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domenica 2 dicembre 2012

Sinergia interiore

"Un tutto, che è maggiore della somma delle sue parti, ha qualcosa di interno, qualche interiorità di struttura e funzione, talune specifiche relazioni interne"
"A whole, which is more than the sum of its parts, has something internal, some inwardness of structure and function, some specific inner relations". 

(J. Smuts, 1926)

giovedì 29 novembre 2012

Il fantastico non è l’immaginario


"Il fantastico non è l’immaginario, non sta sulle nuvole, deve essere estratto dalle viscere della terra.La fantasia autentica non è nella fuga verso l’irreale, ma si cala nella realtà profonda come un palombaro. Su scala cosmica solo il fantastico ha possibilità di essere vero".
Teilhard de Chardin

sabato 17 novembre 2012

Il ponte e l'arco

– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? 
chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra,
risponde Marco, 
– ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: 
– Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.
Polo risponde: 
– Senza pietre non c’è arco.

Italo Calvino - Città Invisibili p. 38
http://isites.harvard.edu/fs/docs/icb.topic1008030.files/citta_calvino.pdf


lunedì 5 novembre 2012

Qué es la muerte?


¿Qué es la muerte para el que la mira? 
¿Qué es la muerte para el que la siente? 
Pesadez ignota, incomprensible 
dolor que el egoísmo trae para ése
silencio, paz y nada para éste. 
Sin embargo el uno siente 
que su orgullo se rebela,
que su mente no soporta,
que tras la muerte nada quede,
que tras la muerte esté la muerte. 
El otro, en su paz, en su silencio,
en su majestad inconsciente siente
Nada siente, nada sabe, 
porque la muerte es la muerte 
y tras la muerte está la vida 
que sin la muerte sólo es muerte.

H Maturana, in H. Maturana e F. Varela - Autopoiesis and Cognition.

Traduzione: 
Che cos’è la morte per colui che la guarda? / Che cos’è la morte per colui che la sente? / Angoscia ignota, incomprensibile / Dolore che l’egoismo porta con sé, per l’uno / Silenzio, pace o nulla, per l’altro. / Tuttavia l’uno sente / Che il suo orgoglio si ribella, che la sua mente / Non sopporta che dopo la morte nulla rimanga, / che dopo la morte ci sia solo la morte. / L’altro, nella sua pace, nel suo silenzio / Nella sua incosciente sublimità sente, / nulla sente, nulla sa, / perché la morte è la morte / e dopo la morte c’è la vita / che senza la morte è solo morte.

domenica 21 ottobre 2012

Le decisioni umane

"La principale scoperta psicologica sul ragionamento e sulla decisione è che le persone non sono ricercatori logici senza saperlo, statistici nati, decisori razionali. Il corso preciso dei loro pensieri e delle loro decisioni è determinato da processi complessi non evidenti, che bisogna chiarire. La deduzione del cervello non dipende da processi “sintattici” che seguono regole formali, ma da procedure “semantiche” che mettono in atto modelli mentali. Tali procedure semantiche consistono nel costruire “modelli di premesse”, nel formulare un ridotto numero di ipotesi a partire da questi modelli, e nel testare la loro validità assicurandosi che nessun altro modello di premesse le confuti”
Alain Berthoz- La scienza della decisione – Codice, 2004, p.28

domenica 26 agosto 2012

The System


The existence of ' system ' in the world is at once obvious to every observer of nature, no matter whom.
The arrangement of the parts of the universe has always been a source of amazement to men.
But this disposition proves itself more and more astonishing as, every day, our science is able to make a more precise and penetrating study of the facts.
The farther and more deeply we penetrate into matter, by means of increasingly powerful methods, the more we are confounded by the interdependence of its parts. Each element of the cosmos is positively woven from all the others: from beneath itself by the mysterious phenomenon of ' composition ', which makes it subsistent through the apex of an organised whole; and from above through the influence of unities of a higher order which incorporate and dominate it for their own ends.
It is impossible to cut into this network, to isolate a portion without it becoming frayed and unravelled at all its edges.
All around us, as far as the eye can see, the universe holds together, and only one way of considering it is really possible, that is, to take it as a whole, in one piece.

Pierre Theilard De Chardin, The Phenomenon of Man - pag.42-43
link to the entire book:
http://ia600401.us.archive.org/19/items/phenomenon-of-man-pierre-teilhard-de-chardin.pdf/phenomenon-of-man-pierre-teilhard-de-chardin.pdf

Lo Spirito dell'Universo

"È giunto finalmente il momento di renderci conto che una interpretazione anche positivista dell’universo, per essere soddisfacente, deve comprendere l'interno oltre che l'esterno delle cose, - sia lo spirito che la materia. La vera fisica è quella che riuscirà, un giorno o l'altro, ad integrare l'uomo totale in una rappresentazione coerente del mondo".

Pierre Teilhard de Chardin

domenica 29 luglio 2012

Consapevolezza e Coscienza

La CONSAPEVOLEZZA(potremmo anche chiamarla intuizione intellettuale), è uno stato nel quale l'uomo CONOSCE IN MODO IMMEDIATO E TOTALE tutto ciò che sa in generale, uno stato nel quale egli è in grado di vedere quanto poco sa e quante contraddizioni vi sono in ciò che sa.
La COSCIENZA è uno stato in cui l'uomo SENTE IN MODO IMMEDIATO E TOTALE tutto ciò che sente in generale o può sentire. E poiché ognuno ha in sé migliaia di sentimenti contraddittori, che vanno dalla realizzazione profondamente nascosta della propria nullità, fino alle forme più stupide di infatuazione, e da ogni sorta di terrori, fino alla presunzione, alla sufficienza all'autoidolatria, sentire tutto questo SIMULTANEAMENTE non sarebbe soltanto doloroso, ma insopportabile.
Georges Ivanovič Gurdjieff

mercoledì 27 giugno 2012

La complessità ... come gocce d'acqua


Immaginiamo di versare un po d'acqua sulla superficie di un vassoio molto lucido; l'acqua si raccoglie in una configurazione complessa di goccioline. E si comporta così perchè agiscono due forze che si equilibrano: la gravità cerca di diffondere l'acqua e formare una pellicola sottile, piana, diffusa (retroazione negativa), mentre in superficie l'attrazione tra le molecole tenta di formare globuli di acqua compatti (retroazione positiva). La somma delle due forze produce una configurazione complessa delle gocce, unica e irripetibile. Provate a ripetere l'esperimento e otterrete una disposizione di gocce del tutto diversa. Minuscoli accidenti della storia - granelli di polvere infinitesimi e irregolarità invisibili sulla superficie del vassoio - vengono ingranditi dalla retroazione positiva aumentando ancora le differenze.
tratto da M. M. Waldrop - Complessità, Instar Libri, 1995 pp. 46-47

sabato 26 maggio 2012

Luigi Fantappiè - Il problema di Dio e la scienza moderna

"[...] Tutto questo se non vogliamo tradire, in questo nostro secondo Risorgimento dell'anima nazionale, quella che è stata sempre la naturale missione e la naturale funzione dell'Italia, di essere l'iniziatrice di tutti i grandi movimenti di cultura dell'umanità.
Per il bene nostro e di tutti, è infatti da tener sempre presente che solo se si riduce la scienza a una tecnica, solo se si abbandonano i veri fini della scienza (conoscenza razionale della realtà), sostituendo questi fini con i "mezzi" occasionali di una certa epoca (metodo, tecnica) elevati a fine ultimo da ricercatori miopi, si può nella scienza mettere da parte l'idea di Dio; altrimenti Dio è naturalmente al centro della scienza, essendone il motore e il fine, come è provato dagli stessi grandi scienziati di tutte le epoche, da Galilei e Newton a Planck e a Picard, da Linneo a Darwin e a Pasteur, nonostante le opposte opinioni dei più meschini loro seguaci".
Luigi Fantappiè - Il problema di Dio e la scienza moderna - 1947- Conferenze scelte - Di renzo Editore - pag. 33

venerdì 18 maggio 2012

Spinoza e la libertà di giudizio

"Poiché l'indole degli uomini è alquanto varia e l'uno si adagia meglio a queste e l'altro a quelle opinioni, e siccome ciò che è oggetto di religione per l'uno muove l'altro al riso... che bisogna lasciare a ciascuno la libertà del suo giudizio" 

Spinoza - Trattato teologico-politico - Prefazione - p. 11

mercoledì 16 maggio 2012

Iniziazione ed ecclesia

Le ecclesie propongono ciascuna una propria VIA verso l'elevazione, la salvezza, etc.
Non esiste LA VIA ma LE VIE che sono infinite. La Via che le varie ecclesie propongono è una loro via unica... standardizzata e quindi fallace, piramidale (capovolta ovviamente), controiniziatica...
Dipende dunque da cosa si intende per "INIZIATO".
Nelle ecclesie si ritiene iniziato chi entra nel gregge, mediante un rito esteriore e/o una tessera, per esercitare l'obbedienza a un pastore.
Per me invece Iniziato è chi esce dal gregge perchè ha "Iniziato" a camminare da solo verso la gnosi di se stesso (γνῶθι σαυτόν)...
Questione di punti di vista, ma forse non solo... questione di potere magari!...
Tuttavia forse è vero nel gregge si è più felici, rassicurati, ci si sente protetti come Adamo nell'Eden prima di mangiare il frutto della conoscenza!

