its network organizational structure, assuring both flexibility and profitability. In this paper we study HPS experimentally, modeling holon-firms as agents. In our simulation, holon-firms interact both with each other and with the external environment without predetermined hierarchies and following their own aims and internal decision rules with a negotiation-based control system. The Multi Agent System Approach we propose aims to evaluate and test the performance of the HPS to adjust to changes in market demand by simulating variations in holon-firms’ capacity and reconfiguration costs in real time in a distributed enterprise network. Hence we demonstrate that, through a collaborative negotiation approach, the HPS results in a better adaptability and improved network responsiveness.

Full paper at:
http://www.scirp.org/journal/PaperInformation.aspx?paperID=2683

The Complex System Theory for the Analysis of Inter-Firm Networks. A Literature Overview and Theoretic Framework



The Complex System Theory for the Analysis of Inter-Firm Networks. A Literature Overview and Theoretic Framework

(Gandolfo Dominici & Gabriella Levanti)

International Business Research




Abstract
In this paper we discuss the body of knowledge known as complex system theory and its relevance to the analysis of inter-firm networks. We start by addressing the development of systems thinking. Through a literature overview, we point out the main elements for the development of systemic thought from its beginning, through its application in business sciences, to the birth of Complex Systems Theory (CST). With these initial annotations we provide an introduction to the concepts of the complex systems theory.

We will underscore those aspects of CST that can be useful to analyze inter-firm networks, in order to highlight the evolutionary dynamics of the networks and to clarify the logical link between the networks’ structure and the cognitive processes inside the network and the firms.

In particular we highlight how CST can be an interpretative framework to connect and empower the economic, cognitive, structural and managerial aspects of network business systems.

Full paper in pdf: http://www.ccsenet.org/journal/index.php/ibr/article/download/9634/7107


Human all too human (Nietzsche, Heidegger, Sartre)

Human, All Too Human è un documentario in tre parti della BBC del 1999. Il documentario prende il nome dall'omonimo libro di  Nietzsche, del 1878Segue le vite di Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger e Jean-Paul Sartre. Parla della scuola filosofica dell'esistenzialismo, termine posteriore a Nietzsche e rifiutato da Heidegger. 


Human all too human - Friedrich Nietzsche


Human all too human - Martin Heidegger


Human all too human - Jean Paul Sartre



venerdì 19 agosto 2011

Il cambiamento di paradigma secondo Thomas Kuhn


«[… ] Quando un nuovo candidato alla funzione di paradigma viene avanzato per la prima volta, esso è spesso riuscito a risolvere soltanto pochi dei problemi che gli stanno di fronte, e la maggior parte delle soluzioni sono ancora lontane dall'essere perfette. Fino a Keplero, la teoria copernicana aveva portato ben pochi miglioramenti alle previsioni sulla posizione dei pianeti fatte sulla base della teoria tolemaica.
Quando Lavoisier vide l'ossigeno come nient'altro che "l'aria stessa", la sua nuova teoria non poteva minimamente far fronte ai problemi sollevati dalla proliferazione di nuovi gas, un punto questo sottolineato con forza e con successo da  Priestley nel suo   contrattacco. […]
Di solito, gli oppositori di un paradigma nuovo possono dichiarare con ragione che persino nell'area della crisi esso è superiore soltanto di poco al suo rivale tradizionale. Naturalmente, esso permette di affrontare meglio certi problemi e mette in luce nuove regolarità.  
Ma si può presumere che il vecchio paradigma sia in grado di essere articolato per venire incontro a queste difficoltà, allo stesso modo che esso aveva affrontato altre difficoltà in un periodo precedente.  Sia il sistema astronomico geocentrico di Tycho Brahe  che le versioni più tarde della teoria del flogisto costituivano  tentativi di rispondere alla sfida lanciata da un nuovo candidato alla funzione di paradigma, e sia l'uno che le altre riportarono un successo soddisfacente. Inoltre, i  sostenitori della teoria e dei procedimenti tradizionali possono quasi sempre richiamare l'attenzione sui problemi che il suo nuovo rivale non ha risolti ma che, dal loro punto di vista, non sono affatto problemi.
Fino a che non venne scoperta la composizione dell'acqua, la combustione dell'idrogeno costituì  una validaargomentazione  a favore della teoria del flogisto e contro quella di Lavoisier.  
E dopo che la teoria dell'ossigeno si fu affermata, essa non riusciva a spiegare ancora la preparazione di un gas combustibile  a partire dal carbone, fenomeno questo   su cui i teorici del flogisto avevano posto l'accento, considerandolo un forte sostegno della loro concezione. Persino entro l'area della crisi, le argomentazioni a favore e contro possono talvolta quasi equilibrarsi. E al di fuori dell'area della crisi la bilancia pende quasi sempre a favore della tradizione. Copernico distrusse una secolare spiegazione del moto terrestre senza offrire nulla che la sostituisse; Newton fece lo stesso per una spiegazione più antica della gravità;  Lavoisier per le proprietà comuni dei metalli, e così via.
In breve, se un nuovo candidato alla funzione di paradigma dovesse essere giudicato fin dall'inizio soltanto dal rigido punto di vista della sua relativa capacità nel risolvere problemi, le scienze subirebbero un numero molto minore di rivoluzioni fondamentali. E se a ciò si aggiungessero le controargomentazioni prodotte da quella che abbiamo precedentemente chiamata la incommensurabilità dei paradigmi, nelle scienze non avverrebbero rivoluzioni.
Ma  nei  dibattiti sui  paradigmi non si discutono realmente le  relative capacità nel risolvere i problemi, sebbene, per buone ragioni, vengano adoperati di solito termini che vi si riferiscono. Il punto  in discussione consiste invece nel decidere  quale paradigma debba guidare la ricerca in futurosu problemi molti dei quali nessuno dei due competitori può ancora pretendere di risolvere completamente.
Bisogna decidere tra forme alternative di fare attività scientifica e, date le circostanze, una tale decisione deve essere basata più sulle promesse future che sulle conquiste passate. Colui che abbraccia un nuovo paradigma fin dall'inizio, lo fa spesso a dispetto delle prove fornite dalla soluzione di problemi. Egli deve, cioè, aver fiducia che il nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che il vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di tal genere può essere presa soltanto sulla base della fede.
Questa è una delle ragioni per cui la crisi che precede si dimostra così importante.
Gli scienziati che non ne hanno fatto esperienza difficilmente rinunceranno alla prova fornita dalla capacità di risolvere problemi, per seguire ciò che può dimostrarsi facilmente, e sarà largamente considerato come un fuoco fatuo.  
Ma  la crisi da sola non è sufficiente. Vi  deve essere anche un qualche fondamento, sebbene non necessariamente razionale e neppure in ultima analisi necessariamente corretto, che giustifichi la fiducia  nel particolare candidato scelto. Vi deve essere qualcosa che dia, almeno a pochi scienziati, la sensazione che la nuova proposta è sulla strada giusta, e talvolta sono semplicemente considerazioni personali o considerazioni estetiche inarticolate che possono avere questo effetto.
Considerazioni di questo genere hanno spesso convertito gli scienziati in momenti in cui la maggior parte delle   argomentazioni tecniche articolate indirizzavano su un'altra strada. 
Quando furono introdotte per la prima volta, né la teoria astronomia copernicana né la teoria della materia di De Briglie presentavano molti altri importanti motivi di attrazione. Persino oggi, la teoria generale di Einstein attrae gli scienziati principalmente per ragioni estetiche, un potere di attrazione questo che pochi, al di fuori del campo della matematica, sono riusciti a sentire.
Con questo non voglio suggerire l'idea che il nuovo paradigma alla fine trionfa attraverso qualche forma di estetica mistica. Al contrario, pochissimi abbandonano una tradizione soltanto per queste ragioni.    E a quelli  che  lo  fanno capita spesso di   trovarsi  sulla strada sbagliata. Ma perché un paradigma possa trionfare, deve conquistare prima alcuni sostenitori, che lo svilupperanno fino ad un punto  in cui  molte solide argomentazioni potranno venire prodotte e moltiplicate.  
Ma anche queste argomentazioni,  quando ci sono, non sono individualmente decisive. Dal momento che gi scienziati sono uomini ragionevoli, l'una o l'altra argomentazione finisce per persuaderne molti.  Ma non v'è nessuna singola argomentazione che possa, o debba, persuaderli tutti. Ciò che si verifica non è  tanto una unica conversione di  gruppo, quanto un progressivo spostamento della distribuzione della fiducia degli specialisti.
All'inizio un nuovo candidato alla funzione di paradigma può avere pochi sostenitori, e in qualche occasione  le motivazioni che stanno dietro ai  sostenitori  possono essere sospette.  Tuttavia,  se  i sostenitori   sono   competenti,   perfezioneranno il paradigma, ne esploreranno le possibilità e mostreranno che cosa significa appartenere alla comunità guidata da esso. Procedendo così le cose, se il paradigma è uno di quelli destinati ad imporsi, il numero e la forza delle argomentazioni a suo favore   aumenteranno. Altri scienziati verranno converti, e così si intensificherà il lavoro di esplorazione del  nuovo paradigma. Gradualmenteil  numero degli esperimenti, degli strumenti, degli articoli, dei libri basati sul nuovo paradigma si andrà moltiplicando. Un numero  sempre maggiore di scienziati convinti della fecondità della nuova concezione, adotteranno il nuovo modo di  praticare la  scienza normale, finché alla fine restano soltanto pochi a resistere sulle vecchie posizioni. Ma neppure di costoro possiamo dire che sono alla parte dell'errore. Sebbene lo storico può sempre  trovare uomini  - Priestley,  ad esempio - che furono irragionevoli a resistere  tanto a lungo , non troverà un punto dove la resistenza diventa illogica o antiscientifica. Al  più, può affermare che colui  che continua a resistere anche dopo che l'intera comunità di specialisti  cui appartiene è stata convertita, ha cessato "ipso facto" di essere uno scienziato.»

