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domenica 15 gennaio 2012

Il traduttore invisibile

 Sicuramente la maggior parte di noi non mente né finge quando, senza sapere il greco, si lascia trasportare dall’entusiasmo per Omero, oppure con una conoscenza profana del latino ha il culto di Orazio e di Catullo. Non mentiamo ne fingiamo: presentiamo. E questo presentimento, frutto di   non so quale insieme di intuizione, suggestione e oscura comprensione, è una specie di traduttore invisibile, che accompagna da un’éra all’altra e rende universale, come la musica, l’arte espressa attraverso la lingua, questo prodotto di Babele con la cui rovina l’uomo è caduto per la seconda volta.  
Quanto c’e di più alto in questo mondo parla, che lo si voglia o meno, un linguaggio simbolico, capito da pochi con la vera chiave ermetica, l’intelligenza, e dai più con l’istinto che bisogna capire, cioè con l’intuizione. I primi sono,  nel caso dell’opera letteraria, coloro che conoscono la lingua in cui l’opera é scritta, perché è la loro madrelingua; gli altri quelli che non la conoscono altrettanto bene o non la conoscono affatto, ma che, pur non conoscendo la lingua, sono tuttavia in grado di capire l’opera. Ma c’e di più, e di più strano. Possiamo, per  intuizione o con quel che sia, figurarci l’anima e la vita di un’opera poetica di cui non sappiamo niente, o di cui, nella migliore delle ipotesi, conosciamo solo una versione in prosa, che è un’altra forma, più complessa, dello stesso niente. Molti di noi, pero, si figurano con discreto esito l’anima e la vita di opere che non hanno mai letto grazie a vaghe reminiscenze  di riferimenti, a oscure e casuali allusioni; e lo stesso vale per opere, sempre in lingua straniera, di cui non esiste, o perlomeno non abbiamo mai letto, nessuna traduzione. Qui il, traduttore invisibile opera invisibilmente. Non ci muoviamo più per intuizione: indoviniamo.  E’ come se ci fosse in noi una parte superiore dell’anima che per natura conoscesse tutte le lingue e avesse letto tutte le opere.In fin dei conti, che cos’è un’opera letteraria se non la proiezione in linguaggio di uno stato dello spirito, o di un’anima umana? E quest’opera è il simbolo vivente dell’anima che l’ha scritta, o del momento in cui quest’anima  - una piccola anima contingente - l’ha proiettata. Perché non dovrebbe esserci una comunicazione occulta da anima ad anima, un comprendersi senza parole, mediante il quale indoviniamo l’ombra visibile attraverso la conoscenza del corpo invisibile che la proietta, e comprendiamo il simbolo, non per esperienza diretta, ma perché conosciamo ciò di cui é simbolo?[…]Chissà […] se non siamo, oggi, noi stessi traduttori invisibili, signori inconsapevoli delle opere che devono ancora nascere nel corso futuro del mondo?
Fernando Pessoa