G. D.

venerdì 27 aprile 2012

Tra le Rovine (J. Evola)


“ Una civiltà dominata dal pregiudizio positivistico offre il campo più propizio per un’azione che parta da quella che abbiamo chiamato la “terza dimensione” [la dimensione occulta della storia, Ndr]. In gran parte, tale è appunto il caso della civiltà moderna. Essa è una civiltà resa miope e inerme per via del pregiudizio positivistico, razionalistico e scientista. Si è ancora lungi dal saper strappare la maschera a molte idee che continuano a fare da base alla mentalità e all’istruzione moderna. ”
"Noi oggi ci troviamo in mezzo ad un mondo di rovine. E il problema da porsi è: esistono ancora uomini in piedi in mezzo a queste rovine? E che cosa debbono, che cosa possono, essi ancora fare?" 
 “Oggi abbiamo bisogno di uomini che abbiano un concetto puro ed effettivo della 'spiritualità'; che la stacchino da tutto ciò che è dominio di sentimento, di evasione mistica e di pregiudizio "umano"- che non la riducano ad una piccola cosa del cervello, del cuore, se non persino dei sensi, ma che la realizzino come uno stato, come una presenza che si esprime in forme concrete e superiori di azione e di visione, non escludendo con questo tutti gli altri elementi non-spirituali della vita umana, individuale ed associata, ma dirigendoli animandoli ed organizzandoli da questo livello superiore di coscienza.” 
 "Non lasciarsi andare, oggi è alla base. In questa società sbandata si deve essere capaci del lusso di avere carattere. Bisognerebbe esser da tanto che, ancor prima di essere riconosciuti come i difensori di un’ideologia politica, sia visibile una linea di vita, una coerenza interna, uno stile fatto di coraggio intellettuale, in ogni umana relazione".
 Julius Evola in Gli uomini e le rovine. Orientamenti

domenica 22 aprile 2012

Dio, complessità, emergenza, differenziazione ed evoluzione

Il Demiurgo interviene nella storia mediante l'emergenza di nuovi elementi nei sistemi del creato.
Tutto il creato esiste e si evolve per "differenziazione" dall'Uno primordiale da cui deriva. 
L'emergenza di elementi differenziati, imprevisti ed imprevedibili nei sistemi del creato è essenziale alla sua esistenza, alla sua vita ed evoluzione. 
Senza di essa tutto si annullerebbe diverrebbe statico. 
L'Emergenza che deriva dalla complessità sistemica è Cambiamento, il cambiamento è Differenza, la differenza è Competizione, la competizione è Evoluzione.
Se e quando il mondo finirà non esisterà più differenziazione, tutto tornerà all'Uno, non ci sarà più vita; regnerà l'Ordine indifferenziato del Caos
Tutto ciò che omologa, ciò che contrasta la differenziazione è dunque contro il Demiurgo, contro il cosmo, contro la vita e la sua evoluzione, dunque contro l'umanità stessa.
G. D.

domenica 15 aprile 2012

I SETTE SERMONI C.G.Jung

La casa della morte, William Blake
Sermone I
I morti erano di ritorno da Gerusalemme, dove non avevano trovato ciò che cercavano. Mi pregarono di lasciarli entrare e implorarono il mio verbo, e così iniziai il mio insegnamento:
Ascoltate: io inizio dal nulla. Il nulla è uguale alla pienezza. Nell'infinito il pieno è come il vuoto. Il nulla è vuoto e pieno. Potreste dire altrettanto bene qualche altra cosa del nulla, per esempio che è bianco e nero o che non è o che è. Una cosa infinita ed eterna non ha alcuna qualità poichè ha tutte le qualità.
Noi chiamiamo il nulla o la pienezza il PLEROMA. In esso sia il pensiero che l'essere cessano, poichè l'eterno e infinito non possiede qualità. In esso non c'è essere, perchè allora sarebbe distinto dal pleroma, e possiederebbe qualità che lo distinguerebbero come un che di diverso dal pleroma.
Nel pleroma c'è nulla e tutto. Non giova riflettere sul pleroma, perchè ciò significherebbe autodissolversi.
La CREATURA non è nel pleroma ma in se stessa. Il pleroma è inizio e fine della creatura. La pervade come la luce del sole pervade l'aria dovunque. Benchè il pleroma pervada interamente, pure la creatura non ha parte in questo, come un corpo completamente trasparente non diventa ne' chiaro ne' scuro per via della luce che lo pervade.
Noi siamo però il pleroma stesso, poichè siamo una parte dell'eterno e infinito. Ma non ne siamo parte, perchè siamo infinitamente lontani dal pleroma, non spazialmente o temporalmente ma ESSENZIALMENTE, in quanto siamo distinti dal pleroma nella nostra essenza di creatura, confinata nel tempo e nello spazio.
Ma poichè siamo parti del pleroma, il pleroma è anche in noi. Infinito, eterno e intero è il pleroma anche nel punto più piccolo, poichè piccolo e grande sono qualità in esso contenute. Esso è il nulla che è dovunque intero e continuo. Solo figurativamente quindi io parlo della creatura come parte del pleroma, perchè in effetti il pleroma non è diviso in nessuna parte, essendo il nulla. Noi siamo anche l'intero pleroma perchè, figurativamente, il pleroma è il punto più piccolo (immaginato soltanto, non esistente) in noi e l'illimitato firmamento intorno a noi. Ma perchè mai parliamo allora del pleroma, dal mometo che esso è tutto e nulla?
Ne parlo per avere un qualsiasi punto d'inizio, e per liberarvi dall'illusione che in qualche luogo, fuori o dentro, vi sia un qualcosa di fermo o in qualche modo di stabilito fin dall'inizio. Ogni cosa cosiddetta fissa e certa è soltanto relativa. Soltanto ciò che è soggetto a mutare è fisso e certo.
Ciò che è mutevole però è la creatura, quindi essa è l'unica cosa fissa e certa; perchè ha delle qualità, ed è anzi qualità essa stessa.
E a questo punto domandiamoci: come fu originata la creatura? Le creature hanno origine, ma non la creatura, perchè essa è la qualità del pleroma stesso, così come la non-creazione, la morte eterna. In ogni tempo e luogo c'è creatura, in ogni tempo e luogo c'è morte. Il pleroma ha tutto, distinzione e indistinzione.
La distinzione è la creatura. Essa è distinta. La distinzione è la sua essenza, e perciò essa distingue. Di conseguenza l'uomo distingue perchè la sua natura è la distinzione. Perciò egli distingue anche le qualità del pleroma che non esistono. Le distingue fuori dalla sua natura. Quindi l'uomo deve parlare delle qualità del pleroma che non esistono.
A che serve parlarne, direte? Hai detto tu stesso che è vana cosa ragionare sul pleroma!
Vi ho detto questo per liberarvi dall'illusione che si possa riflettere sul pleroma. Quando noi distinguiamo le qualità del pleroma parliamo in base alla nostra distinzione e a proposito della nostra distinzione, ma non diciamo nulla circa il pleroma. Della nostra distinzione, però, è necessario parlare, affinchè possiamo distinguere a sufficienza noi stessi. La nostra natura è distinzione. Se non siamo fedeli a questa natura non distinguiamo abbastanza noi stessi. Perciò dobbiamo fare distinzioni delle qualità.