Thomas Kuhn «The Structure of Scientific Revolutions», The University of Chicago, 192, 1970

lunedì 15 agosto 2011

Mosè e le corna dell'alchimista di James Hillman

Nella complessa storia dell'alchimia europea e araba c'è una bizzarra ma solida linea di pensiero che si richiama all'autorità di Mosè. Sostenendo che Mosè sia stato il primo a praticarla, l'alchimia si riveste delle virtù del patriarca: la nobiltà di spirito, i vigorosi valori etici, l'umiltà, l'eroismo che redime, e sopra tutto l'ortodossia di un incrollabile monoteismo. Come potrebbe l'alchimia essere un'"arte diabolica" - pagana nei suoi riferimenti a una moltitudine di dèi e pianeti, peccaminosa nella sua sete d'oro - e perché i suoi devoti dovrebbero essere perseguitati, se il fondatore dell'unica legge su cui si reggono tutte e tre le religioni monoteistiche ha anche fondato l'alchimia?

Benché eminenti intellettuali come Tommaso d'Aquino, Ruggero Bacone, John Evelyn e Isacco Newton siano stati seguaci dell'alchimia, e patroni del l'"arte nera", com'è spesso chiamata, siano stati personaggi potenti come Giacomo di Scozia, l'imperatore Rodolfo e Carlo II d'Inghilterra (che aveva un laboratorio alchemico segreto costruito sotto la sua camera da letto), gli alchimisti vennero emarginati, se non messi fuorilegge, nella società medievale, considerati anortodossi nel Rinascimento e ridicolizzati dall'Illuminismo, età in cui l'alchimia finì per perdere fede in se stessa. 
Il bisogno tormentoso di un'autorità che corroborasse la propria autenticità afflisse l'alchimia lungo tutta la sua storia, un bisogno che è in parte responsabile delle sue esagerazioni difensive e controproducenti, le quali naturalmente produssero un bisogno ancora più forte di cercare base e appoggio alla propria validità in una tradizione ortodossa e razionale, esemplificata superbamente in Mosè.
Il locus classicus per Mosè Alchimista è nel libro del l'Esodo: 
Sul tipo di autorità che Mosè offre e sull'idea stessa di autorità in relazione a Mosè ci soffermeremo più avanti. Ma parliamo anzitutto di Mosè Alchimista.
"Mosè prese il vitello d'oro che essi avevano fatto, lo bruciò con il fuoco e lo stritolò fino a ridurlo in polvere, e la sparse sulla superficie dell'acqua e la fece bere ai figli di Israele". 
Gli alchimisti erano molto spesso chiamati "lavoratori del fuoco".
Gli alchimisti hanno fatto proprio questo passo interpretandolo come una prova lampante delle tre ben note operazioni alchemiche: la calcinazione, cioè la riduzione di una sostanza a polvere secca mediante il calore; la soluzione, cioè la commistione della polvere con un liquido; e la potabilità dell'oro, una volta che la sua natura ordinaria o vile sia stata trasformata in una natura sofisticata o sottile, in elisir o aqua permanens.
"Vuoi sapere qual è il Maestro perfetto?", 
scrisse l'alchimista inglese Thomas Norton nel 1450. 
"È colui che comprende la regolazione del fuoco e i suoi gradi".
Mosè conosceva il fuoco: per mezzo del fuoco trasforma il vitello d'oro; una colonna di fuoco lo guida attraverso le notti del Deserto, e un cespuglio ardente gli parla, un cespuglio che - si legge ancora nell'Esodo - 

"ardeva nel fuoco, ma non ne veniva consumato".
L'incorporazione di Mosè tra i patroni dell'alchimia appartiene a una vasta tradizione dell'ellenismo sincretistico, vale a dire del pensiero e della cultura del Mediterraneo dal quarto secolo avanti Cristo, diciamo, fino al quarto dopo Cristo. Per questo abito mentale non era difficile assimilare Mosè alla sapienza greca e alle scienze egizie, identificarlo con Orfeo e renderlo intercambiabile a Ermes, o perfino ritenere che quella figura vaga del mito greco che è Museo fosse il Mosè biblico: una trasposizione che conferì a Mosè l'autorità aggiuntiva di fondatore dei misteri greci di Eleusi e di ispiratore di tutte le Muse, delle loro scienze e delle loro arti.
L'idea di un Mosè Mago trova sostegno in molti luoghi della Bibbia: le piaghe inflitte agli Egiziani, la divisione del Mar Rosso, la capacità di far scaturire acqua dalla roccia e far piovere cibo dal cielo, il serpente di bronzo che guarisce, per menzionare solo alcuni degli eventi più noti riportati nella Scrittura e diffusi nella leggenda e nei midrash. Il primo grande alchimista arabo, Jabir o Geber, parla di Mosè come del fondatore dell'alchimia. La tradizione continua attraverso il medioevo e grazie a Paracelso si fa sempre più fervida, tanto che 
"nel diciassettesimo secolo la credenza che Mosè fosse un grande alchimista era così diffusa... che gli autori dotati di una prospettiva più critica...ritennero necessario combatterla" (Patai,cit.,p. 37).
L'elemento indiziario cruciale pro e contro era sempre Esodo 32, 20, l'episodio del vitello d'oro. E c'era anche un altro elemento, in apparenza del tutto razionale. 
L'alchimia, nata come Mosè in Egitto, deriverebbe il suo nome dal -la sillaba egiziana khem, nero. Alchimia come "arte nera".

Tutto ciò ci porta al Mosè di Michelangelo, poiché questo Mosè contempera in sé i tratti patriarcali e quelli magici: la barba, il dito puntato e la statura allungata del legislatore, che tuttavia reca le corna dell'uomo-animale. Un'altra trasformazione alchemica: il toro non più distrutto ma ripristinato ed emblematico di Mosè stesso. Anche se dovessimo interpretare le corna quale simbolo di un'irradiazione spirituale, come un nimbo o un'aura,il potere della mente reso evidente, o ricondurle a un errore nella traduzione dell'Esodo 34, 29, dove l'ebraico karan, "raggi" emanati dal volto di Mosè, può essere diventato keren, "corna" che escono dalla sua fronte, nondimeno queste corna collocate lì vuoi da Dio vuoi da Michelangelo restituiscono a Mosè ciò che aveva voluto separare e allontanare: Dio e l'animale, la legge e l'istinto, il dovere e il piacere, il monoteismo ebraico e il politeismo egiziano.
Perché l'episodio del vitello d'oro è il momento della storia mitica, della civilizzazione della psiche e della teologia monoteistica della natura in cui si rompe l'inviolabile fusione del sacro e dell'animale, negando natura animale alla divinità e divinità alla natura animale. Questa fusione è coraggiosamente ripristinata nel Mosè cornuto, che viene anche restituito così alle sue origini egizie.
Potremmo ricordare qui che Mosè era nato in Egitto, che la madre che lo reclamò e crebbe era Bithiah, la figlia del Faraone, e che quando corteggiava Zipporah, come afferma un Midrash, venne chiamato esplicitamente "egiziano", cosa che Mosè non rinnegò.
Mosè Egiziano! Un mitografo della statura di Freud concorda. Perché il tardo saggio di Freud, Mosé e il monoteismo, il suo ultimo scritto, completato quando l'anziano autore era a due anni dall'entrare nella Terra Promessa, è una grande scommessa sull'ipotesi che Mosè fosse effettivamente egiziano. Perciò forse, in parole povere, dobbiamo considerare il suo monoteismo come quello di un convertito, doppiamente intenso, magari fanatico. Perché il neomonoteista deve tenere sotto scacco il ritorno del rimosso: il politeismo pagano, la nera corrente del l'occulto, l'alchimia. E il pagano represso si rivela nella furia con cui fracassa le tavole della legge.
Il Mosè di Michelangelo distoglie lo sguardo dalle tavole che gli stanno a fianco. Sembra addirittura che se le lasci scivolare di mano. Questo Mosè dalle corna in capo reca in sé una somiglianza con Pan - come Freud nota -, con la figurazione naturale, o demonica, della sensualità e della potenza dell'emozione.
Il Mosè di Michelangelo è effettivamente un alchimista perché la sua immagine restituisce valore aureo alle sue origini pagane, che avevano cominciato a emergere nella narrazione biblica con lo scoppio d'ira che prorompe incandescente, liberando Mosè dalla disciplina dei comandamenti. Lui stesso divenuto toro infuriato, nel l'Esodo, ordina l'uccisione di quelle migliaia di uomini che avevano perso fede nell'uomo in favore del l'animale.

