Visualizzazioni totali

venerdì 13 aprile 2012

Pensieri contro l'omologazione dell'egualitarismo di Julius Evola

" [...] Voler l’eguaglianza dei molti è contradizone in termini, a meno di riferirsi ad un insieme di oggetti disanimati fabbricati in serie. 
Lo vuole, in secondo luogo, e ora deontologicamente, il “principio di ragion sufficiente”, che si esprime così: “Per ogni cosa deve esservi una qualche ragione perché sia quella cosa, e non un’altra”.
Ora, un essere assolutamente uguale ad un altro sarebbe privo di “ragion sufficiente”: sarebbe un duplicato affatto privo di significato. Da entrambi i punti di vista risulta dunque razionalmente fondato il concetto che i “molti” non solo non possono essere uguali, ma non debbono nemmeno esserlo, che la diseguaglianza è vera di fatto solo perché è vera di diritto, che essa è reale solo perché è necessaria.
Ciò che l’ideologia egualitaria vorrebbe dipingere come uno stato di “giustizia” sarebbe invece, da un punto di vista più alto dalla retorica umanitaria e democratica, uno stato di ingiustizia.
Già un Cicerone e un Aristotele lo riconobbero. Porre la diseguaglianza vuol però dire trascendere la quantità, vuol dire ammettere la qualità. È qui che si differenziano i due concetti di individuo e di persona. L’individuo può esser concepito solo come una unità atomica, come un puro numero nel regno della quantità.
[...]
Una eguaglianza può esistere sul piano di un mero aggregato sociale o di una promiscuità primordiale quasi animalesca; in più, lo si può riconoscere ove si consideri non l’individuale ma il generale, nonl a persona ma la specie, non la “forma” ma la “materia”.
[...]
La persona è l’individuo differenziato mediante la qualità, con un suo volto, una sua natura propria, una serie di attributi ce lo fanno sé stesso e lo distinguono da ogni altro; che dunque lo rendono fondamentalmente diseguale.
È l’uomo nel quale le caratteristiche generali assumano una forma differenziata di espressione articolandosi, variamente individuandosi. È ascendente ogni processo vitale, individuale, sociale o morale, che vada in tal senso – che porti verso il compimento della persona secondo la sua natura propria.
Dare invece risalto e priorità a ciò che in ogni essere è uguale significa regressione. La volontà di eguaglianza fa tutt’uno con la volontà dell’informe.
Ogni ideologia egualitaria è l’indice barometrico certo di un clima di degenerescenza, oppure è la “sigla” di forze che ad un esito di degenescenza tendono.
[...]
La massima dell’antica saggezza fu invece: "suum cuique tribuere" – dare ad ognuno il suo.
[...]
Così fu la massima classica: "libertas summis infimisque aequanda",
ad esprimere che la libertà va equamente distribuita in alto e in basso. “Non esiste un’unica libertà ma esistono molte libertà" – è stato giustamente scritto (O. SPANN, Gesellschaftslehre, Mùnchen-Berlin, 1923, p. 154.)
L’emancipazione del singolo consistente nell’essere liberi non rispetto ad un gioco esterno, reale o imaginario che sia, e, in genere, rispetto agli altri, ma rispetto a se stessi, cioè alla parte naturalistica di sé stessi, quelle ideologie invece la ignorano.
Ora, è con tale libertà, senza aver un certo amore o gusto per la quale non ci si può dire davvero persona, che normalmente dovrebbe legittimarsi ogni dignità nelle gerarchie qualitative.
[...]"

Julius Evola, Gli Uomini e le Rovine, cap. 3, Edizioni Mediterranee