Sermone II
Nella notte i morti stavano lungo i muri e gridavano: Vogliamo sapere di Dio. Dov'è Dio? Dio è morto?
Dio non è morto, egli vive come sempre. Dio è creatura, perchè è qualcosa di definito e quindi distinto dal pleroma. Dio è qualità del pleroma, e tutto ciò che ho detto della creatura vale anche per lui.
Egli è tuttavia distinto dalla creatura perchè è molto più indefinito e indeterminabile di lei. E' meno distinto della creatura perchè la base del suo essere è pienezza effettiva. Solo nella misura in cui è definito e distinto egli è creatura, e in questa misura è la manifestazione della pienezza effettiva del pleroma.
Tutto ciò che noi non distinguiamo cade nel pleroma e si annulla col suo opposto. Perciò, se non distinguiamo Dio, la pienezza effettiva è estinta in noi.
Dio è anche il pleroma stesso, così come ogni più piccolo punto nel creato e nell'increato è il pleroma stesso.
Il vuoto effettiivo è la natura del demonio. Dio e demonio sono le prime manifestazioni del nulla che chiamiamo pleroma. E' indifferente se il pleroma è o non è, poichè si annulla in ogni cosa. Non così la creatura. Nella misura in cui Dio e demonio sono creature, non si eliminano l'un l'altro, ma stanno l'uno contro l'altro come opposti effettivi. Non abbiamo bisogno di provare la loro esistenza, basta il fatto che dobbiamo sempre parlarne. Anche se entrambi non fossero, la creatura tornerebbe sempre a distinguerli dal pleroma partendo dalla sua natura di distinzione.
Tutto ciò che la distinzione estrae dal pleroma è una coppia di opposti. Perciò a Dio appartiene sempre anche il demonio.
Questa inseparabilità è così intima e, come avete appreso, così indissolubile anche nella nostra vita come lo è il pleroma stesso. Ciò deriva dal fatto che entrambi sono vicinissimi al pleroma, nel quale tutti gli opposti si annullano e unificano.
Dio e il demonio sono distinti mediante pieno e vuoto, generazione e distruzione. L'EFFETTIVITA' è comune a entrambi. L'effettività li unisce. Quindi l'effettività è al di sopra di loro ed è un Dio sopra Dio, poichè nel suo effetto unisce pienezza e vuotezza.
Questo è un Dio che voi non avete conosciuto, perchè gli uomini lo hanno dimenticato. Noi lo chiamiamo col nome suo ABRAXAS. Esso è più indistinto ancora di Dio e del demonio.
Per distinguere Dio da lui, chiamiamo Dio Helios o sole.
Abraxas è effetto. Niente gli sta opposto se non l'ineffettivo; perciò la sua natura effettiva si dispiega liberamente. L'inefettivo non è, e non resiste. Abraxas sta al di sopra del sole e al di sopra del demonio. E' probabilità improbabile, realtà irreale. Se il pleroma avesse un essere, Abraxas sarebbe la sua manifestazione.
E' l'effettivo stesso, non un effetto particolare, ma effetto in generale.
E' realtà irreale perchè non ha effetto definito.
E' anche creatura perchè è distinto dal pleroma.
Il sole ha un effetto definito, e così pure il demonio. E quindi ci appaiono molto più effettivi di Abraxas ch'è indefinito.
E' forza, durata, mutamento.
A questo punto i morti fecero un grande tumulto, perchè erano cristiani.

Sermone III
Come brume sorgenti da una palude i morti si accostarono e implorarono: parlaci ancora del Dio supremo.
Abraxas è il Dio duro a conoscere. Il suo potere è il più grande perché l'uomo non lo vede. Del sole egli vede il summum bonum, del demonio l'infimum malum; ma di Abraxas la VITA, indefinita sotto tutti gli aspetti, che è la madre del bene e del male.
Più esile e debole appare la vita rispetto al summum bonum; perciò anche è difficile concepire che Abraxas trascenda in potenza perfino il sole, che è la fonte radiosa di ogni forza vitale.
Abraxas è il sole, e al tempo stesso la gola eternamente succhiante del vuoto, di ciò che sminuisce e smembra, del demonio.
Duplice è il potere di Abraxas. Ma voi non lo vedete, perché ai vostri occhi gli opposti in conflitto di questo potere si annullano.
Ciò che il Dio sole dice è vita.
Ciò che il demonio dice è morte.
Ma Abraxas pronuncia la parola santificata e maledetta che è vita e morte insieme.
Abraxas genera verità e menzogna, bene e male, luce e tenebra, nella stessa parola e nello stesso atto. Perciò Abraxas è terribile.
E' splendido come il leone nell'attimo in cui abbatte la preda. E' bello come un giorno di primavera.
Si, è il grande Pan in persona e anche il piccolo. E' Priapo.
E' il mostro del mondo sotterraneo, un polipo dalle mille braccia, nodo intricato di serpenti alati, frenesia.
E' l'ermafrodito del primissimo inizio.
E' il signore dei rospi e delle rane che vivono nell'acqua e calpestano la terra, che cantano in coro a mezzogiorno e a mezzanotte.
E' la pienezza che si unisce col vuoto.
E' il santo accoppiamento,
E' l'amore e il suo assassinio,
E' il santo e il suo traditore,
E' la luce più splendente del giorno e la notte più oscura della follia,
Vederlo significa cecità,
Conoscerlo è malattia,
Adorarlo è morte,
Temerlo è saggezza,
Non resistergli è redenzione.
Dio dimora dietro il sole, il demonio dietro la notte.
Ciò che Dio genera dalla luce, il demonio lo spinge nella notte. Ma Abraxas è il mondo, il suo divenire e il suo passare. Su ogni dono del Dio sole il demonio getta la sua maledizione.
Ogni cosa che chiedete supplicando al Dio sole genera un atto del demonio.
Ogni cosa che create col Dio sole dà al demonio il potere di agire.
Questo è il terribile Abraxas.
E' la creatura più possente, e in lui la creatura ha timore di se stessa.
E' l'opposizione manifesta della creatura al pleroma e al nulla.
E' l'orrore che il figlio prova per la madre.
E' l'amore che la madre prova verso il figlio.
E' la gioia della terra e la crudeltà del cielo.
Di fronte al suo volto l'uomo impietrisce.
Di fronte a lui non c'è domanda ne' risposta.
E' la vita della creatura.
E' l'operazione della distinzione.
E' l'amore dell'uomo.
E' la voce dell'uomo.
E' l'apparenza e l'ombra dell'uomo.
E' la realtà illusoria.
Allora i morti ulularono e si infuriarono, perché essi erano imperfetti.

Sermone IV
I morti invasero il luogo mormorando e dissero: Parlaci degli dei e dei demoni, maledetto!
Il Dio sole è il massimo bene, il demonio è l'opposto, perciò voi avete due dei.
Ma ci sono molte cose alte e buone e molti grandi mali, e tra questi vi sono due dei-demoni; uno è QUELLO CHE BRUCIA, l'altro è QUELLO CHE CRESCE.
Quello che brucia è EROS, in forma di fiamma. La fiamma dà luce consumandosi.
Quello che cresce è l'ALBERO DELLA VITA. Esso germoglia ammassando nel crescere materia vivente.
Eros s'infiamma e muore, invece l'Albero della Vita cresce lento e costante per tempi incommensurabili.
Buono e male si uniscono nella fiamma.
Buono e male si uniscono nella crescita dell'albero.
Nella loro divinità vita e amore sono opposti.
Incommensurabile come la moltitudine delle stelle è il numero degli dei e dei demoni.
Ogni stella è un Dio, e ogni spazio che una stella riempie è un demonio. Ma la vuotezza e pienezza del tutto è il pleroma.
L'effettività del tutto è Abraxas, al quale sta opposto soltanto l'irreale.
Quattro è il numero degli dei principali, come quattro è il numero delle misure del mondo.
Uno è l'inizio, il Dio sole.
Due è Eros, perché unisce due insieme e si estende in splendore.
Tre è l'Albero della Vita, perché colma spazio con forme corporee.
Quattro è il demonio, perché apre tutto ciò che è chiuso. Tutto ciò che ha forma e corpo, egli lo dissolve; è il distruttore nel quale ogni cosa diventa nulla.
Me beato, a cui è stato dato di conoscere la molteplicità e diversità degli dei. Guai a voi, che sostituite questa irriducibile molteplicità con l'unico Dio. Così facendo provocate il tormento causato dall'incomprensione, e mutilate la creatura, la cui natura e il suo scopo è la distinzione. Come potete essere fedeli alla vostra natura se cercate di mutare i molti in uno? Ciò che voi fate degli dei è fatto a voi. Diventate tutti uguali e perciò la vostra natura è mutilata.
L'uguaglianza prevarrebbe non per volere di Dio ma per volere dell'uomo, perché gli dei sono molti mentre gli uomini sono pochi. Gli dei sono potenti e sopportano la loro molteplicità, perché al pari delle stelle dimorano in solitudine, divisi l'uno dall'altro da immense distanze. Ma gli uomini sono deboli e non sopportano la loro molteplicità, perciò dimorano insieme e abbisognano di comunanza per poter reggere alla loro particolarità. A scopo di redenzione io vi insegno la verità respinta, a causa della quale io sono stato respinto.
La molteplicità degli dei corrisponde alla molteplicità degli uomini.
Innumerevoli dei attendono di diventare uomini. Innumerevoli dei sono stati uomini. L'uomo partecipa alla natura degli dei, proviene dagli dei e va verso Dio.
Come non giova riflettere sul pleroma, così non giova adorare la molteplicità degli dei. Meno di ogni cosa giova adorare il primo Dio, la pienezza effettiva e il summum bonum. Con la nostra preghiera non possiamo aggiungervi nulla ne' cavarne nulla, perché il vuoto effettivo inghiotte tutto. Gli dei splendenti formano il mondo celeste. Esso è molteplice e si espande e cresce all'infinito. Il Dio sole è il Signore supremo di questo mondo.
Gli dei tenebrosi formano il mondo terreno. Sono semplici e diminuiscono e rimpiccioliscono all'infinito. Il demonio è l'infimo signore del mondo terreno, lo spirito lunare, satellite della terra, più piccolo, più freddo e più morto della terra.
Non c'è differenza tra il potere degli dei celesti e quello degli dei terrestri. Gli dei celesti diventano sempre più grandi, gli dei terrestri sempre più piccoli. Incommensurabile è il movimento degli uni e degli altri.