sabato 13 agosto 2011

IL VALORE DEL SIMBOLO

La parola "simbolo" deriva dal greco antico σύμβολον dalle radici σύμ- (con, "insieme") e βολή (lanciare). Il termine deriva dal verbo βάλλω che vuol dire appunto lanciare. συμβάλλω (riunire) è contrapposto a δια-βάλλω (disunire, separare) da cui il termine diavolo. Il simbolo dunque è il tramite "lanciato" per unire superando ciò che è διαβολον (separato).

Attraverso la costante meditazione il simbolo si imprime nella mente, e con la sua continua presenza è fonte di ispirazione, lanciando il collegamento mediante le connotazioni analogiche in esso sincreticamente contenute.
La meditazione del simbolo dota la mente di elementi che la fecondano conferendole un potere conoscitivo.
In tal senso il simbolo si può definire come un fattore di endogenesi, che conduce a profonde condizioni di coscienza non ancora.
L’azione concepente del simbolo sulla mente può essere facilmente riscontrata negli effetti di taluni simboli politici, religiosi, sportivi, o finanche dei marchi commerciali. Basta considerare i grandi entusiasmi ed il fanatismo per i colori di una squadra calcistica o della bandiera quando gioca la nazionale di calcio (ultimi residui di un patriottismo ormai deceduto da tempo), oppure al fanatismo per l’imposizione o la difesa dei simboli religiosi, oppure l’irrazionale smania di avere oggetti di uan determinata marca, per comprendere come il simbolo abbia un potere quasi “magico” sulla mente umana, conferendole un’energia che va ben oltre la fredda razionalità.

Occorre però distinguere questi simboli dai simboli “esoterici”. Mentre il simbolo calcistico o religioso fa appello al sentimento derivante dalla fede, dalla passione di parte e dal pregiudizio, generando esaltazione, il simbolo esoterico non fa appello al sentimento, ma alla capacità di comprensione della mente e dello spirito.
Il simbolo nell’insegnamento Tradizionale è dunque avulso ai sentimenti e alle credenze essoteriche, esterne e dogmatiche delle masse. Esso è invece un ponte da percorrere nel processo spirituale verso il trascendente eso-terico all’interno di ogni Uomo.

di Gandolfo Dominici

I POTERI DELLA MENTE

DISCOVERY CHANNEL - I POTERI DELLA MENTE

PARTE 1

PARTE 2

PARTE 3

PARTE 4

PARTE 5


La Materia oscura ovvero quello che non vediamo


PARTE 1

PARTE 2

PARTE 3

PARTE 4


giovedì 11 agosto 2011

Libertà e sottomissione


"Mi sottometto all'autorità di un uomo speciale perchè ciò mi è imposto dalla mia stessa ragione" ... 
frase di Mikhail Bakunin, uomo libero.
Ciò esclude dunque che un uomo libero si possa piegare all'autorità di chi non è speciale e anche verso chi è speciale tale sottomissione deve essere limitata al suo campo di specialità, poichè nessuno può essere speciale in tutto.
Ci si inchina dunque solo al VERO Maestro e limitatamente all'Arte (o le arti) di cui egli è Maestro.
Tantomeno poi un uomo libero potrà inchinarsi ai mediocri, agli arroganti e ai pecoroni.
Se lo fa non è un vero uomo libero.


di Gandolfo Dominici

Le false idee del mondo moderno di Renè Guènon

"Spesso in una propaganda del genere gli ingenui sono anzi gli strumenti migliori, perché vi portano una convinzione che agli altri sarebbe alquanto difficile fingere, e che è facilmente contagiosa. Ma dietro a tutto questo, almeno inizialmente, occorre che vi sia stata una azione assai più cosciente, una direzione che può venir soltanto da uomini sapienti perfettamente il fatto loro in ordine alle idee fatte circolare in tal guisa.
Noi abbiamo parlato di «idee», ma una tale parola qui calza assai poco, essendo evidente che nella fattispecie non si tratta per nulla di idee pure e nemmeno di alcunché che appartenga come che sia all’origine intellettuale. Si tratta, se si vuole, di idee false, ma sarebbe ancor meglio chiamarle «pseudoidee» destinate soprattutto a provocare reazioni sentimentali, questo essendo il mezzo più efficace e più facile per agire sulle masse.
Del resto, in questo ambito, le parole hanno una importanza maggiore dei concetti che esse dovrebbero esprimere e la gran parte degli «idoli» moderni non sono, invero, che parole, e noi ci troviamo dinanzi al curioso fenomeno noto sotto il nome di «verbalismo»: la sonorità delle parole basta a dare una illusione di pensiero."

Renè Guènon - La crisi del mondo moderno

ASINI E PUROSANGUE

Spesso i "capi" (di stato, di partito, di club, di ufficio, ecc.) scelgono come loro ministri (luogotenenti, subordinati, ecc.) "fedeli servi sciocchi" (ignoranti, ritardati, mediocri, lecchini, mignotte, ecc.). Pensano così di potere controllare meglio l'organizzazione di cui sono a capo.
Non capiscono che così facendo è come se volessero vincere una gara equestre a cavallo di un asino.
Non solo perderanno la gara ma si troveranno ad avere a che fare con due problemi:
- gli asini spesso scalciano;
- i purosangue non si mischiano con gli asini.
Così facendo i "capi" in poco tempo ottengono la fuga dei purosangue (e l'ingresso di altri asini al loro posto, nelle organizzazioni dove ciò è possibile) e come se non bastasse, l'asino fedele, sentendosi forte per la compagnia di tanti altri asini vorrà prendere il posto del "capo purosangue" "scalciandolo" via dalla sua groppa.
Cosi il "capo" si troverà spodestato e avrà pure la responsabilità di avere trasformato una mandria di purosangue in una di asini.
Cosa dovrebbe fare allora il capo?
Imparare a servirsi di altri purosangue, guadagnare il loro rispetto e rispettarli, certo è faticoso...meglio l'asino fedele nel breve termine, ma nel lungo termine...

di Gandolfo Dominici

J. M Keynes su Newton- Alcune domande per riflettere.

John Maynard Keynes (padre della macroeconomia e considerato uno dei più grandi economisti del XX secolo) fu anche grande studioso di alchimia e collezionò gli scritti alchemici di Isaac Newton (padre della fisica moderna).

Ad una conferenza al Royal Society Club nel 1942, Keynes disse a proposito di Isaac Newton:

“Newton non fu il primo scienziato dell'età della ragione. Piuttosto fu l'ultimo dei maghi, l'ultimo dei babilonesi e dei sumeri, l'ultima grande mente soffermatasi sul mondo del pensiero e del visibile con gli stessi occhi di coloro che cominciarono a costruire il nostro patrimonio intellettuale poco meno di diecimila anni fa."  J.M.Keynes, "Newton the Man", in Royal Society, Newton Tercentenary Celebration, Cambridge University Press, Cambridge, 1947, pp.27
Insomma sembra che la scienza positivista moderna sia stata fondata da un alchimista... E mi pare fuori dubbio che personaggi come Newton, Keynes e molti altri non possano essere definiti stupidi, creduloni o ciarlatani.