Sermone V
I morti urlarono in tono di derisione: Insegnaci, folle, la tua dottrina sulla Chiesa e sulla santa comunione.
Il mondo degli dei si manifesta nella spiritualità e nella sessualità.
Gli dei celesti compaiono nella spiritualità, quelli terrestri nella sessualità.
La spiritualità concepisce e abbraccia. Essa è femmina e perciò la chiamano MATER COELESTIS, madre celeste.
La sessualità genera e crea. Essa è maschile, e perciò la chiamano PHALLOS, il padre terrestre.
La sessualità dell'uomo è più terrestre, la sessualità della donna è più spirituale.
La spiritualità dell'uomo è più celeste, procede verso il più grande.
La spiritualità della donna è più terrestre, procede verso il più piccolo.
Menzognera e diabolica è la spiritualità dell'uomo che procede verso il più piccolo. Menzognera e diabolica è la spiritualità della donna che procede verso il più grande.
Ognuna deve procedere verso il proprio luogo.
Uomo e donna diventano demoni l'uno per l'altra quando non dividono le loro strade spirituali, perché la natura della creatura è la distinzione.
La sessualità dell'uomo va verso il terrestre, la sessualità della donna verso lo spirituale. Uomo e donna diventano demoni l'uno per l'altra se non distinguono la loro sessualità.
L'uomo deve imparare a conoscere il più piccolo, la donna il più grande.
L'uomo deve distinguersi sia dalla spiritualità che dalla sessualità. Deve chiamare la spiritualità Madre e porla tra il cielo e la terra. Deve chiamare la sessualità Phallos e porlo tra sé e la terra, perché la Madre e il Phallos sono demoni sovrumani e manifestazioni del mondo degli dei. Essi sono più effettivi per noi che non gli dei, poiché sono similissimi alla nostra natura. Se non vi distinguete dalla sessualità e dalla spiritualità, e non le considerate come una natura al di sopra di voi e intorno a voi, diventate loro preda come qualità del pleroma. Spiritualità e sessualità non sono vostre qualità, non sono cose che possedete e contenete: esse posseggono e contengono voi, perché sono demoni potenti, manifestazioni degli dei, e quindi cose che vanno al di là di voi, esistenti per se stesse. Nessun uomo ha una spiritualità di per sé, o una sessualità di per sé, ma sta sotto la legge della spiritualità e della sessualità. Perciò nessuno sfugge a questi demoni. Dovete considerarli demoni, e un compito e pericolo comune, un fardello comune che la vita ha posto sulle vostre spalle. Quindi la vita è per voi anche un compito e un pericolo comune, come lo sono gli dei, e primo fra tutti il terribile Abraxas.
L'uomo è debole, perciò la comunione è indispensabile. Se la vostra comunione non è sotto il segno della Madre, allora è sotto il segno del Phallos. Nessuna comunione è sofferenza e malattia. La comunione in ogni cosa è smembramento e dissoluzione.
La distinzione porta all'unicità. L'unicità è opposta alla comunione. Ma, data la debolezza dell'uomo a petto degli dei e dei demoni e della loro legge invincibile, la comunione è necessaria. Perciò ci dev' essere tanta comunione quanta è necessaria, non a causa dell'uomo ma a causa degli dei. Gli dei vi forzano alla comunione. E quanto più vi forzano, tanto più occorre comunione, più è male.
Nella comunione ogni uomo si sottometta agli altri, di modo che la comunione sia mantenuta, perché voi ne avete bisogno.
Nell'unicità l'uomo singolo dev' essere superiore agli altri, di modo che ogni uomo appartenga a se stesso ed eviti la schiavitù.
Nella comunione ci dev' essere continenza, nell'unicità ci dev'essere prodigalità.
La comunione è la profondità, l'unicità è l'altezza.
La giusta misura nella comunione purifica e preserva.
La giusta misura nell'unicità purifica e aggiunge.
La comunione ci dà il calore.
L'unicità ci dà la luce

Sermone VI
Il demone della sessualità si accosta alla nostra anima come una serpe. E' per metà anima umana e significa desiderio di pensiero. Il demone della spiritualità scende nella nostra anima come l'uccello bianco. E' per metà anima umana e significa pensiero di desiderio. La serpe è un'anima terrena, per metà demoniaca, uno spirito, e simile agli spiriti dei morti. Al pari di questi si aggira fra le cose della terra, facendocele temere o facendo sì che eccitino la nostra bramosia. La serpe ha una natura femminile e cerca sempre la compagnia dei morti legati all'incantesimo della terra, quelli che non hanno trovato la via per passare al di là, all'unicità. La serpe è una meretrice e fornica col diavolo e con gli spiriti malvagi, è un tiranno nefasto e uno spirito tormentatore, che sempre seduce alla comunione più malvagia. L'uccello bianco è un'anima semi-celeste dell'uomo. Esso dimora presso la Madre e discende di quando in quando. L'uccello è maschile ed è pensiero effettivo. E' casto e solitario, messaggero della Madre. Vola alto sulla terra. Ispira unicità. Porta conoscenza dai lontani che vennero prima e sono perfetti. Porta la nostra parola in alto, alla Madre. Questa intercede, ammonisce, ma non ha alcun potere contro gli dei. E' un vaso del sole. La serpe scende e paralizza con l'astuzia il demone fallico, oppure lo pungola. Porta alla luce i pensieri astutissimi del terrestre, che strisciano per ogni crepa e aderiscono dovunque succhiando con bramosia. La serpe, certo, non lo vuole, eppure deve esserci utile. Essa sfugge alla nostra presa, mostrandoci così la via che con la nostra intelligenza umana non troveremmo. I morti gettarono occhiate sdegnose e dissero: Cessa di parlare di dei e demoni e anime. Al fin fine questo ci era noto da tempo.

Sermone VII
Ma quando la notte scese i morti tornarono ad accostarsi con gesti lamentosi e dissero: C'è una cosa ancora che abbiamo dimenticato di discutere. Parlaci dell'uomo. L'uomo è una porta attraverso la quale, dal mondo esterno degli dei, dei demoni e delle anime, voi passate nel mondo interiore; dal mondo grande al più piccolo. Piccolo è l'uomo, una nullità, voi lo avete già alle spalle e vi trovate una volta ancora nello spazio senza fine, nell'infinità più piccola o più intima. A incommensurabile distanza c'è una singola stella allo zenith. Questa è il Dio singolo di questo singolo uomo, è il suo mondo, il suo pleroma. la sua divinità. In questo mondo l'uomo è Abraxas, che genera o ingoia il suo mondo. Questa stella è Dio e la meta dell'uomo. E' il suo Dio singolo che lo guida. In lui l'uomo giunge al riposo, verso di lui procede il lungo viaggio dell'anima dopo la morte, in lui brilla come luce tutto ciò che l'uomo riporta dal mondo più grande. Questo è il solo Dio che l'uomo deve pregare. La preghiera accresce la luce della stella, getta un ponte sopra la morte, prepare la vita per il mondo più piccolo, e lenisce i desideri senza speranza del mondo più grande. Quando il mondo più grande si raffredda, la stella risplende. Nulla c'è tra l'uomo e il suo singolo Dio, per quanto l'uomo possa distogliere gli occhi dallo spettacolo fiammeggiante di Abraxas. Qui l'uomo, là il Dio. Qui debolezza e nullità, là potere eternamente creativo. Qui null'altro che tenebra e vapore glaciale, Là il sole e nient'altro che sole. A questo punto i morti si fecero silenziosi e ascesero come il fumo sopra il fuoco del pastore che nella notte custodiva il suo gregge.

venerdì 13 aprile 2012

I quattro sensi delle scritture (Dante Alighieri)

Dante Alighieri (Convivio II,1).
[...] le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. 