Da bravo "eretico" (quindi anche nella scienza) a tutto campo domando a me stesso:

- Può darsi allora che le intuizioni di questi, come di altri grandi scienziati, abbiano tratto giovamento dal processo mentale e spirituale di trasmutazione alchemica (o equivalenti di altre dottrine esoteriche)?
- Perchè la scienza positivista per secoli ha rinnegato o nascosto l'aspetto esoterico e metafisico da cui direttamente o indirettamente sono nate molte delle grandi scoperte della nostra era?
- E' possibile riconciliare questi aspetti della conoscenza umana?
di Gandolfo Dominici 

mercoledì 10 agosto 2011

Tra Razionalismo Scientista ed Intelligenza Noetica. La percezione del Sacro nell'indagine scientifica: una visione olistica


LIBERAMURATORIA E SCIENZA: LA GRANDE MISTIFICAZIONE ILLUMINISTA.
Quando ci si interroga sui rapporti tra scienza a massoneria e sulla loro reciproca influenza, si conclude inevitabilmente con il ritenere che l’Illuminismo sia, nei suoi principi ispiratori, il terreno comune ad entrambe.
Il fatto poi che eminenti personalità del mondo scientifico, espressione della cultura illuministica, abbiano fatto parte, nel corso dei secoli, della Liberomuratoria, ha contributo a creare il mito del parallelismo massoneria-illuminismo. Ma tali frequentazioni non ebbero alcun influsso reciproco di rilievo ed infatti i rituali massonici, con il loro praticamente intatti ed identici nella loro essenza e concezione.
Dunque, nonostante i molti scienziati al contempo liberomuratori, ritengo che non vi sia mai stato un rapporto organico, un’influenza ideologica o legame ideale tra scienza moderna e Liberamuratoria se non per il fatto di essere entrambi, scienziato e liberomuratore, animati da spirito di ricerca e conoscenza.
A ben vedere infatti la supposta contiguità ideale tra l’Illuminismo e la scienza moderna, che da questo deriva, e la Liberomuratoria non è affatto scontata ed anzi, come ho avuto modo di esprimere in un mio recente saggio, credo che la Liberomuratoria non nasca come espressione del pensiero e della filosofia illuministica, ma sia piuttosto figlia del pensiero neoplatonico e dunque lontana ed avulsa dall’empirismo e razionalismo settecentesco, evidentemente incompatibile con i presupposti trascendenti e metafisici della Liberamuratoria.
Tuttavia ci si interrogherà sul fatto se l’estraneità della Liberamuratoria all’Illuminismo ed al metodo di indagine della realtà da questo generato, voglia significare un’estraneità della Liberamuratoria alla scienza in generale o se vi sia un nuovo terreno comune dove i principi della scienza tradizionale, di derivazione settecentesca, ed i principi filosofici della
Liberamuratoria, d’ispirazione neoplatonica, possano essere integrati ed armonizzati in una nuova visione che superi la contrapposizione tra ragione ed intuizione-illuminazione ed il dualismo tra spirito e materia.
Come si vedrà, esiste certamente un legame ideale tra la Liberomuratoria e la cosiddetta pre-scienza o alchimia e questo legame può essere riannodato, dopo secoli di dominio della ragione illuministica, da una Nuova Scienza o scienza post moderna che sempre più si imbatte nei limiti e nelle contraddizioni del vecchio approccio d’indagine scientifica sperimentale, basato sulla specializzazione del sapere e sull’uso della stretta razionalità e di un processo conoscitivo logico-deduttivo.
Nel Manifesto di questo Convegno viene citato il rituale nel punto in cui si afferma che, nel passaggio al secondo grado, il Liberomuratore deve studiare le Arti e le Scienze Liberali. Nella cerimonia di passaggio il rituale ci dice, sempre riferito alla scienze, che al Liberomuratore è “permesso di estendere le sue ricerche ai misteri “occulti” della Natura e della Scienza” (“…you are now permitted to extend your researches into hidden mysteries of Nature and science”.)”. Nell’esortazione del terzo grado, inoltre, ci si rivolge al Compagno che “mediante i principi della verità morale fu condotto al secondo grado per ammirare la facoltà intellettuale e tracciarne il suo sviluppo, attraverso i sentieri della scienza celeste, fino al trono di Dio” (“…still guiding your progress by the principles of moral truth, you were led in the Second Degree to contemplate the intellectual faculty and to trace it from development, through the paths of heavenly science, even to the throne of God Himself.”)
Le ultime due citazioni ad una prima superficiale valutazione sembrerebbero in contraddizione con la prima, ma così non è.
Infatti la scienza a cui il rituale si riferisce non è la scienza nell’accezione odierna del termine, cioè una scienza razionale ed empirica, fondata sul “metodo sperimentale”. Tale scienza, figlia del pensiero illuminista, considerò infatti tutti i fenomeni esoterici che indagavano la metafisica, come della ridicole manifestazioni di un tempo passato, e la Liberamuratoria, che è tra queste, oggetto di dileggio.
La scienza a cui il rituale a riferimento è quella che oggi definiremmo “metascienza, cioè l’alchimia, che, al tempo in cui il rituale prende forma, è ancora viva e vegeta, seppure diversa dalla sua forma operativa originaria.
Come vedremo, personalità eminenti della futura rivoluzione scientifica si collocheranno infatti a metà tra l’alchimia e la nuova scienza, tra la figura del mago e dello scienziato moderno.L’alchimia costituì la linea di confine tra un metodo d’indagine magico-metafisico e quello scientifico-razionalista-empirista. Se tra il metodo scientifico sperimentale moderno, di derivazione illuministica e quello Liberomuratorio non può esservi compatibilità, al contrario tra il metodo alchemico o proto scientifico e quello massonico i contatti sono evidenti.