L’uno si chiama litterale, [e questo è quello che non si stende più oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti.
L’altro si chiama allegorico, e questo è quello che si nasconde sotto ’l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice Ovidio che Orfeo facea con la cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sé muovere; che vuol dire che lo savio uomo con lo strumento de la sua voce fa[r]ia mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e fa[r]ia muovere a la sua volontade coloro che non hanno vita di scienza e d’arte: e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna sono quasi come pietre.
E perché questo nascondimento fosse trovato per li savi, nel penultimo trattato si mosterrà. Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti che li poeti; ma però che mia intenzione è qui lo modo de li poeti seguitare, prendo lo senso allegorico secondo che per li poeti è usato.
Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti: sì come appostare si può ne lo Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi, che de li dodici Apostoli menò seco li tre; in che moralmente si può intendere che a le secretissime cose noi dovemo avere poca compagnia.
Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria sì, come vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne l’uscita del popolo d’Israel d’Egitto, Giudea è fatta santa e libera. Ché avvegna essere vera secondo la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che ne l’uscita de l’anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in sua potestate. E in dimostrar questo, sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello ne la cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico. È impossibile, però che in ciascuna cosa che ha dentro e di fuori, è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori: onde, con ciò sia cosa che ne le scritture [la litterale sentenza] sia sempre lo di fuori, impossibile è venire a l’altre, massimamente a l’allegorica, sanza prima venire a la litterale.

Pensieri contro l'omologazione dell'egualitarismo di Julius Evola

" [...] Voler l’eguaglianza dei molti è contradizone in termini, a meno di riferirsi ad un insieme di oggetti disanimati fabbricati in serie. 
Lo vuole, in secondo luogo, e ora deontologicamente, il “principio di ragion sufficiente”, che si esprime così: “Per ogni cosa deve esservi una qualche ragione perché sia quella cosa, e non un’altra”.
Ora, un essere assolutamente uguale ad un altro sarebbe privo di “ragion sufficiente”: sarebbe un duplicato affatto privo di significato. Da entrambi i punti di vista risulta dunque razionalmente fondato il concetto che i “molti” non solo non possono essere uguali, ma non debbono nemmeno esserlo, che la diseguaglianza è vera di fatto solo perché è vera di diritto, che essa è reale solo perché è necessaria.
Ciò che l’ideologia egualitaria vorrebbe dipingere come uno stato di “giustizia” sarebbe invece, da un punto di vista più alto dalla retorica umanitaria e democratica, uno stato di ingiustizia.
Già un Cicerone e un Aristotele lo riconobbero. Porre la diseguaglianza vuol però dire trascendere la quantità, vuol dire ammettere la qualità. È qui che si differenziano i due concetti di individuo e di persona. L’individuo può esser concepito solo come una unità atomica, come un puro numero nel regno della quantità.
[...]
Una eguaglianza può esistere sul piano di un mero aggregato sociale o di una promiscuità primordiale quasi animalesca; in più, lo si può riconoscere ove si consideri non l’individuale ma il generale, nonl a persona ma la specie, non la “forma” ma la “materia”.
[...]
La persona è l’individuo differenziato mediante la qualità, con un suo volto, una sua natura propria, una serie di attributi ce lo fanno sé stesso e lo distinguono da ogni altro; che dunque lo rendono fondamentalmente diseguale.
È l’uomo nel quale le caratteristiche generali assumano una forma differenziata di espressione articolandosi, variamente individuandosi. È ascendente ogni processo vitale, individuale, sociale o morale, che vada in tal senso – che porti verso il compimento della persona secondo la sua natura propria.
Dare invece risalto e priorità a ciò che in ogni essere è uguale significa regressione. La volontà di eguaglianza fa tutt’uno con la volontà dell’informe.
Ogni ideologia egualitaria è l’indice barometrico certo di un clima di degenerescenza, oppure è la “sigla” di forze che ad un esito di degenescenza tendono.
[...]
La massima dell’antica saggezza fu invece: "suum cuique tribuere" – dare ad ognuno il suo.
[...]
Così fu la massima classica: "libertas summis infimisque aequanda",
ad esprimere che la libertà va equamente distribuita in alto e in basso. “Non esiste un’unica libertà ma esistono molte libertà" – è stato giustamente scritto (O. SPANN, Gesellschaftslehre, Mùnchen-Berlin, 1923, p. 154.)
L’emancipazione del singolo consistente nell’essere liberi non rispetto ad un gioco esterno, reale o imaginario che sia, e, in genere, rispetto agli altri, ma rispetto a se stessi, cioè alla parte naturalistica di sé stessi, quelle ideologie invece la ignorano.
Ora, è con tale libertà, senza aver un certo amore o gusto per la quale non ci si può dire davvero persona, che normalmente dovrebbe legittimarsi ogni dignità nelle gerarchie qualitative.
[...]"

Julius Evola, Gli Uomini e le Rovine, cap. 3, Edizioni Mediterranee

giovedì 12 aprile 2012

Religione e Spiritualità

 La religione non può sopportare la Spiritualità. Non la può proprio tollerare. La Spiritualità potrebbe portarvi a una conclusione diversa da quella di una particolare religione. E questo non è tollerabile. La religione vi sprona a esplorare i pensieri degli altri e ad accettarli come fossero i vostri. La Spiritualità vi invita ad abbandonare i pensieri degli altri e a trovare i vostri.

Neale Donald Walsh

venerdì 6 aprile 2012

ESSENZE ANTAGONISTE

Disseminate nell'universo si trovano due essenze antagoniste che si intersecano e si affrontano.
Nella microfisica, nell'astrofisica, nella biologia, Entropia e Sintropia si oppongono per creare e distruggere nell'eterna lotta tra ordine e caos.
La sintropia è un concetto introdotto dal matematico italiano Luigi Fantappiè già nel 1942. Il Nobel Erwin Schrodinger introdusse poi un concetto analogo cioè quello dineghentropia.

Nel cosmo la fissione nucleare è entropica, la fusione è sintropica, i buchi neri sono sintropici le emplosioni di supernove sono entropiche...
Se da un lato l'entropia spinge al logoramento, al disordine, all'invecchiamento, al dissolvimento dell'ordine verso il caos omologante , la sintropia crea isole di ordine di organizzazione spingendo verso la creazione e lo sviluppo di forme di crescente complessità e differente varietà.
La vita è sintropica nel suo esistere e nel suo replicarsi per sconfiggere l'entropia.
Noi esistiamo grazie alla sintropia e moriamo per effetto dell'entropia.
Un ciclo perenne di nascità e distruzione, bianco e nero, yin e yang, ordine e caos che si alternano e si bilanciano nell'eterno mutare e rinascere del tempo.

di Gandolfo Dominici

L'Uovo di Andy Weir

Stavi andando a casa quando sei morto.
E’ stato un inci­dente d’auto. Nulla di par­ti­co­lar­mente ecci­tante, ma comun­que fatale. Hai lasciato una moglie e due bam­bini. E’ stata una morte rela­ti­va­mente indo­lore. I medici del pronto soc­corso hanno fatto il pos­si­bile. Non è ser­vito. Per com’eri con­ciato, fidati. E’ meglio così.


Poi mi hai incontrato.
«Cos’è suc­cesso?»,
 mi hai chie­sto. 
«Dove sono?»
Te l’ho detto senza girarci tanto intorno: 
«sei morto». 
Non avrebbe tanto senso misu­rare le parole.
«C’era un fur­gone, scivolava…» 
«Già» 
«Sono… Sono morto?»
«Già. Ma non pre­oc­cu­parti troppo. Muo­iono tutti», 
ho detto io.
Ti sei guar­dato intorno. Non c’era altro che nulla. E poi solo io e te. 
Hai chie­sto 
«che posto è que­sto? L’aldilà?» 
«Più o meno» 
«Sei Dio?»
Ti ho rispo­sto 
«Sì. Sono Dio.» 
«I bam­bini? Mia moglie?» 
«I bam­bini e tua moglie cosa?» 
«Se la caveranno?»
«Così mi piaci. Sei appena morto e ti pre­oc­cupi solo della tua fami­glia. Ben fatto.»
Mi guar­davi affa­sci­nato. Non ti sem­bravo un Dio. Sem­bravo solo un uomo. O forse una donna. Una vaga figura auto­ri­ta­ria, più la mae­stra dell’asilo che l’onnipotente.
Ti ho detto 
«tran­quillo, sta­ranno bene. I tuoi bam­bini si ricor­de­ranno di te come una spe­cie di essere per­fetto. Non hanno avuto il tempo di sco­prire i tuoi difetti. Tua moglie sta pian­gendo, ma in realtà den­tro di sé è sol­le­vata. Dicia­mo­celo, il tuo matri­mo­nio stava andando a pezzi. Se ti può con­so­lare, si sen­tirà orren­da­mente in colpa di sen­tirsi sollevata.»
Hai detto 
«Oh», 
e poi 
«E adesso che suc­cede? Vado all’inferno, in para­diso o dove?» 
«Nes­suna delle due cose. Sarai reincarnato.» 
«Ah, allora gli Hindu ave­vano ragione»
Ho detto 
«tutte le reli­gioni hanno ragione, in un certo senso. Cam­mina con me.»
Mi hai seguito men­tre pas­seg­gia­vamo nel vuoto nulla. 
«Dove andiamo?» 
«Da nes­suna parte. E’ che mi piace cam­mi­nare men­tre chiacchero»
Mi hai chie­sto 
«ma allora, come fun­ziona? Quando rina­scerò sarà tutto can­cel­lato no? Un neo­nato. Tutta la mia espe­rienza e tutto il resto che ho fatto in que­sta vita non impor­te­ranno più.»
Ti ho detto 
«sba­gliato! Hai den­tro di te tutta la cono­scenza e l’esperienza di tutte le tue vite pas­sate. E’ solo che ora non le ricordi.»
Mi sono fer­mato, e ti ho affer­rato per le spalle. 
«La tua essenza è più magni­fi­cente, mera­vi­gliosa e gran­diosa di quanto tu possa imma­gi­nare. Una mente umana può con­te­nere solo una fra­zione minu­scola di quel che sei. E’ come met­tere il dito in un bic­chiere di acqua per vedere se è calda o fredda. Metti un tuo pez­zet­tino nel con­te­ni­tore e quando lo tiri fuori hai impa­rato tutta l’esperienza che conteneva.Sei stato den­tro a un umano per gli ultimi 48 anni. Per que­sto non ti sei ancora sti­rac­chiato bene e non hai per­ce­pito la tua immensa coscienza. Se stes­simo a per­der tempo qui per abba­stanza, ini­zie­re­sti a ricor­dare tutto. Ma non serve a niente farlo tra una vita e l’altra.»
«Quante volte mi sono rein­car­nato allora?»
Ho detto 
«ah, mol­tis­sime. Più di mol­tis­sime. E in mol­tis­sime diverse vite.  A que­sto giro sarai una con­ta­dina cinese del 540 dopo Cristo.»
Mi hai rispo­sto quasi scon­volto 
«aspetta un attimo! Mi stai man­dando indie­tro nel tempo?»
«Se la metti in que­sti ter­mini, forse tec­ni­ca­mente sì. Il tempo come lo intendi tu esi­ste solo nel tuo uni­verso. Da dove vengo io fun­ziona un po’ diversamente» 
«E da dov’è che vieni tu?»
Ti ho spie­gato che 
«beh di certo vengo da qual­che posto. Qual­che altro posto. E ce ne sono altri, come me. So che vor­re­sti sapere com’è lag­giù. Ma fidati, non ci capi­re­sti niente.»
Mi hai rispo­sto deluso 
«oh. Ma aspetta un attimo. Se mi rein­carno in altri posti e tempi, potrei aver inte­ra­gito con me stesso, a un certo punto.»
«Certo, capita di con­ti­nuo. Ma col fatto che nes­suna delle due vite ha coscienza di altro che sé stessa, non te ne accorgi»
«E quindi che senso ha?»
Ti ho chie­sto 
«sul serio? Mi stai seria­mente chie­dendo il senso della vita? Non ti sem­bra un po’ stereotipato?»
Hai insi­stito: 
«è una domanda ragionevole».
Ti ho guar­dato negli occhi. 
«Il senso della vita, il motivo per cui ho creato que­sto intero uni­verso, è per­ché tu possa maturare» 
«Vuoi dire l’uomo? Vuoi che l’umanità maturi?»
«No, solo tu. Que­sto uni­verso l’ho fatto per te. Con ogni nuova vita cre­sci e maturi e diventi più grande e più intelligente.»
«Solo io? E tutti gli altri?»
«Non esi­ste nes­sun altro. In quest’universo ci siamo solo io e te»
Mi hai guar­dato strano 
«Ma tutta la gente del mondo…»
«Tutte te. Diverse incar­na­zioni di te.» 
«Aspetta. Sono tutti!?» 
«Ci stai arri­vando», 
 e men­tre lo dicevo ti ho dato una pacca sulla spalla, per con­gra­tu­larmi con te.
«Sono ogni essere umano mai esistito?» 
«E che mai esi­sterà, sì» 
«Sono Abramo Lincoln?»
«E sei anche il suo assas­sino»,
 ho aggiunto.
«Sono Hitler?», 
l’hai detto con un’espressione raccapricciata.
«E sei tutti i milioni di per­sone che ha ucciso» 
«Sono Gesù?» 
«E tutti i suoi seguaci»
Sei stato zitto.
Ti ho detto 
«tutte le volte che hai vit­ti­miz­zato qual­cuno, vit­ti­miz­zavi te stesso. Ogni gesto carino che hai fatto l’hai fatto a te stesso. Ogni momento felice e ogni momento tri­ste che ogni umano ha mai vis­suto e mai vivrà, li hai vis­suti tu.»
Ci hai pen­sato per un bel po’.
«Per­ché? Per­ché fare tutto questo?» 
«Per­ché un giorno sarai come me. Per­ché è que­sto quello che sei. Uno della mia spe­cie. Sei mio figlio.» 
«Wow. Vuoi dire che sono un dio?»,
 lo hai detto ma eri incredulo.
«No, non ancora. Sei un feto. Stai cre­scendo. Una volta che avrai vis­suto ogni vita di ogni essere umano in ogni momento, sarai abba­stanza grande da nascere» 
«Quindi l’intero uni­verso è solo…»
«Un uovo», 
ti ho detto. E poi ho aggiunto 
«è ora che tu vada.»
E ti ho man­dato per la tua strada.

martedì 3 aprile 2012

IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI «FEDELI D'AMORE»

Dante Gabriel Rossetti "Dantis Amor"
IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI «FEDELI D'AMORE»
di PIETRO NEGRI [Arturo Reghini]
Pubblicato nella rivista «UR», 1927; ripubblicato in GRUPPO DI UR (a cura di), Introduzione alla Magia, Edizioni Mediterranee, Roma, 1971, vol. II, pp. 96-105.

Diversi anni or sono Luigi Valli dava alle stampe: «La Chiave della Divina Commedia» in cui, procedendo felicemente lungo la linea interpretativa divinata dal Foscolo e poi seguita da Gabriele Rossetti, dal Perez, dal Pascoli e da qualche altro, riusciva a porre in evidenza trenta armonie tra l'Aquila e la Croce nel poema sacro, ed a rintracciare, almeno in parte, la dottrina nascosta sotto il velame delli versi straniIl pensiero esposto e simultaneamente occultato da Dante sarebbe, molto sinteticamente, questo: La Croce si è mostrata impotente a redimere di fatto l'umanità e non può redimerla da sola. Occorre il concorso dell'Aquila, ossia dell'autorità e della giustizia imperiale, occorre ristabilire l'Impero, ritogliere alla Chiesa l'infausta dote datale da Costantino; avrà allora fine senz'altro la corruzione della Chiesa e l'umanità, grazie alla doppia virtù della Croce e dell'Aquila, potrà effettivamente salvarsi.
Dante proclamava apertamente che sulla cattedra di San Pietro stavano degli indegni usurpatori, dei predicatori di ciancie, che non possedevano ilverace intendimento dato da Cristo al suo primo convento; e velatamente aggiungeva che sul carro della Chiesa stava seduta la meretrice apocalittica, riconosceva il fallimento della predicazione della Croce e la necessità dell'intervento dell'Aquila imperiale per salvare l'umanità. Questa concezione ardita e per certo cattolicamente poco ortodossa inspirava non soltanto gli scritti ma anche l'azione di Dante, intesa ad attuare il suo programma mediante le armi dei Templari dapprima, e poi dell'Imperatore.