LIBERAMURATORIA ED ALCHIMIA
Dobbiamo tener conto che quando si sviluppò la Liberamuratoria, nell'Inghilterra di fine Seicento, i principi della scienza moderna ed il metodo empirico-razionalista, non avevano ancora pervaso la società dell'epoca. Vi era ancora una situazione di coesistenza e contrapposizione tra la precedente visione magico-alchemica e la nuova interpretazione scientifica. Noi siamo convinti, per i motivi che andremo a spiegare, che i rituali liberomuratori quando accennano ai “misteri occulti” della natura e della scienza, quando parlano della conoscenza che deve spingersi fino al “trono di Dio”, quando indicano la Natura come oggetto di contemplazione e fonte di conoscenza, si riferiscano più alla concezione dell'alchimista che non a quella dello scienziato moderno.
L'Alchimia è una "forma di conoscenza" che tende alla trasformazione psicologica e spirituale dell'individuo attraverso il dominio delle energie spirituali e creative che pervadono la natura e la mente umana.
Il lapis o pietra filosofale, è una metafora del raggiungimento, da parte dell’iniziato, della sapienza e conoscenza della tradizione ermetica. Come la Liberamuratoria, quindi, l’alchimia propone un percorso di elevazione spirituale, un "sistema", un "metodo" di perfezionamento. Essa è costituita da una parte "pratica", che necessita di una conoscenza approfondita della materia e dei suoi elementi, e un percorso dal connotato iniziatico, espresso metaforicamente dal mito della trasmutazione dei metalli vili in oro. Il percorso iniziatico liberomuratorio, come sappiamo, ha scelto le sue allegorie basandosi sugli attrezzi di lavoro dei costruttori di cattedrali medievali e sulla metafora del Tempio di Re Salomone.
Ambedue, Alchimia e Liberamuratoria, insegnano a trasmutare la coscienza accelerando il suo percorso evolutivo, entrambe hanno alla loro base i principi del pensiero ermetico, con il suo fine metafisico che risiede nell’unione dell'Individuo con l'Universale.
Se il simbolismo massonico consiste nel dare forma a una pietra rozzamente sgrossata, l'opera alchemica si basa sulla convinzione di poter concepire, a partire anch'essa da una materia imperfetta e impura, una sostanza perfetta e capace di trasferire ad altre sostanze la sua perfezione, così come il liberomuratore trasmette la sua conoscenza. Sia l'opera
alchemica che l'adempimento del rituale liberomuratorio, si compiono in presenza del trascendente. I percorsi conoscitivi alchemici e massonici, non sono infatti frutto di una conoscenza teoretica o sperimentale, ma il risultato di un lavoro, l'opus, in cui lo spirito torna coscientemente alla propria fonte, la materia, animandola e nobilitandola.
L'Alchimista, come il Liberomuratore, prima di iniziare la sua opera deve essere assolutamente puro ed elevato spiritualmente, questo perché la rivelazione dei misteri, alchemici e massonici, discende dall'alto e può essere percepita soltanto da persone di elevata spiritualità.
Le affinità nell’approccio esoterico tra alchimia e liberamuratoria, il percorso di perfezionamento da esse proposto, e le similitudini nel particolare simbolismo, fanno soprattutto di alchimia e liberamuratoria delle espressioni del pensiero “tradizionale”Mircea Eliade può chiarire il concetto con le sue illuminanti parole tratte da “Arti del metallo e alchimia”:
”Essendo il Cosmo una ierofania ed essendo la vita umana sacralizzata, il lavoro implicava un valore liturgico che sopravvive ancora in modo oscuro presso le popolazioni rurali dell’Europa contemporanea.
Ma ciò che ci preme sottolineare è soprattutto la possibilità data all’uomo delle società arcaiche di inserirsi nel sacro attraverso il proprio lavoro di homo faber, di autore e manipolatore di utensili. Queste esperienze primordiali si sono conservate e trasmesse attraverso numerose generazioni, grazie ai “segreti del mestiere”; quando l’esperienza globale del mondo si modificò in seguito alle innovazioni tecniche e culturali conseguenti all’instaurazione della civiltà urbana, a quella che si è convenuto chiamare “Storia” nel senso forte del termine, le esperienze primordiali legate a un Cosmo sacralizzato furono periodicamente fatte rivivere tramite iniziazioni e riti di mestiere.”
In definitiva il fine dei ‘Misteri’ presenti nel rituale liberomuratorio e nelle pratiche alchemiche era soprattutto la ‘trasmutazione’ dell’individuo, il quale tramite l’esperienza della morte e della resurrezione presenti nella iniziazione mutava appunto il suo stato ontologicamente divenendo da ‘profano’ un ‘iniziato’.
Moltissime sono le analogie nel simbolismo alchemico e liberomuratorio. La contrapposizione tra "luce" ed "ombra", il passaggio graduale dalle tenebre notturne alla luce solare, portatrice di energia vivificante per l'alchimia e di conoscenza per la liberamuratoria, segna la liberazione dalle impurità del proprio corpo e della propria personalità. Anche la
metafora del "viaggio" è uno degli elementi fondamentali del percorso alchemico e liberomuratorio, una metafora che torna più volte sia nei testi alchemici, come la ricerca della pietra filosofale, il viaggio dell'anima attraverso le sfere planetarie, sia nei rituali liberomuratori, ad esempio nel viaggio compiuto dai sorveglianti alla ricerca dei “misteri perduti” dopo l’uccisione dell'architetto Hiram Abif, e in riferimento alla Massoneria Templare, la ricerca del Santo Graal. Ma è soprattutto l'allegoria della "scala" che troviamo con frequenza nei testi alchemici e nella simbologia liberomuratoria, così come nel neoplatonismo rinascimentale. Nel sistema alchemico la scala indica la conquista graduale dell'elevazione filosofica, mistica ed esoterica, fungendo da anello di congiunzione tra i diversi piani del reale e da metafora della Grande Opera. Questo tema di derivazione gnostica e neoplatonica, corrisponde all'ascesa dell'anima attraverso le sfere planetarie, un viaggio iniziatico finalizzato a purificare la parte divina celata nell'uomo da ogni contatto con la materia.Il fine ultimo è il ricongiungimento con l'Uno, la sua contemplazione, come ricorda
Raimondo Lullo nel trattato della Quinta Essenza quando dice che compito dell'alchimia è portare l'uomo a contemplare Dio. Così come nel rituale massonico è scritto che il termine del percorso di conoscenza dell’uomo è “il trono di Dio”.
Dopo secoli di dileggio, oggi l'Alchimia è considerata una sorta di "protochimica" ed è entrata a far parte della storia della scienza. Tuttavia l'Alchimia è molto di più. Nella pratica di laboratorio, nella riflessione teorica e nella simbologia, l'Alchimia ha in sé la stessa prospettiva di perfezione che troviamo nel "metodo" liberomuratorio. A differenza della scienza moderna, che non si occupa di cose spirituali, alchimia e liberomuratoria hanno come campo di indagine sia la materia che lo spirito. Nel "metodo" alchemico, come in quello liberomuratorio, vi è la ricerca di un linguaggio simbolico che possa esprimere questa integrazione fra materia e spirito, un linguaggio "esoterico" che si differenzia necessariamente da quello filosofico e scientifico in quanto comunicato per immagini che intendono suscitare la conoscenza per intuizione piuttosto che razionalmente.
L’alchimia è l'espressione di quella comunione fra mente e natura, soggetto e oggetto, senza cui non può darsi conoscenza efficace, dove la natura non è solo la realtà esterna quale si offre ai nostri sensi , ovvero l'oggetto di uno studio settoriale e specialistico proprio della fisica classica, meccanicisticaLa natura è infatti vista dall’alchimista come custode di uno spirito divino che anima e governa gli elementi, forza strutturante tutta la realtà, ma invisibile ai sensi, che può però essere ritrovata con il "lavoro" - mediante l'opera.
Questa stessa visione ritroviamo nel rituale liberomuratorio, laddove, nell’esortazione del terzo grado, si invita il maestro liberomuratore, al quale sono stati svelati i segreti della natura ed i principi della verità intellettuale, alla contemplazione della Natura:
“Alla vostra mente così plasmata dalla virtù e dalla scienza, la natura presenta tuttavia un’ulteriore grande ed utile lezione: mediante la contemplazione, vi prepara per l’ultima ora della vostra esistenza; e quando grazie a tale contemplazione, essa vi ha condotto attraverso gli intricati sentieri di questa vita mortale, vi istruisce infine su come morire” (To your mind, thus modelled by virtue and science, Nature, however, presents one great and usefull lesson more. She prepares you, by contemplation, for the closing hour of existence; and when by means of that contemplation she has conducted you through the intricate windings of this mortal life, she finally instructs you how to die”).
E’ evidente che questa non è una concezione meccanicistica della natura tipica delle scienze moderne, ma una visione che vede albergare nella Natura lo spirito universale intelligente che si svela all’uomo per ispirazione-intuizione-illuminazione.
E' curioso notare come anche per l’alchimia si propose, come per la liberomuratoria, una distinzione tra operativa e speculativa e ci si interrogò sul fatto se vi fosse o meno una discendenza diretta tra le due. Ruggero Bacone fu il primo che operò tale distinzione:
"L'alchimia è duplice: speculativa, ovvero che specula su tutte le cose inanimate e sulla generazione di tutte le cose degli elementi. E' anche operativa e pratica, ovvero insegna a fare artificialmente i metalli nobili, i colori e altre cose."
Tuttavia si arrivò al punto in cui la perdita completa della dimensione materiale ridusse il valore simbolico della trasmutazione a quello di allegoria del processo di educazione morale, e qui le analogie col "sistema di morale velato da allegorie e illustrato da simboli" (“a peculiar system of morality, veiled in allegory and illustrated by symbols”) proprio della Liberamuratoria, si completano.
La teoria del carattere spirituale o speculativo della perfezione alchemica venne sviluppato daHerbert Silberer, allievo di Freud e massone, il quale identificò la materia prima dell'opus con la coscienza, dandone un’interessante interpretazione in chiave psicanalitica.
Va aggiunto che, se alcuni importanti autori nel campo dell'esoterismo, come ad esempio René Guénon, ritengono che l'opera alchemica riguardi esclusivamente l'interno del soggetto, per altri ragguardevoli studiosi dell’argomento, al contrario, ( Fulcanelli, Eugéne Cansieliet, Mary Ann Atwood ) la trasformazione della materia rimane fondamentale nel processo alchemico.
Chi potrebbero essere stati quindi gli ispiratori dei riferimenti alchemici all'interno del rituale massonico?
Non di certo gli scienziati empiristi che, con la loro visione meccanicistica del mondo ed il loro metodo sperimentale, non potevano ispirare un rituale intriso di simboli esoterici e richiami alchemici, ma scienziati che erano a metà tra il mondo alchemico e quello scientifico. Accenneremo brevemente ad alcuni.
Michael Maier, nato in Germania nel 1566, rosacrociano, si autodefiniva filosofo-medico, fu un accademico e medico per molti anni dell'Imperatore Rodolfo II. Egli riteneva che gli Alchimisti, attraverso le loro immagini simboliche, intendessero "giungere allo spirito attraverso i sensi", utilizzando la capacità peculiare dell'uomo di cogliere le cose "essenziali" a livello "intuitivo" lasciando da parte la facoltà dialettica. La sua opera "Atalanta fugiens", pubblicata nel 1618, contiene una splendida raccolta di emblemi o simboli alchemici. I simboli appunto vengono visti come veicoli di conoscenza, ma non attraverso un processo logico-analitico tipico delle scienze moderne, quanto attraverso un processo analogicosintetico, intuitivo, immaginifico, slegato dalla pura razionalità in cui il significato non è oggettivo ed immutabile, ma dipende dall’interpretazione del soggetto.
Le "Tavole di Tracciamento" del rituale liberomuratorio, vengono utilizzate con gli stessi presupposti, in esse infatti è presente una sintesi simbolica del grado in cui si lavora, e con le loro immagini simboliche, hanno lo scopo di veicolare il sapere per intuizione e suggestione immaginifica.
L'Atalanta fugiens conteneva anche un testo esoterico sulla combinazione tra l'alchimia, il razionalismo e la religione che fornì un importante modello etico per la Royal Society.
Robert Fludd, medico ed esoterista, condivise con Maier , suo amico e collega, le stesse teorie. Il suo monumentale lavoro in più volumi si intitolò "Storia dei due cosmi" dove egli, seguace di Paracelso, indaga l’uomo ed i suoi rapporti con il macrocosmo, disputando lungamente con la medicina dell'epoca a causa della sua inerpretazione magica della malattia, causata a suo parere da demoni e guarita da angeli. Egli rappresentò quella figura di scienziato-esoterista, capace di affrontare contemporaneamente problemi scientifici risolvibili con l'esperimento sistematico e di alchimista, con la sua visione magico-religiosa del mondo.
La figura di Elias Ashmole, alchimista, scrittore e massone , è di fondamentale importanza. Eglicercò di fare i dovuti distinguo tra un'alchimia "seria", i cui rappresentanti spesso erano accademici che vi si avvicinavano non per guadagno ma per reali interessi filosofici, e un'alchimia da ciarlatani. Nel suo “Theatrum chemicum bitannicum” scrisse:
“Non è meno assurdo e strano vedere come alcuni uomini…non possano fare a meno di annoverare gli autentici maghi con i prestigiatori, i negromanti e le streghe...i quali con arroganza violano i principi della magia, a guisa di maiali che irrompessero in un bel giardino...e (avendo fatto lega con il demonio) s'avvalgono del suo aiuto nelle proprie opere, per contraffare e corrompere l'ammirevole sapienza dei maghi, con i quali esiste una differenza grande come quella che corre fra angeli e demoni”.
Ma chi fa da spartiacque tra le due visioni è senz'altro la figura di Isaac Newton. Insieme allo scienziato Robert Boyle, entrambi membri della Royal Society, subì , quando ormai l'Illuminismo era alle porte, il fascino dell'alchimia. Egli si occupò di Alchimia non soltanto in termini teoretici, ma anche operativi per arrivare a comprendere “i modi dell'azione divina del mondo", la ricerca di una verità originaria da integrare nelle teorie della nuova fisica nel tentativo di evitare, come temevano anche i neoplatonici di Cambridge, il rischio di una deriva ateista nel meccanicismo. Nella sua enorme produzione dedicata all'alchimia, scrisse più su questo argomento che su problemi di fisica, nella convinzione di star riportando alla luce conoscenze già in possesso degli antichi Egizi, rivelate da Dio stesso in tempi remoti e ora riscoperte, tema questo tipicamente “ermetico”.
La conferenza che John Maynard Keynes tenne nel 1942 al Royal Society Club, dopo aver studiato per anni gli incartamenti segreti di Newton, fu un evento storico in quanto egli proponeva dello scienziato un'immagine incredibilmente diversa da quella che per tre secoli ne avevano tramandato gli storici della scienza.
Afferma Keynes:
“Newton non fu il primo scienziato dell'età della ragione. Piuttosto fu l'ultimo dei maghi, l'ultimo dei babilonesi e dei sumeri, l'ultima grande mente soffermatasi sul mondo del pensiero e del visibile con gli stessi occhi di coloro che cominciarono a cosruire il nostro patrimonio intellettuale poco meno di diecimila anni fa."
Quindi uno tra i più grandi scienziati dell’umanità che, forse proprio per questo, si colloca al confine tra pensiero razionale ed intuizione creativa, tra logica ed immaginazione, così da diventare, nella visione che qui si vuole proporre, un antesignano della nuova scienza.
Elia Ashmole, Henry More, Robert Boyle ed Isaac Newton furono scienziati tutti appartenenti alla Royal Society, che continuarono a praticare l’alchimia insieme al metodo sperimentale della scienza moderna. Alle loro figure ed alla loro visione si è ispirato il rituale ed il pensiero liberomuratorio.
Purtroppo però la teoria della filiazione massonica dal pensiero illuminista è dura da sradicare e si basa a volte su convinzioni date per acclarate, ma destituite in verità di ogni fondamento.
Tra queste l’affermazione che, avendo avuto la Royal Society membri facenti parte senza dubbio del filone dei pensatori illuministi, conclude che essa fosse il laboratorio per eccellenza di tale filosofia. Tuttavia, tra gli altri sopra citati, anche i due più importanti esponenti del neoplatonismo di CambridgeCudworth e More, furono membri della Royal Society, quindi è ovvio che all’interno della Royal Society non si professava soltanto il puro empirismo.
Fu lo stesso Henry More che sottolineò la distinzione tra filosofia sperimentale e filosofia meccanica spiegando che confonderle era un atto di ignoranza in quanto la filosofia sperimentale, professata appunto nella Royal Society conduceva a esiti
“utili non soltanto per gli usi comuni della vita, ma innanzi tutto per la scoperta delle verità filosofiche più sublimi e veramente metafisiche”
Cudworth e More, preoccupati per i possibili esiti materialistici ed ateistici della scienza, si opposero al meccanicismo imperante contrapponendovi lo spirito della natura, una sostanza incorporea che
“pervade l’intera materia dell’universo esercitandovi un potere plastico, un principio vitale responsabile del movimento e della coesione della materia”.
Se si considera il distacco della scienza moderna dalla filosofia della natura del Rinascimento, non si può negare che la concezione plastica formulata da Ralph Cudworth nella seconda metà del Seicento sia ancora espressione di una filosofia della natura fondata su presupposti teologico-metafisici premoderni, contrastanti con il razionalismo meccanicistico della fisica cartesiana e del materialismo Hobbesiano.
Quella di cui parliamo è una “Filosofia della natura plastica” con le sue connotazioni organicistiche e vitalistiche e la sua subordinazione a una teologia spiritualistica è connessa all’interpretazione della natura elaborata dai pensatori rinascimentali, in particolare da filosofie religiosamente ispirate come quelle neoplatoniche.
Dunque, quando nella cerimonia di Passaggio al secondo grado del rituale massonico si afferma che:
“Come nel grado precedente apprendeste i principi della Verità morale e della Virtù, ora vi è permesso di estendere le vostre ricerche ai misteri occulti della Natura e della Scienza” (“…you are now permitted to extend your researches into hidden mysteries of Nature and science”.)”,
non ci si riferisce al metodo "sperimentale" della scienza moderna, ma al metodo della "chimica mistica" dell'alchimista, che permette di apprendere l'unità del principio materiale del mondo. In quel principio materiale è racchiuso lo spirito vitale che opera come emanazione divina; non sono infatti le sostanze materiali che operano le meraviglie dell'alchimia, ma la capacità dell'alchimista di manipolare, attraverso tali sostanze, la natura nella sua più intima essenza, cioè la capacità dell’uomo che, indagata la materia, ha saputo coglierne e comprenderne lo spirito.
Nell’esortazione del terzo grado si afferma, come abbiamo visto, che lo sviluppo della facoltà intellettuale del secondo grado avviene
“attraverso i sentieri della scienza celeste, fino al trono di Dio medesimo”(…through the paths of heavenly science, even to the throne of God Himself.”).
Pertanto, la scienza che studia la materia è finalizzata alla scoperta del Dio che la abita e la organizza in geometrica perfezione. La materia e lo spirito vengono visti come complementari ed indissolubili nel processo di scoperta.
La visione unitaria della conoscenza che ha sempre animato alchimisti e liberomuratori si fonda sulla necessità del superamento di ogni contrapposizione o dicotomia.
Il dualismo è simboleggiato nella loggia massonica dal pavimento a scacchi e nell’alchimia dalla formula del “solve et coagula” per scoprire la pietra filosofale, dove alla divisione degli elementi deve seguire la loro armonica unione.
Tale sentimento di comprensione unitaria sembra essere alla base di quella che si potrebbe definire come una nuova scienza post-moderna la quale, dopo essersi imbattuta nei limiti della scienza moderna e di una conoscenza frammentata ed analitica, cerca di emergere su basi nuove, ma, come vedremo nel prosieguo, inaspettatamente vicine a quelle della prescienza o protoscienza alchemico-esoterica.