Seguendo logicamente il filo di questi studi Luigi Valli successivamente pubblicava un poderoso volume, estremamente importante ed interessante, intitolato: «Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore». I primi secoli della letteratura italiana e tutta la storia e le lotte di quei tempi sono l'oggetto di questo studio, e si presentano sotto una luce ed un aspetto dai più sino ad ora insospettato ed inaspettato. Con un lavoro paziente, metodico, scientifico ed imponente il Valli, riprendendo l'opera incompresa e negletta del Rossetti, appura e dimostra l'esistenza sin dagli inizi della letteratura italiana di un linguaggio segreto, il gergo dei Fedeli d'Amore; ne decifra il senso, la molteplice allegoria dottrinale, settaria e politica, e riporta alla luce tutto un grandioso movimento, inspirato dalla «tradizione iniziatica» e nemico acerrimo della Chiesa di Roma.
Non potendo neppure succintamente riassumere le vicende di questa grandiosa lotta diremo solo come, attraverso questa comprensione, i poeti d'amore, gli scrittori del «dolce stil novo», che sembravano stranamente perdersi a cantare di un loro amore assurdo, manierato ed inconsistente, si trasfigurano in lottatori formidabili, in ardenti paladini della loro Fede Santa. Grandeggiano drammaticamente su tutti le nobilissime figure di Cecco d'Ascoli e di Dante Alighieri, questi tanto più grande quanto più sia compreso. Noi esterniamo a Luigi Valli la nostra ammirazione e la nostra riconoscenza; la sua opera costituisce, come l'abbiamo intesa definire, uno «spezzone di gelatina», e per quanto contro di essa si sono coalizzati il misoneismo miope e pigro della «critica positiva», le vestali dell'estetica pura e gli accorgimenti degli interessati, la luce è ormai fatta e finirà con l'imporsi.
L'amore di cui ardeva il cuore dei Fedeli d'Amore è affine all'amore mistico della letteratura persiana ed a quello del «Cantico dei Cantici». Gabriele Rossetti lo ricollegava senz'altro all'amore platonico, il che darebbe un carattere pagano al movimento. Il Valli dimostra che la «rosa», il «fiore», la «donna», che è sotto vari nomi l'unico oggetto di questo amore, è l'intelligenza attivache innamora di sé l'intelletto possibile; è, come canta Dina Compagni:
L'amorosa Madonna Intelligenza 
che fa nell'alma la sua residenza 
che co' la sua bieltà m'ha innamorato.
Al cumulo delle prove rinvenute in proposito, o riportate, dal Valli, se ne potrebbero aggiungere altre assai; questa, per esempio: Dante sin dal principio della «Commedia» parla della divina potestate, la somma sapienza e il primo amoreponendo il suo «amore» in una triade che corrisponde perfettamente - nella Kabbalah - alla triade delle più elevate sephirothKetherCochmaBinah,ossia la Corona, la Sapienza e l'Intelligenza.
Se questa è la donna, la domina, dei Fedeli d'Amore, è perfettamente logico che Francesco da Barberino nei suoi «Documenti di Amore» ponga la docilitas, la docilità (da docere, ammaestrare), per prima tra le dodici virtù, che l'Amore deve risvegliare nei novizi. La tradizione che pone tra i primi requisiti dell'iniziando questa docilità si è trasmessa sino a noi, come risulta ad esempio da quanto dice e riporta A. Reghini alle pp. 106-108 del suo libro sulle «Parole sacre e di Passo». Anche la parola disciplina ha il duplice senso di scienza e di costrizione; ed il tedesco gelehrig corrisponde per la sua polisemia al latino docilis.
La trasmissione del linguaggio segreto dei Fedeli di Amore in quello di sette e movimenti posteriori è stata riconosciuta, oltreché dal Valli e prima di lui, dal Rossetti e dall'Aroux, i quali anzi si spinsero troppo oltre su questa via e furono talora fuorviati dall'intento di volere riconoscere le concordanze tra i vari gerghi settari; ma la concordanza esiste in parte indubbiamente, ed induce a porre il problema della trasmissione, non del solo gergo settario, ma della stessa dottrina tradizionale.
Anche noi, col Valli, riteniamo che il Rossetti, primo sistematico scopritore del gergo settario dei Fedeli d'Amore, fu condotto alla sua interpretazione dalla conoscenza di antiche tradizioni segrete. Se la memoria non ci inganna, il suo «Mistero dell'Amor platonico nel Medio Evo» è dedicato a B. L., che è molto verisimilmente Bulwer Lytton, l'autore di «Zanoni», che oltre ad avere una profonda erudizione esoterica, era anche un esperto conoscitore della lingua e della letteratura italiana. Si può forse pensare che il Rossetti sia stato indotto ed avviato dal Bulwer Lytton allo studio sistematico del gergo settario medioevale, studio felicemente ripreso dal Valli, che è pervenuto ad emendare, estendere e completare i risultati conseguiti dal Rossetti nel secolo scorso.
Abbiamo veduto che l'Amore è l'«Intelligenza attiva», è, come dice Dante nell'ultimo verso della Commedia, l'Amor che move il Sole e l'altre stelle. Nell'intelletto possibile del Fedele d'Amore questa intelligenza attiva è desta ed attiva, nei profani è dormiente ed inoperosa. Coerentemente secondo il Valli (op. cit. p. 172), nel gergo settario dormire significa essere nell'errore, essere lontano dalla verità, ed in particolare appartenere alla Chiesa di Roma. È il simbolismo adoperato da Dante negli ultimi canti del Purgatorio, in cui all'immersione nel fiume Lete, il fiume del sonno o dell'oblio, succede quella nell'Eunoè, in virtù della quale come pianta novella (neo-fita) rinnovellata di novella fronda, Dante diviene puro e disposto a salire alle stelle, ossia capace di assurgere al «regno dei cieli». Come è noto, si tratta di un simbolismo pagano, adoperato da Virgilio e da Platone, e che si ritrova sin nel più antico orfismo e nei Misteri eleusini; ivi al fiume Lete, che travolge la coscienza degli uomini, è contrapposta la fresca sorgente della Memoria o la virtù mnemonica del melograno, che dona il risveglio e l'immortalità. L'anamnesi platonica, il ricordo, si identifica alla conoscenza, e corrispondentemente la verità, la a-leteia, è la negazione, il superamento, del Lete. Il conseguimento della verità è una conquista della coscienza sopra il sonno e la morte; occorre giungere a mantenere la continuità della coscienza anche attraverso il sonno e la morte.
L'Amore in senso iniziatico ha dunque la capacità di sottrarre al sonno ed alla morte, dando al Fedele d'Amore una vita nuovaCiò si raggiunge per gradi di perfezionamento successivo.