LIBERAMURATORIA E SCIENZA MODERNA
Il paradigma scientifico moderno, figlio dell’illuminismo, svolge con metodo empirico-strumentale una speculazione intellettuale in cui la totalità di ciò che ci circonda diviene una semplice proiezione dell’intelletto umano e non un processo in sé. Il mondo esterno diviene un campo in cui si realizzano tutte le invenzioni della ragione, perdendo il suo connotato naturale ed il suo ruolo di veicolo di conoscenza donato all’uomo per una comprensione armonica ed empatica della vita.
A differenza della filosofia illuministica, quella neoplatonica, e in particolare i neoplatonici di Cambridge, non vuole e non pretende di dominare la Natura, ma vuole comprenderla dall’interno, in maniera empatica. Come sottolinea Cassirer:
“Non la scompone pertanto in singoli elementi o in determinate “forme”, la cui qualità essa investighi singolarmente. In luogo di questo metodo analitico si ricerca invece e si esige una sintesi universale…La loro filosofia della natura ritorna al Panteismo dinamico del Rinascimento. In luogo di osservare la natura meccanicamente, essi la vogliono vedere plasticamente.”
Il nostro rituale, come abbiamo visto, ci insegna che nel secondo grado si apprendono i misteri occulti della Natura e della Scienza. Una Natura che, ci ricorda l’Esortazione del terzo grado,
“mediante la contemplazione ci prepara per l’ultima ora della nostra esistenza”(“She prepares you, by contemplation, for the closing hour of existence”).
Essa ci insegna quindi ad accettare il ciclo naturale della vita e della morte ed a ricongiungerci a Dio. Il Tempo dunque, nella visione liberomuratoria, non ha uno svolgimento lineare ma ciclico, secondo la teoria dell’ eterno ritorno, e non secondo uno schema di progresso indefinito, come pensavano gli illuministi.
Più avanti il rituale ci esorta ad
“ascoltare la voce della Natura, che testimonia come, anche in questo organismo mortale, risieda un principio vitale ed immortale”(“Continue to listen to the voice of Nature, which bears witness that even in this perishable frame resides a vital and immortal principle”).
Quindi il rapporto con la Natura è concepito come un rapporto “intimo”, un rapporto con “l’elementare” in cui il soggetto interagisce con l’oggetto e questo non costituisce solo un campo di manifestazione del rapporto di causa-effetto, ma é espressione immanente del divino. Attraverso la contemplazione della Natura e del principio divino che in essa si rivela, dopo aver acquisito la Virtù ( come raccomanda il primo grado) e la conoscenza intellettuale attraverso lo studio delle arti liberati ( nel secondo grado), l’uomo si avvicina al mistero. L’intelletto è concepito come strumento di conoscenza prodromico e dunque di grado inferiore alla vera conoscenza che si raggiunge solo per ispirazione, attraverso la contemplazione della Natura, e per intuizione-illuminazione.
Inoltre i “misteri occulti”, cui fa riferimento il rituale, rivelano la credenza del liberomuratore in qualcosa che esiste al di là del campo sensibile oggetto di indagine scientifica.
Possiamo senza dubbio affermare con Elemire Zolla che chi entra in una società iniziatica già ha il sospetto che non si possa spiegare e comprendere tutto logicamente, egli sa che esiste un mistero e crede che lo si possa cogliere con la conoscenza intuitiva, che nella sua massima espressione è illuminazione.
La “Scienza” di cui parla il rituale è dunque una scienza che rimanda all’intelligenza noetica,intuitiva, un’intelligenza cioè che permette all’uomo di comprendere anche la dimensione del sacro attraverso la
Natura e cioè di arrivare allo spirito tramite la materia.
E’ questa la visione spinoziana dell’esistenza di un’unica essenza che permea ogni cosa, lo spirito divino è immanente alla Natura e ne costituisce l’ordine geometrico-strutturale, esso può essere conosciuto non attraverso la semplice ragione, intesa come capacità di cogliere i nessi tra gli oggetti e le idee, ma attraverso la conoscenza intuitiva.
Vi è oggi una necessità sempre più impellente di superare il razionalismo e lo scientismo illuminista generato dalla visione cartesiana per cui la natura è una macchina senza vita, inerte che si spiega al di fuori dell’uomo, priva di ogni pregnanza divina o spirituale, ogni vitalità, ogni intrinseca armonia. Da questa sdivinizazione del mondo, da questa contrapposizione tra spirito e materia, sarebbe poi nato il culto moderno della scienza, sulla convinzione che al progresso tecnico corrisponda sempre un’evoluzione interiore dell’uomo.
Max Weber mostrò come la razionalizzazione scientifica avesse prodotto un irreversibile “disincanto” ( Entzauberung ), secolarizzando le vecchie visioni del mondo di origine mitologico-religiose e rimpiazzandole con un’immagine “oggettiva”.
Tuttavia il pensiero liberomuratorio, così come emerge dai rituali, va oltre la visione di Spinoza di un Dio immanente alla natura e dunque alla visione panteistica, per riconoscere l’esistenza del trascendente cioè di un principio divino che aleggia nella natura, ma si colloca oltre questa e la dimensione terrena, oltre l’uomo e le cose umane, che è principio e fine di ogni ricerca. La contemplazione della natura, riflesso del divino, di cui si parla nel secondo grado non è che il mezzo per arrivare alla Verità che risiede “altrove”, nella dimensione trascendente che si raggiunge soltanto imparando a morire alle cose terrene ed alla propria umanità, come insegna il terzo grado.
Il cammino del liberomuratore inizia nel primo grado con la pratica della Virtù, che delimita la sfera d’azione di ogni uomo e lo tempra nell’animo; prosegue nel secondo grado con lo studio della arti e scienze liberali, che forgia l’intelletto e sonda il limite della mente che può condurre al dubbio ed allo scetticismo. Completata l’opera umana infine, nel terzo grado, subentra il vuoto rigenerante della contemplazione di fronte ad una Natura viva, parlante, permeata di spirito divino, che insegnando all’uomo a morire a se stesso lo ricongiunge al divino e lo fa Dio.
D’altronde gli antichi non dubitavano della superiorità della contemplazione su ogni altra facoltà umana.
Come afferma Aristotele nelle pagine dell’Etica a Nicomaco:
“ Se la felicità è l’attività conforme a virtù, sarà verosimilmente conforme alla più alta virtù; e questa sarà la virtù della parte superiore dell’anima umana…la facoltà contemplativa..”.
Platone nel Timeo notava come a fianco della contemplazione delle cose esterne potesse esistere, purché usata assennatamente e moderatamente, anche la scienza sperimentale. E invece già nel Rinascimento nasce, ma culmina nel ‘700 e sfocia nell’odierno culto della scienza, l’avversione alla contemplazione in favore dell’azione, del coinvolgimento attivo nelle dinamiche sociali, dell’amore per la valutazione e misurazione dei fenomeni.
More e Cudworth, nel solco del pensiero neoplatonico, ritengono che il macrocosmo rifletta il microcosmo e quindi elaborano una teoria cosmologica che tiene conto del primato dell’uomo sul mondo in ragione della sua libertà.
In “The true intellettual sistem of the Universe” di Cudworth troviamo la fondamentale intuizione della “libertà dell’uomo” che Pico della Mirandola per primo espone nel suo De Hominis Dignitate.
L’uomo non è vittima di un meccanismo avulso ed a lui estraneo, me è artefice delle proprie vicende e responsabile delle stesse. Il mondo diviene così lo specchio dell’uomo, ossia riflesso di una realtà spirituale superiore, e non, come vuole Hobbes, un cieco meccanismo. Nella concezione del rapporto tra macrocosmo e microcosmo dei filosofi di Cambridge vi è, a mio parere, un altro legame con il pensiero alchemico e liberomuratorio.