Nei «Documenti di Amore» di Francesco da Barberino, nei primi gradi il Fedele d'Amore è rappresentato trafitto dal dardo d'Amore e negli ultimi è rappresentato con delle rose in mano(Valli, op. cit., pag. 249). In una delle dodici figure dell'«Azoth» di Basilio Valentino si ritrova il simbolismo del dardo. Ma l'affinità tra il simbolismo d'amore e quello ermetico ed il legame tra le due tradizioni risultano ancor più manifesti per la presenza del Rebis ermetico in uno dei disegni che illustrano i «Documenti di Amore» di Francesco da Barberino. Il Rebis, o androgino ermetico, è un caratteristico ed importantissimo simbolo ermetico, simbolo e termine di cui abbiamo brevemente tracciato la storia nel nostro scritto sopra «Un codice alchemico italiano»; la figura del Rebis riprodotta dal Valli (op. cit., p. 247) risale al tempo di Dante ed è più antica di alcuni secoli di quelle che abbiamo rintracciato nei libri di ermetismo.
Altre concordanze col simbolismo e con la terminologia ermetica si ritrovano nei versi di un oscuro poeta di amore, Nicolò dei Rossi, il quale in una sua canzone esprime «i gradi e la virtude del vero amore». Questi gradi son quattro; il primo si chiama liquefatio la quale si oppone - dice il dei Rossi - alla congelazione. Il secondo grado si chiama languor, il terzo zelus, nel quarto l'amore attinge la somma gerarchia mediante l'estasi od excessus mentis (cfr. Valli op. cit., pp. 97. 191). Si comprende dunque come una delle più importanti opere della letteratura d'amore, il «Roman de la Rose» (di cui il «Fiore» è la versione italiana dovuta ad un Durante fiorentino che è quasi sicura-mente Dante), tratti esplicitamente di alchimia e venga catalogato nella letteratura alchemica. Questa rosa cantata con così commovente accordo da tutti questi poeti, a cominciare da Ciullo l'Alcamo, la candida rosa dantesca, è evidentemente affine, se non identica, alla rosa ermetica dei Rosa-croce.
Una importante conferma di questa assimilazione ed affinità tra ermetismo e Fedeli d'Amore ci è offerta dal quarto dei così detti «gradi templari» della Massoneria sorti in Francia od in Germania verso la metà del XVIII secolo. Si tratta dei Princes de Mercy, detti anche Cavalieri del Delta sacro, e designati anche in altro modo. Loro compito, dice il rituale, è «custodire con fedeltà il tesoro della sapienza tradizionale, sempre velandolo a coloro che non sappiano penetrare nel terzo cielo»Terzo cielo è il nome del loro tempio ed è, come tutti sanno, il cielo di Venere. Notiamo peraltro che nell'orfismo e nel pitagoreismo il terzo cielo era l'ultimo. Filolao infatti dice che i cieli sono tre: Urano, il cosmo e l'Olimpo. Il terzo cielo, l'Olimpo, è la dimora degli Dèi, e San Paolo si riferiva a questa classificazione orfico-pitagorica dei cieli quando raccontava di essere stato rapito al terzo cielo.
Ora l'«Intelligenza» di Dino Compagni, scrive il Valli (op. cit. p. 186),
«sta in un palazzo dove i diversi ambienti rappresentano probabilmente gradi di iniziazione, e in quel palazzo il terzo loco è lo salutatorio... richiamandoci alle frequenti allusioni al terzo cielo o al terzo grado, che nel cielo materiale è il cielo di Venere, ma nel simbolo significò assai probabilmente la setta o un grado su-periore della sua iniziazione».
I Principi di Mercede «pervengono mediante la loro triplice virtù a sollevare il velo della verità»; e si chiamano perciò beni émeth, i figli della Verità. Tra i simboli caratteristici del grado figura il Palladio dell'Ordine, ossia «la statua della Verità, ignuda e coperta di un velo tricolore ».
Questi tre colori che ricompaiono nella decorazione del Tempio ed in altri simboli del grado sono il verde, il bianco ed il rosso, i tre colori ermetici, i tre colori di cui Dante adorna la sua Beatrice (Purg. XXX, 31-33).
Il simbolismo numerico del grado si basa sul numero tre e le sue potenze; il Delta sacro o Delta luminoso è uno dei suoi simboli principali. La parola émethverità, consta di tre lettere, la prima, la mediana, e l'ultima dell'alfabeto ebraico. Il suo valore numerico è 441, ossia nove. Sul trono stanno nove luci. Nel tempio stanno nove colonne, ciascheduna delle quali porta un candelabro a nove luci; ossia in tutto vi sono 81 luci. L'età di 81 anni è l'età rituale. Non staremo a ricordare quale im-portanza annetta Dante al tre ed alnove, e con quanta frequenza il numero nove ricorra nella «Vita Nuova»: il Valli riporta (op. cit., p. 273) dei versi in cui Jacopo da Lentini propone che
«le mercé siano strette... né dagli amadori chiamate infino che compie anni nove».
E, quanto al numero 81, il Valli ha già riportato il seguente strano ed ardito passo di Dante che nel «Convivio» scrive precisamente così
«...Platone, del quale «ottimamente si può dire che fosse maturato... vivette ottantuno anno... E io credo che se Cristo fosse stato non crucifisso, e fosse vis-suto lo spazio che la sua vita poteva secondo natura trapassare, elli sarebbe a li ottantuno anno di mortale corpo in eternale trasmutato» (IV, XXIV);
ossia, se ecc. ..., sarebbe giunto all'età rituale dei Cavalieri del Delta sacro. Naturalmente Dante nella «Vita Nuova» fa morire Beatrice nel nono giorno del mese di giugno del 1281; ed ha cura di specificare che in Siria il mese di giugno è il no-no, e che Beatrice era morta quando «lo perfetto numero nove volte era compiuto» nel terzo deci-mo secolo, ossia nel 1281.
Tra i simboli di questo grado che si riconnettono al simbolismo dei «Fedeli d'Amore» notiamo ancora la freccia che sta sul trono dell'Eccellentissimo (il presidente della camera), che è evidente-mente il dardo che Francesco da Barberino pone in mano di Amore nella prima figura dei suoi «Documenti di Amore» (cfr. Valli, pp. 237-249). Questa freccia è di legno bianco ed ha le piume dipinte parte in verde e parte in rosso, e la punta ha d'oro.
Altro simbolo del grado è costituito da due frecce, i due dardi d'Amore della tradizione (cfr. Val-li, p. 362), uno d'oro, l'altro di piombo: i due dardi della canzone dantesca:
«Tre donne intorno al cor mi sono venute».
Per più ampie notizie sopra questo argomento rimandiamo al Manuale di Andres Cassard (New-York, 1871. 6ª ed., p. 381 sgg). Ed infine occorre appena accennare come l'unica Fenice, di cui si fa un continuo parlare nella poesia dei Fedeli d'Amore e che, come mostra il Valli, rappresenta l'organizzazione e la tradizione iniziatica sempre rinascente, non sia altro che uno dei più importanti simboli dell'ermetismo, il simbolo dell'opera al rosso. La purpurea Fenice rinasce e vive tra le fiamme del «fuoco filosofico», come il Fedele di Amore ardendo di santo zelo (lo zelus di Nicolò dei Rossi) rinasce alla vita nuova mediante l'excessus mentis.
Altri numerosi raffronti si potrebbero stabilire tra il gergo settario decifrato dal Valli ed il lin-guaggio simbolico degli ermetisti; tra il simbolismo della dottrina d'Amore e dei movimenti affini e derivati. Raffronti che costituiscono un indizio e forse una prova della esistenza e della continuità di una tradizione iniziatica che risale al Medioevo. A differenza del Valli, noi facciamo peraltro molte riserve circa la purezza del carattere cristiano di tale tradizione. Quando si incomincia a riconoscere la esistenza di un «Falso sembiante», in una organizzazione segreta, procedente per gradi, è lecito dubitare che se amor e cor gentil sono una cosa, la parola gentile possa anche avere il sen-so che ha in latin sangue gentile; e che, se Dante prende da Virgilio lo bello stile, Virgilio possa rappresentare anche l'iniziazione pagana. Ma avremo occasione di ritornare su questi problemi; per ora ci limitiamo a notare come il Boccaccio, che il Valli ci mostra esaltatore dei Templari, il Boccaccio autore di una «Genealogia degli Dei», nella decima novella del Decamerone si faccia beffe della resurrezione della carne, proprio cioè di quello stesso insegnamento di cui si fecero beffe gli Ateniesi, dicendo a San Paolo:
«Su questo ti sentiremo un'altra volta».
Ricordiamo, a proposito del Boccaccio, che nella sua terza novella egli fa dire a Melchisedech che tra il giudaismo, il cristianesimo e l'islamismo «nessuno sa quale sia la vera fede». Che il Boccaccio metta frasi di questo genere proprio in bocca a Melchisedech, che occupa una posizione di primo ordine nella tradizione e nella gerarchia esoterica, è cosa che può far riflettere assai e può far sospettare quale fosse l'unica Fenice che con Sion congiunse l'Appennino, come dice un sonetto che va sotto il nome di Cino da Pistoia.
Un'ultima osservazione. In un nostro precedente scritto sulla Conoscenza del simbolo avemmo occasione di citare un passo del «Convivio», da cui risulta come secondo Dante nel linguaggio al-legorico i sensi da considerare fossero quattro, corrispondenti forse ai quattro gradi del rito e dell'organizzazione. Di questi quattro sensi il più importante, per noi, è l'ultimo, ossia il senso anago-gico.Naturalmente questo senso spirituale, che si riferisce alla tecnica del perfezionamento spirituale, non può essere inteso e talora semplicemente intraveduto, senza la esperienza tecnica personale: intender non lo può chi non lo prova, dice Dante.
Ed è per questo che esso è sfuggito quasi sempre a coloro che sino ad ora si sono occupati del linguaggio segreto dei Fedeli d'Amore, a differenza del senso che potremmo chiamare sinagogico. Per esempio, dormire significa allegoricamente vivere nell'ignoranza, nell'inerzia dell'intelletto, moralmente significa non partecipare al lavoro dell'organizzazione, anagogicamente lo stato opposto a quello del Risveglio iniziatico.
Il Valli sostiene che, mentre la «Vita Nuova» è scritta in cifra, Dante ha abbandonato nella «Commedia» il gergo settario; ma, se questo è vero, in parte almeno, per il senso morale o politico, poiché nel poema sacro l'ostilità contro la Chiesa è esplicita e addirittura violenta, non è vero per il senso anagogico. Questo senso è ancora e necessariamente nascosto sotto il velo del simbolismo, e per interpretarlo occorre possedere l'esperienza degli stadi di coscienza cui si riferisce, e la conoscenza dei simboli tradizionalmente adoperati per indicarli. Per questa ragione il vero e supremo significato del linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore rimane e rimarrà sempre un mistero per tutti coloro che «dormono» e seguiteranno a «dormire».