LIBERAMURATORIA E NUOVA SCIENZA
Se volessimo definire con termini attuali la visione neoplatonica e spinoziana del rapporto uomo-natura, così come la ricerca di un sapere unificato, che come abbiamo visto permea il pensiero liberomuratorio, potremmo parlare di “visione olistica” della realtà in cui l’uomo e la natura sono visti come parti di uno stesso organismo armonico, vivente e senziente, in quanto espressione dello spirito, piuttosto che parti separate ed indipendenti.
Esiste e si va sempre più affermando una critica alla scienza tradizionale di derivazione illuministica e cartesiana di cui si cominciano ad intravedere i limiti. Il merito innegabile dell’Illuminismo fu di slegare il ricercatore dalle briglie teologico religiose allora imperanti, ma a distanza di secoli esso è sfociato in un arido materialismo insufficiente, sia nel metodo che nei risultati, a spiegare molti aspetti dell’esistenza.
Vi è oggi una nuova frontiera delle scienze che è rappresentata da scienziati e studiosi di tutto il mondo, a volte al di fuori della tetragona comunità scientifica ( la stessa che condannò Galilei e Copernico ), che propugnano un nuovo sapere non più frammentato, ma unitario, spesso suffragato da scoperte scientifiche che minano le certezze degli studiosi ortodossi.
Nel campo della psicologia cognitiva, ad esempio, sono ormai molti gli esperimenti che appaiono confermare ciò che corrisponde ad un antico sapere che condividiamo e cioè che il ragionamento o processo razionale è un sottoprodotto dell’intuizione che attinge ad una conoscenza innata. Nel campo della medicina nessuno nega più l’esistenza di un rapporto di interdipendenza tra la mente ed il corpo e l’influenza della prima sull’insorgere di malattie anche gravi come i tumori e non solo nel campo della psicosomatica. L’organismo umano viene oramai sempre più visto come un’unità inscindibile mente-corpo-coscienza, superando definitivamente la divisione cartesiana in res cogitans e rex extensa.
Il principio ermetico del “come in alto così in basso”, riportato nella loggia massonica attraverso i simboli dei due globi celeste e terreno, viene oggi riproposto nel c.d. “principio di isomorfismo” in base al quale si cercano somiglianze tra il macrocosmo ed il microcosmo. Si ritiene cioè oggi possibile applicare gli stessi modelli concettuali e le astrazioni corrispondenti, a fenomeni diversi. L’uomo viene dunque visto come unità olografica che contiene in sé la matrice dell’informazione totale del sistema in cui è incluso e con il quale vi è un continuo scambio di informazioni ed energie. La stessa relazione sembra sussistere tra organi, cellule, atomi. Ogni parte della creazione pare dunque contenere l’informazione del tutto e ciò rimanda a quella conoscenza di matrice platonica, innata e che deve solo riaffiorare.
Questa rivoluzione può dirsi iniziata con Albert Einstein il quale affermava che
“il sentimento cosmico religioso è la motivazione più forte e più nobile della ricerca scientifica”.
Egli fu il primo a ricercare per tutta la vita, senza riuscirvi, una Teoria del Tutto cioè una teoria unificatrice delle leggi di natura.
L’inscindibilità di scienza e coscienza viene affermata oramai dalla stessa scienza contemporanea. Infatti, secondo il premio Nobel Eugene Wigner
“La coscienza è la realtà primaria…in futuro la fisica spiegherà non solo i fenomeni osservati, ma anche il processo dell’osservare”.
Secondo il premio Nobel Francis Crick, scopritore del DNA,
“la coscienza è legittimo campo di ricerca scientifica”.
La materia osservata e la coscienza dello scienziato osservatore della realtà si ricongiungono, per influenzarsi, in un unico campo di indagine. Il soggetto appare dunque profondamente connesso con l’oggetto.
In tutte le tradizioni spirituali e la Liberamuratoria tra queste, l’unità risiede nella coscienza che costituisce l’essenza della divinità.
La domanda che sempre più spesso si rivolgono gli scienziati e che solo apparentemente è filosofica, è se l’universo continuerebbe ad esistere se non vi fosse nessuno ad osservarlo. La risposta pare debba essere negativa.
Questo perché con la scoperta della fisica dei quanti e con i primi risultati di laboratorio dei primi anni ottanta, si è cominciato a ritenere che l’universo per esistere richieda un essere senziente conscio che ne sia consapevole. Senza un osservatore l’universo esisterebbe solo in potenza, dunque pare che la coscienza crei la materia. L’atto dell’osservare crea un’interazione con l’oggetto osservato e lo modifica. Questa rilevanza della soggettività dell’osservatore era stata anticipata dagli alchimisti che vedevano nei fenomeni della natura continui passaggi dall’interno all’esterno e viceversa.
Tale scoperta porta necessariamente ad un cambio di paradigma scientifico: da quello materialistico in cui tutto è materia cioè particelle elementari che interagiscono tra loro secondo un rapporto di causa-effetto cui l’uomo è estraneo, a quello che potremmo definire idealistico, in cui la consapevolezza è il fondamento dell’esistenza e la materia risponde allo spirito.
Nell’Alchimia il principio femminile mercuriale spiegava il proteomorfismo dei fenomeni naturali, la loro fluida mutevolezza. Oggi la scienza afferma, in base al c.d. “principio di complementarietà di Bohr” che le particelle elementari della materia, i quanti, possono essere visti sia come particelle che come onde, a seconda del modo in cui si osserva il fenomeno. L’universo potrebbe non essere quello materialistico newtoniano fatto di oggetti determinati, visibili ed in movimento lungo traiettorie definite, sostanzialmente statico, ma un universo dinamico, fatto di “onde di possibilità” o mere potenzialità che diventano attualità e dunque materia, universo, mondo manifesto attraverso la consapevolezza di chi osserva.
In questa visione, cui ora si affaccia la scienza, l’uomo sarebbe il centro ed il senso dell’universo, proprio come teorizzava Pico della Mirandola.
Un altro importante esperimento che ha dato luogo al c.d. “principio di non località” del fisico premio Nobel Wolfgang Pauli, ha rivelato che le particelle elementari all’interno dell’atomo sono in costante ed istantanea comunicazione tra di loro di modo che ognuna conosca la propria posizione rispetto alle altre ed alla situazione globale e ciò senza scambiarsi alcun segnale. Ciò dimostrerebbe, a detta degli scienziati, che ogni particella è connessa con l’intero sistema e che dunque tutte le parti dell’universo sono interconnesse da campi elettromagnetici come se fossero legate da un’unica energia intelligente.
Per la prima volta la scienza ha dovuto così teorizzare l’esistenza di una dimensione che trascende quella in cui viviamo, essa ha cioè oggi bisogno di ricorrere al trascendente per spiegare i fenomeni che osserva, perché questa dimensione trascende, finora esclusa dal campo di indagine scientifica, pare influenzare il comportamento della materia.
Il collegamento tra cielo e terra, tra dimensione immanente e trascendente, visti come un “continuum, è uno dei temi fondamentali del pensiero liberomuratorio.
Il simbolo del triangolo rappresenta proprio la totalità della manifestazione, è cielo e terra, essenza e sostanza. La volta stellata funge da tetto nella loggia massonica e la scala spirituale si estende dalla terra al cielo congiungendoli.
Quanto sopra accennato appare sancire la necessità di un definitivo superamento del separatismo materialista della scienza tradizionale di derivazione illuministica, che non può più prescindere, nel suo tentativo di comprendere il mondo, dalla coscienza umana e dalla dimensione trascendente di una energia intelligente o mente di Dio dalla quale appare nascere ed essere governato il mondo sensibile.
Questa nuova scienza recupera un’antica tradizione del sapere che risiedeva già, come abbiamo visto, negli antichi filosofi greci, nei neoplatonici, nelle tradizioni mistico-religiose e nelle società iniziatiche.
L’occhio onniveggente, iscritto nel delta luminoso formato da un triangolo, è un occhio frontale, né destro né sinistro, è il terzo occhio che è quello del cuore, cioè di una conoscenza interiore innata e spontanea: la coscienza divina. Questo occhio frontale vede tutto e discerne l’Unità nella molteplicità. Esso è l’occhio del Grande Architetto dell’Universo, ma, come oggi la fisica quantistica ci dice, esso potrebbe ben rappresentare l’occhio dell’osservatore cosciente che nell’atto di guardare consapevolmente crea il mondo. E se l’osservatore è un creatore di mondi che nell’osservare la propria creazione continuamente la ricrea, allora egli è Dio. Il liberomuratore che, al termine del percorso iniziatico, impara a morire, impara a trascendere la propria umanità e, finalmente innalzatosi, nel contemplare il principio e la forza divina vi si rispecchia.

Per concludere non vi è vicinanza di pensiero tra la Liberamuratoria e l’Illuminismo né alcuna influenza della Liberamuratoria sulla scienza ed il progresso scientifico dall’epoca dei Lumi ai nostri giorni, nonostante molti siano stati gli scienziati – massoni. Diverso è il metodo, i presupposti ed i fini della ricerca la quale costituisce essa sola il terreno comune ad entrambe. Il liberomuratore non cerca all’esterno una verità dimostrabile ed universalmente valida, ma persegue la conoscenza di sé, attraverso un percorso unico e personale verso quella verità che da sempre lo abita e che
risiede nel principio divino.
Tuttavia non vi è contrapposizione, come in passato, ma possibile integrazione nella visione di una “nuova scienza” che ponga al centro non il regno della materia ma quello della coscienza e dunque inuna scienza non più illuministica ma neo-umanistica.
La dicotomia e contrapposizione tra spirito e materia, tra soggetto ed oggetto, tra l’Io ed il Tutto, tra l’Uomo e Dio che ha caratterizzato la ricerca scientifica moderna deve essere superata.
Le grandi contrapposizioni rappresentano uno stadio elementare del processo di apprendimento in cui si ha bisogno delle differenze per definire e comprendere il mondo sensibile. Ma, come abbiamo visto, la ricerca non può più compiersi soltanto nella sfera della dimensione materiale e con l’unico strumento della stretta razionalità, come se lo spirito, la creatività, l’immaginazione, l’intuizione non fossero altrettanto presenti nell’esperienza umana.
La caduta dall’Eden viene determinata dalla conoscenza del bene e del male cioè dal sopraggiungere della differenziazione, della separazione, della dualità, nella coscienza unitaria dello spirito.
La “coincidentia oppositorum” è dunque un requisito divino e forse nel sapere antico delle società iniziatiche è sepolta quella verità che la nuova scienza potrà solo riscoprire come attributo originario ed innato dell’animo umano.

Intervento al convegno LIBERAMURATORIA E SCIENZA - CANONBURY MASONIC RESEARCH CENTRE - Londra -26/10/2008
Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d'Italia - dott. Fabio Venzi